Ida, with Dawid Ogrodnik and Agata Trzebuchowska

Ida – Pawel Pawlikowski

Qual è il senso della vita? Quale importanza hanno le origini, il vissuto, le esperienze? Il respiro che vacilla, il senso di oppressione, scoprire, scoprirsi, conoscersi, confrontarsi. Di colpo maturare, crescere, scegliere. Vivere? Un film (fra le righe) storico, che analizza la Polonia a cavallo tra nazismo e socialismo, (ma sa farlo) attraverso la fede, la colpa, la ricerca di identità, la famiglia. Esserne soffocati ed affascinati, impauriti ma risoluti.

La macchina da presa di Pawel Pawlikowski sa essere discreta, posata, misurata. Immerge lo spettatore nella psicologia dei personaggi, aggraziata come una danza. Pochi e necessari movimenti, profondità di campo, diaframmi stretti e protagonisti spesso decentrati in inquadrature evocative quanto eleganti. Cultura figurativa, in un bianco e nero rigoroso, monastico, scuro, sgranato, elegantemente sporco. Un claustrofobico 4/3, fotografato da tagli di luce caravaggeschi, per raccontare la storia di Anna, novizia suorina prossima a prendere i voti nella Polonia socialista del 1962.

Su decisione della Madre Superiora, la diciottenne Anna viene spedita a conoscere l’unica parente rimastale ancora in vita, zia “Red” Wanda, ex pubblico ministero comunista, responsabile delle condanne a morte di numerosi prelati e religiosi. Facile ad alzare il gomito, rigorosamente agnostica e di costumi piuttosto libertini, Wanda è il cardine del doppio romanzo di formazione, che scaturisce dal confronto di due anime totalmente opposte. Pur recalcitrante a gettare benzina su dolorosi fuochi ormai sopiti nella memoria, Wanda rivelerà alla nipote il suo vero nome: Ida Lebenstein, ebrea figlia di genitori spariti nel nulla per questioni razziali.

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Parte da qui la necessità di ricercare le origini. E se, da un lato, il film segue gli intenti investigativi delle due e, nel mentre, fotografa puntualmente gli strati sociali e psicologici del post-antisemitismo, dall’altro si instaura una sorta di diplopia, figlia dell’incontro di due persone talmente diverse da sembrare due facce della stessa medaglia. Da un lato l’idealista, buona e credulona, alla scoperta del mondo visto per la prima volta, dall’altra la cinica nichilista, che ha annegato nell’alcool la falsità ipocrita del mondo e porta indelebili cicatrici nel cuore. In mezzo a questo rito di passaggio, un giovane ed aitante suonatore jazz, alternativa, romanticismo, amore, famiglia, figli, vita. Confusione.

Chi è Anna/Ida? E’ la devozione, o è semplicemente una donna? Cattolica? Ebrea? E Wanda, e la sua spirale autodistruttiva? E chi ha tradito le famiglie ebree rifugiate, e i sensi di colpa? E la possibilità di vivere una vita normale? Paura, certezze, zoppia, baratro. Bivio.

Sguardi enigmatici, atmosfere di pace orrorifica, rigore monacale. Poche parole, soppesate, tante ombre. Musica, dal K551 alle improvvisazioni, grammofoni, vinili, palchi e trombe. Senso di vuoto, groppo in gola. Dipinge il contesto, inserisce personaggi, muove la macchina quasi a tempo di musica. Crea un mondo, e permette allo spettatore di immergersi, esercizio intellettuale in bianco e nero.
Gran film, tra i più interessanti dell’ottimo 2013.