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A Land Imagined

Un’opera ibrida e trasognata, dove la denuncia sociale prende la forma di una visione onirica e poetica, lieve all’apparenza, ma cruda e potente negli esiti finali

A Singapore, all’interno dell’aeroporto Changi (già premiato svariate volte come il migliore al mondo), è stata da poco inaugurata un’ala con un hotel, uno shopping centre comprensivo di un centinaio di negozi e ristoranti, la più alta cascata interna e una foresta che comprende 2000 alberi e 100mila arbusti provenienti da Australia, Brasile, Cina, Malesia, Thailandia e Stati Uniti. Singapore è così una città-stato sorta sul nulla in cui sono stati importati cittadini, risorse, manovalanza e capitali per dar forma a un bozzolo avveneristico ma pieno di ombre. Nove anni dopo In the House of Straw, il regista Yeo Siew Hua è tornato con un nuovo lungometraggio, A Land Imagined. Il film ha vinto il Pardo d’oro a Locarno 2018 e ora è sbarcato anche su Netflix.

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Motore della vicenda è la scomparsa di un operaio immigrato, uno degli inumerevoli di cui è piena la città, sottopagato e tenuto – letteralmente – in ostaggio da un cantiere edile. Lo scomparso soffre di insonnia, l’investigatore incaricato di trovarlo invece ha sogni che ci anticipano fatti e luoghi della narrazione, i piani del reale si sovrappongono tra presente e futuro, tra la visione di un personaggio e le sensazioni dell’altro. Ma il sogno non ha una mera valenza profetica, è più un’espansione del concetto stesso di coscienza, di percezione del sé, diventa la capacità di abitare un altro tempo e un altro spazio, un mezzo con cui superare i limiti contestuali. L’atto del sogno nella poetica del film assume in questo modo il valore e il significato, non di mistificazione ma, di trascendenza.

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Yeo Siew Hua allestisce così neo-noir ispirato al lato oscuro e invisibile (intangibile) del suo paese natale, Singapore: una città in continua espansione, tentacolare, ricca di contraddizioni e zone grigie, spuntata dal nulla sfruttando una forza lavoro di carattere quanto mai controverso. La maggior parte di questi immigrati ha lavorato alla costruzione di questa città per più di 20 anni senza farne mai veramente parte, diventando così una vera e propria popolazione fantasma. Ricorre nel film l’immagine della sabbia, importata da altri Paesi (come le persone) per costruire nuovi litorali e nuove spiagge. La sabbia diventa così simbolo delle radici instabili e mutevoli di questo nuovo paesaggio urbano, ma anche il velo viscoso pronto a occultare sogni sepolti e speranze perdute. A Land Imagined è allestito come un film sugli orizzonti urbani, quasi tutti non-luoghi, nel contrasto tra gli ambienti in cui vivono i lavoratori, i tramonti infuocati e le luci al neon dei cyber caffè; questo spazio liminale tra virtuale e realtà è immerso in un’illuminazione innaturale, le finestre oscurate in modo da non poter distinguere la notte dal giorno.

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Dà corpo all’atmosfera trasognata delle vicenda la colonna sonora, in sospeso tra suggestioni fantascientifiche e noir, dove trovano posto il dream.pop sintetico di Good night, green light del duo elettronico .gif – che evoca immagini fluttuanti in uno spazio metafisico – come Oh Lover Please Come Back, ballata anni ’80 di Lee Yee intrisa di sentimentalismo old fashion a buon mercato, simbolo della musica popolare malese degli anni che furono. Sono imput che si contraddicono tra loro, dando la sensazione di trovarsi fuori posto nel divenire di una trascendenza la realtà meramente geografica. Così, come nell’opera di Wong Kar-wai, Yeo Siew Hua costruisce una forma di memoria fluttuante, a volte invocando le convenzioni di un genere e a volte facendo filtrare quelle di un tempo lontano, dove arrivano e passano immagini e suoni come fossero frammenti di una memoria che affiora prima di perdersi di nuovo nel vasto panorama dei sogni.  In maniera circolare, A Land Imagined è uno spazio cinematografico dove passato e futuro si rincorrono, si abbracciano in momenti in cui l’uno diventa l’altro; un’esplorazione mentale che cerca di spingere lo spettatore a una soggettività altra, dove il particolare prevale sul senso d’insieme, proprio come nella memoria dove mancanze e dettagli si alternano tra loro senza soluzione di continuità.   

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Nella pellicola si intrecciano gli echi e i fantasmi di un regista come Apichatpong Weerasethakul (che sulla natura dei confini tra spazio reale e realtà metafisica ha costruito tutta la propria poetica) con le immagini al neon di un esteta come Nicolas Winding Refn, in una continua contaminazione che rende il film un’opera ibrida e trasognata, dove la denuncia sociale prende la forma di una visione onirica e poetica, lieve all’apparenza, ma cruda e potente negli esiti finali, regalandoci, con la sequenza in soggettiva sul videogame pervaso da un glitch senza sosta, una pagina di cinema di grande forza e suggestione.

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