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Atlantique

In una città duplice come Dakar, dove una nuova identità modernissima e futuristica sta sbucando dal nulla, Mati Diop attinge dalle tradizioni religiose e sociali per riflettere sul presente.

A Cannes, si sa, Netflix non è presenza ben vista. Il colosso dello streaming però sta lavorando ai fianchi tutto il “vecchio” sistema cinema, e se non fallirà prima è probabile che saranno proprio le più classiche tra le istituzioni a doversi (in qualche modo) adattare. Quest’anno c’è stato il primo piccolo strappo alla regola, almeno nella Quinzaine des Réalisateurs, Netflix è riuscito difatti a piazzare un suo film, Wounds di Babak Anvari (quello dell’ottimo Under the Shadow). Inoltre, pur essendo costretto ad assistere restando sull’uscio, a giochi fatti nulla ha impedito al colosso dello streaming di allungare le mani su due dei film premiati: Atlantique, debutto della regista senegalese Mati Diop, in lizza per la Palma d’Oro e vincitore del Grand Prix, e I Lost My Body di Jérémy Clapin, vincitore del Premio della Settimana della Critica (entrambi già disponibili nel catalogo italiano della piattaforma).

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Dire che Netflix non crede nella sala è ormai una banalità. Pur producendo (e comprando) pellicole che al cinema starebbero benissimo preferisce distribuzioni limitate, il minimo necessario per puntare al vanto di premi e critica (senza un’uscita in sala i film non sono eleggibili agli Oscar). Baumbach e Scorsese, ottimi per solleticare gli appetiti dell’Academy nelle categorie principali valgono quindi lo sforzo  verso un qualche tipo di distribuzione. Atlantique, invece, già premiato a Cannes può accontentarsi di un’uscita in Francia (distribuito però da Ad Vitam) e in Senagal, che prontamente ha candidato il film per accedere alla categoria dei nominati come Miglior film in lingua straniera.

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Mati Diop ha messo in scena una storia incredibilmente contemporanea tanto quando universale, quella di un amore impossibile. La regista riempie di fantasmi, reali e non, il dramma romantico di Ada, promessa in sposa a un uomo che non ama, costretta a dire addio all’amato Souleiman. Il giovane, come altri operai sfruttati nella brulicante periferia di Dakar, è costretto a prendere la via del mare, verso la Spagna, in cerca di un futuro: non farà più ritorno. Atlantique racconta la contemporaneità attraverso la contaminazione tra realtà, presenze fantasmatiche e visioni trasognate, nel solco di film come A Land Imagined di Yeo Siew Hua (vincitore del Pardo d’oro 2018 e in catalogo Netflix) – che a sua volta pesca da Apichatpong Weerasethakul.

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Come Singapore (la città al centro del film di Yeo Siew Hua) anche Dakar è una città duplice, dove una nuova identità modernissima e futuristica sta sbucando dal nulla, ma la forza lavoro continua a essere una presenza invisibile, operai sfruttati, non pagati, costretti a fuggire per cercare di sopravvivere. Mati Diop attinge dalle tradizioni religiose e sociali, del Senegal (ci sono riti religiosi, possessioni, matrimoni di convenienza) per riflettere sulla problematicità del presente, dimostrandosi così una regista con una visione personale, originale e già estremamente solida. Ada, la sua protagonista, rappresenta il futuro, ancora tutto da scrivere, tutto in salita, ma non privo di speranza.

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