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Valley of the Gods

Maestro del surrealismo, Lech Majewski dirige un pastiche confuso e solo a sprazzi interessante, privo anche della carica perturbante a cui il regista ci ha abituato.

John Ecas (Josh Hartnett) è un copywright stipendiato da una grossa corporation impegnata nell’estrazione di Uranio in Arizona, in territori sacri alle tribù dei nativi Navajo. Messo alle strette da una relazione matrimoniale giunta ai titoli di coda e da un lavoro che interroga la sua coscienza, John immagina una fuga, e una possibile redenzione, scrivendo un romanzo in cui sembrano confluire paesaggi e personaggi della sua vita: la suggestiva Valley of the Gods, le leggende e i miti Navajo, il tycoon Wes Tauros (John Malkovich), le donne che ha amato.

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Finito di girare nel 2019 ma uscito in sala (per scelta non in streaming) in Italia soltanto nel 2021, Valley of the Gods è il dodicesimo lungometraggio prodotto dal regista polacco Lech Majewski, universalmente riconosciuto come uno dei maestri del surrealismo cinematografico contemporaneo. Dopo una primissima parte di carriera radicata in Polonia, il cinema di Majewski ha assunto negli anni una dimensione sempre più apolide e cosmopolita, sviluppata nel segno della ibridazione tra tecniche, influenze e dimensioni culturali diverse. Valley of the Gods rappresenta probabilmente il punto più estremo di questo percorso, figlio dell’incontro con la cultura americana per il regista polacco, ormai da tempo stabilitosi negli Stati Uniti. L’impianto estetico e narrativo del film è infatti sospeso nella giustapposizione tra due “culture” e due mondi radicalmente diversi: la natura selvaggia del Nuovo Mondo e il raffinato decor della vecchia Europa. Il portato ideologico del film è, come prevedibile, tutto a favore del primo: la antica mitologia dei nativi americani è rappresentata come generatrice di vita, mentre il mito contemporaneo del magnate prigioniero della sua turris eburnea, un po’ Bruce Wayne e un po’ Charles Foster Kane, è l’emblema della solitudine e della morte.

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Nella cornice di una operazione così complessa e rischiosa, Majewski, a cui non è mai mancato il coraggio di sperimentare, raggiunge l’obiettivo solo in parte. La tenuta del film risulta nel complesso troppo sfilacciata per stupire (come nello splendido e ben più coeso “I colori della Passione”) o per disturbare (come nel precedente “Onirica”). Troppo distanti sono i “mondi” interni al film, troppo eterogenei i riferimenti culturali, troppo sovraccarico risulta l’apparato di effetti digitali e di CGI in snodi e luoghi chiave del film. Wes Tauros offre ai suoi ospiti un concerto di musica operistica dentro una enorme vasca identica alla Fontana di Trevi (interamente renderizzata in CGI), gioca a tennis nel salone di un palazzo barocco, trasforma i suoi amici in statue da collezione per il suo giardino all’italiana. Tutto questo repertorio kitsch collide con i miti fondativi Navajo, che spingono il film verso un messaggio ecologista peraltro piuttosto stridente con la poetica di un autore come Majewski. Il risultato è un pastiche confuso e solo a sprazzi interessante, privo anche della carica perturbante a cui il miglior Majewski ci ha abituato. Una piacevole sorpresa tra i comprimari del cast: il maggiordomo dell’uomo più ricco del mondo è interpretato da Keir Dullea, il dottor Bowman di 2001 Odissea nello Spazio.

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