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Planetarium – Rebecca Zlotowski

Un'occasione persa dal metacinema al backstage

A circa una settimana dalla distribuzione nelle sale italiane, il 13 Aprile grazie a Officine Ubu, è stato presentato in anteprima per il pubblico romano, in occasione della rassegna cinematografica Rendez-Vous, giunta quest’anno alla settima edizione, Planetarium, terzo lungometraggio della regista francese, di origini polacche, Rebecca Zlotowski.

Il film, fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, racconta la storia di due sorelle americane Laura e Kate Barlow (Natalie Portman Lily-Rose Depp) che praticano sedute spiritiche, pubbliche e private, nella Parigi degli anni Trenta del Novecento, in un momento di fermento nelle arti, con le avanguardie storiche e il surrealismo, così come in campo medico/scientifico, con la diffusione degli scritti di Freud, la psicanalisi e l’ipnosi. Qui incontrano André Korben, un importante produttore cinematografico francese, che colpito dalle loro doti medianiche, di cui ha avuto esperienza durante una seduta privata, decide di utilizzare gli strumenti del cinema, dell’azione fotochimica, per fissare, impressionare sulla pellicola la presenza degli spiriti.

La sua idea è quella di andare oltre i trucchi, fotografici, luministici e di montaggio, più o meno rudimentali del cinema delle “attrazioni”, filmare le attività spiritiche così da catturare sullo schermo le immagini dei fantasmi evocati dalle due ragazze. Offrire un’esperienza nuova, unica e battere l’agguerrita concorrenza del cinema americano, tecnologicamente più avanti. Seppur lo spunto iniziale sia già stato impiegato, dal genere horror che ha utilizzato il found footage come mezzo per filmare il paranormale in tutte le sue declinazioni ad esperimenti più teorici sul “complesso della mummia” e sulla cristallizzazione temporale, come Daguerrotype (Kiyoshi Kurosawa, 2016), l’idea di focalizzarsi non sui fantasmi ma sul medium cinematografico come nuova forma “scientifica” di rappresentazione del (ir)reale sembra sicuramente interessante.

Un’operazione “archeologica”, che parte dall’illusione dell’immagine in movimento dei dispositivi pre-cinematografici, come lo zootropio, che Korben colleziona, per poi esplorare la natura ontologica del cinema. Tuttavia, i parallelismi tra la struttura della mente umana e l’esperienza filmica, che si collega ai primi studi di psicologia applicata al cinema, di pochi anni precedenti, così come la dimensione del trauma personale, i fantasmi che infestano l’inconscio, e collettivo, gli orrori della Grande Guerra, la sua ri-elaborazione e superamento, sottolineati inizialmente, lasciano il palco ai “sogni” fabbricati dall’industria cinematografica.

La sceneggiatura di Rebecca Zlotowski Robin Campillo non riesce a sviluppare l’interessante spunto iniziale, né dal punto di vista stilistico/formale – ogni tanto viene impiegata la chiusura d’iride tipica del cinema muto – né da quello narrativo – come il rapporto tra la metafisica e l’esperienza cinematografica – soffermandosi, invece, quasi esclusivamente sul triangolo amoroso dei personaggi, vero, e unico, motore delle dinamiche del film. La figura “divistica” estremamente ingombrante di Natalie Portman, impiegata sembrerebbe non tanto per le sue doti di attrice quanto per la sua bellezza da testimonial Dior, schiaccia il personaggio di Korben, che dovrebbe essere il vero protagonista della storia, e Lily-Rose Depp, confinata al ruolo della spiritata. Un altro aspetto come quello del contesto storico, dall’incombenza della seconda Guerra Mondiale, all’antisemitismo e alle persecuzioni razziali, delineate solo marginalmente all’inizio, ma in realtà centrali per le dinamiche narrative, entra in gioco quasi esclusivamente alla fine, principalmente per giustificare il fatto a cui le vicende sono ispirate.

Il personaggio di Korben richiama infatti la figura di Bernard Natan, ricco produttore di origine romena, che aveva rilevato Pathè Cinema nel 1929, destituito dalla sua nazionalità francese e consegnato alle autorità per poi essere deportato ad Auschwitz. Rebecca Zlotowski sembra seguire alla lettera uno dei passaggi espressi dal regista all’interno del film, secondo cui al cinema sia necessario esagerare, enfatizzare, ingigantire, dal trucco alla luce, altrimenti non viene visto il volto dell’attrice o il “messaggio” colto. Nello scintillio della scenografia e nella lucentezza e ricercatezza dei costumi, il film trasforma la dimensione meta-cinematografica, in un susseguirsi di backstage e avanspettacolo, smarrendosi nella miriade di stelle, tematiche e generi, che vorrebbe a tutti i costi unire sotto un’unica costellazione.