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Song to song – Terrence Malick

Terrence Malick è sicuramente tra i più discussi e analizzati registi americani contemporanei, nonostante la sua esile filmografia (appena cinque film nei primi quarant’anni di carriera, e altri cinque negli ultimi sei, con uno attualmente in fase di post produzione). L’alone di mistero che circonda la sua vita pubblica e privata – uomo estremamente riservato e schivo, difficile se non impossibile trovare tracce di interviste o testimonianze legate ai suoi lavori – si estende anche ai suoi film. Laureatosi in filosofia ad Harvard, ebbe come insegnante Stanley Cavell, studioso e teorico che si occupò principalmente di cinema nei suoi scritti, e che analizzò brevemente, nell’introduzione alla seconda edizione di The World Viewed (1979), I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978), osservando come il film esplicasse alcuni concetti chiave del pensiero di Martin Heidegger, filosofo tedesco il cui testo Vom Wesen des Grundes (The Essence of Reasons, 1969) fu tradotto e pubblicato da Malick stesso. È chiaro infatti, fin dal suo primo lungometraggio La rabbia giovane (Badlands, 1973), come Malick voglia esplorare in chiave filosofica l’esistenza dell’uomo, la natura, il mondo che ci circonda e ci governa, l’”essere nel mondo”, la presenza e l’appartenenza, utilizzando il mezzo cinematografico per produrre rappresentazioni e concetti metaforici altrimenti intangibili.

Song to song michael fassbender ryan gosling rooney mara

Una riflessione sull’ontologia dell’immagine filmica così come sulla trasformazione del mondo in immagine. Un filosofo-poeta che attraverso un linguaggio evocativo, rivela quello che la metafisica ha oscurato (parafrasando lo stesso pensiero di Heidegger in What Are Poets For?). The Tree of Life (2011), Palma d’Oro al Festival di Cannes, rappresenta sicuramente un punto di svolta nella sua carriera professionale, da quel momento in poi è stato estremamente prolifico come ricordavo in apertura, così come nella sua poetica, che si evolve e si radicalizza, abbandonando lo stile lineare e narrativo, nonostante si possano rintracciare alcuni elementi visivi e formali anche nei film precedenti, specialmente in The New World (2005).

Song to song rooney mara

Il suo ultimo film, Song to Song (2017), che ha avuto un periodo di gestazione molto più lungo rispetto allo standard a cui ci ha abituato il regista negli ultimi sei anni (le prime riprese sono state effettuate nel 2012) si posiziona in perfetta continuità rispetto alle opere precedenti, andando a formare quella che potremmo definire una tetralogia, con To the Wonder (2012) e Knight of Cups (2015), oltre che al già citato The Tree of Life. Ambientato ad Austin, dove vive il regista, capitale mondiale della scena musicale live (il film è stato inoltre presentato in anteprima mondiale nella stessa città al festival South By Southwest), Song to Song mette in scena passioni, tradimenti, aspirazioni e preoccupazioni di un triangolo (che diventerà poi un quadrilatero) amoroso. BV (Ryan Gosling), musicista in cerca di successo, conosce Faye (Rooney Mara), anche lei cantautrice, ad una festa a casa del suo produttore Cook (Michael Fassbender), con il quale la ragazza aveva avuto una relazione in precedenza, non ancora del tutto superata. Da una parte quello che sembra essere un amore puro e ideale, il sentimento che nasce tra BV e Faye, dall’altra una figura mefistofelica, lussuriosa ed edonistica, come quella di Cook, vero e proprio diavolo tentatore, che grazie al suo potere e prestigio è padrone del destino degli altri due, troppo ingenui e incantati per rendersi conto, fin da subito, della sua spregiudicatezza.

Song to song Michael Fassbender

Lo splendore, il glamour, l’opulenza, il piacere viscerale e carnale è la facciata che circonda i personaggi del film, intrappolati nelle loro lussuose prigioni di cristallo, schiavi di un’esistenza terrena e materiale, alla ricerca del nettare della vita, invece che della “perla” (molti sono i punti di contatto con il precedente Knight of Cups) di cui ormai sembrano aver perso ogni traccia. Non sembra esserci una soluzione di salvezza, una luce al di sopra delle scale, se non quella di ritornare da dove si è partiti, per ricercare quello che inizialmente non si è trovato, con occhi nuovi, con una nuova pelle. I personaggi, corpi seducenti, sono metafore, in cerca di amore, di successo, di fama e di ricchezza, destinati a vagare, a ripetersi fino all’autodistruzione, mentre la macchina da presa in continuo movimento (fotografia ancora una volta affidata a Emmanuel Lubezki), li segue, li avvolge in una sorta di danza macabra, tra un concerto e un altro, tra una festa e un’altra, tra un’apparizione e un’altra, con la voice-over che ne scandisce il flusso di coscienza. Un filmare, al quale il regista ci ha ormai abituato, etereo, in assenza di gravità, smaterializzato, destrutturato, il film inizialmente si sarebbe dovuto intitolare Lawless (senza legge), e successivamente Weightless (senza peso) prima del titolo definitivo. Momenti, frammenti fugaci non uniformi, intercambiabili, singole inquadrature tra bruschi stacchi di montaggio tra un amore e un altro, tra una canzone e un’altra.

Song to song rooney mara natalie portman

Un linguaggio e uno stile sicuramente criptico ed enigmatico che molti critici, italiani e non solo, hanno rigettato e rifiutato, in maniera più o meno argomentata, definendolo presuntuoso, sterile, superficiale, ricattatorio, approssimativo e addirittura “fascista”. Un poeta-filosofo, i cui lavori, come le opere d’arte, si apprestano a molteplici analisi e interpretazioni (tra le chiavi di lettura del cinema di Malick non solamente il pensiero di Heidegger ma anche riflessioni suscitate da diversi terreni filosofici e spirituali dal Trascendentalismo allo Gnosticismo per esempio). Sta allo spettatore immergersi in un’esperienza ipnotica, facendosi trasportare dal turbinio delle immagini, spiazzanti, fugaci, confuse, sublimi. Lasciare il mondo materiale per addentrarsi in quello metaforico e cinematografico dove l’allegoria si fa immagine, cercando la connessione tra quello che è mostrato, il sensibile, e quello che è trattenuto, creando la propria visione. Un cinema immune da qualunque giudizio critico fatto di opinioni e commenti personali che cercano di imporsi, scavalcando e surclassando quelli degli altri, ma che vive dell’esperienza che riesce a fornire allo spettatore, il quale è libero di accettarla o meno.