(FILES) In this file photo taken on February 12, 2013 French actress Juliette Binoche poses during a photocall for the premiere of the film "Camille Claudel 1915" presented in the Berlinale Competition of the 63rd Berlin International Film Festival in Berlin. - Juliette Binoche, one of France's most recognised actresses and Oscar winner has been nominated as president of the International Jury at the 69th Berlin International Film Festival, organisers said on December 11, 2018. (Photo by Johannes EISELE / AFP)

Racconti dalla Berlinale #2

Dopo aver vinto l’Orso d’Argento Alfred Bauer Prize nel 2017 con Spoor (tratto dal romanzo di Olga Tokarczuk Guida il tuo carro sulle ossa dei morti), la regista polacca Agnieszka Holland torna in competizione con Mr. Jones, la storia vera del reporter gallese Gareth Jones che documentò la carestia degli anni ’30 in Ucraina, sotto il regime di Stalin. Nel 1933 Jones (James Norton) raggiunge Mosca e da lì, con l’aiuto della giornalista Ada Brooks (Vanessa Kirby), riesce poi ad arrivare in Ucraina dove scopre una scioccante verità: uno sterminio in cui la popolazione è costretta alla povertà assoluta e muore di fame mentre viene derubata del grano. Dietro la maschera di un governo che si occupa dei suoi cittadini si cela una dittatura violenta e repressiva. E Gareth Jones è deciso a documentare la reale condizione dell’Unione Sovietica, anche a costo della vita. Agnieszka Holland firma un ambizioso biopic che funziona soprattutto quando racconta gli orrori, tenuti nascosti, del regime di Stalin: la regista mostra con cruda schiettezza i volti stanchi di chi è stato sottomesso, i corpi rigidi e immobili abbandonati nella neve. Questo nucleo denso e potente è poi circondato da una narrazione più macchinosa che segue i tentativi di Mr. Jones di arrivare in Unione Sovietica e la sua decisione di diffondere la notizia drammatica di cui è diventato testimone. Parallelamente alla storia di Jones, la Holland dedica un breve ma rilevante spazio a uno scrittore intento a comporre un romanzo che racconti i biechi meccanismi del regime totalitario. Si dice, infatti, che l’incontro fra il giornalista Gareth Jones e George Orwell sia stato fonte di ispirazione per Animal Farm. 

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Nella sezione Panorama, invece, sono presenti anche il secondo film di Casey Affleck, Light of My Life, e l’esordio alla regia di Jonah Hill, Mid90s. In uno scenario post-apocalittico in cui una misteriosa malattia ha sterminato la popolazione femminile, un padre (Casey Affleck) protegge la figlia Rag (Anna Pniowsky). In Light of My Life Casey Affleck scrive, dirige, interpreta e produce una storia che si serve del genere distopico per parlare di altro. In effetti, non sono mai spiegate le cause dell’epidemia che uccide donne e bambine e in fondo nemmeno gli effetti di questa catastrofe sono rilevanti. Non c’è l’analisi e conseguente messa in crisi di una società immaginata in stile The Handmaid’s Tale (tra l’altro nel cast è presente anche Elisabeth Moss), ma c’è piuttosto la volontà di raccontare una doppia crescita che investe entrambi i protagonisti. Certamente la storia richiama da vicino The Road, tuttavia la crudezza del romanzo di  McCarthy (trasposta poi nel film di John Hillcoat del 2009) si trasforma, nel film di Affleck, in drammatica tenerezza venata da un’ironia che rende il tono del film distante dall’angoscia di molti racconti distopici. Light of My LIfe gioca le sue carte migliori nei momenti più intimi, come quando il padre (senza nome) racconta storie inventate per la figlia dentro una tenda, un piccolo rifugio che lascia fuori il resto del mondo. Il film è inoltre una dimostrazione di una bella prova attoriale per i due protagonisti: si avverte una sinergia tra loro e Casey Affleck non solo si cala perfettamente nel suo ruolo, ma riesce a dirigere la giovane Anna Pniowsky in modo convincente. Light of My Life è una personale rielaborazione del filone distopico, un film che si appropria del genere per poi allontanarsene e soffermarsi sul legame familiare, sulla relazione tra una figlia che deve diventare adulta e un padre che impara a lasciarla crescere.

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Mid90s è il primo lungometraggio scritto e diretto da Jonah Hill. Anche senza il titolo, basterebbe l’incipit per capire che il film è uno spaccato degli anni ’90, il racconto adolescenziale di una generazione alle soglie del nuovo millennio. La storia è quella del tredicenne Stevie (Sunny Suljic) che trascorre le sue giornate sullo skateboard con un gruppo di ragazzi più grandi, tra prime sigarette, prime bevute e primi baci. Girato in pellicola 16mm e con un formato in 4:3, Mid90s  è un omaggio al periodo che dà il nome al film, una ricostruzione in chiave vintage dove soprattutto gli oggetti e gli abiti hanno una simbologia nostalgica. Jonah Hill si accosta all’operazione – già rodata con gli anni ’80 – di recupero di un passato appena trascorso che non si vuole lasciare andare. In Mid90s la forma eccede il contenuto, diventa essa stessa contenuto e significato di un film che mostra un buon potenziale insieme a scelte ancora acerbe, soprattutto in ambito di sceneggiatura. Se i dialoghi sono divertenti e ritmati, la narrazione procede con qualche aspetto meno approfondito e alcuni dei personaggi risultano quasi trascurati (è il caso della madre, interpretata da Katherine Waterson e del fratello di Stevie, che ha il volto di Lucas Hedges). Grande pregio di Mid90s è il giovane protagonista Sunny Suljic, attore e skateboarder che già si era fatto notare ne Il sacrificio del cervo sacro e che, nonostante la sua tenera età, vanta collaborazioni con registi come Yorgos Lanthimos e Gus Van Sant.

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