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Alla ricerca della felicità perduta

I Meridiani Perduti ricordano Oscar Pronat in 'Italiano prigioniero sono'

Raccontare storie non è impresa tanto semplice, ci sono diverse variabili da tenere in considerazione. Ad esempio, solo due anni fa Peter Greenaway portò nelle sale la sua ultima fatica – Eisenstein in Messico –, pellicola che ricostruisce i dieci giorni che sconvolsero il regista russo, giunto a Guanajuato per girare un film che non vedrà mai la luce e finito per essere gioiosamente iniziato al sesso e all’omosessualità dal suo accompagnatore messicano. Oppure, nel 1975 Bob Dylan incise Hurricane, canzone rivolta all’ingiustizia legale subita dal carcerato ed ex pugile Rubin Carter, condannato nel 1966 per un triplice omicidio e scarcerato solo nel 1985 a seguito dell’illegittimità processuale sollevata dalla Corte Federale.

Due storie molto diverse, certo. Se la prima è frutto di supposizioni create a seguito di minuziose ricerche effettuate dal regista gallese, nel secondo caso siamo invece messi faccia a faccia con la nuda e cruda realtà dei fatti. Reali o fittizie che siano, però, vale sempre la pena raccontare alcune storie, specie se si sposano perfettamente con il proprio stile di riferimento. Se il film su Ėjzenštejn, infatti, ha fatto ritrovare la verve provocatoria e grottesca che sembrava smarrita al cineasta britannico; Hurricane si posiziona perfettamente nel periodo in cui la carriera del menestrello statunitense era orientata verso l’impegno per i diritti civili. Il medesimo discorso si può collegare a Italiano prigioniero sono, spettacolo di Meridiani Perduti ispirato alla vita del brindisino Oscar Pronat.

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Siamo nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, quando il partigiano, compiuti i 18 anni, si arruolò in Marina per la quale diventò prima macchinista e poi sommergibilista. Catturato nel ’43, dopo il suo rifiuto di schierarsi con l’esercito tedesco, Pronat fu caricato su un treno bestiame e condotto a Fürstenberg Oder – nel lager 3b – dove fu contrassegnato con il numero 310584. Nel pieno dei bombardamenti dell’aprile 1945, riuscì a fuggire e a rintanarsi in uno scantinato di un palazzo sepolto dalle macerie. Lì lo trovarono dei soldati russi pronti a fucilarlo; ma con il suo maccheronico russo riuscì a pronunciare, appunto, «Italiano prigioniero sono», parole che gli salvarono la vita.

Storie affascinanti come quella di Oscar ce ne sono tantissime. Ma forse nessuna meglio di questa può essere raccontata proprio dai Meridiani Perduti. Il luogo d’origine – Brindisi – ha il suo peso specifico, così come ce l’ha il tratto distintivo della compagnia: quello di raccontare la Storia partendo da piccole, intime storie personali. Ma c’è ancora qualcos’altro, ed è quel tocco di leggerezza che i Meridiani riescono a donare anche affrontando le tragedie più cupe, e che ben si addice alla storia in questione.

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Scampare a una catastrofe come il nazismo non è un’impresa per niente semplice. I sacrifici, la volontà e la voglia di (soprav)vivere a volte non sono stati sufficienti a migliaia di vittime. Ma Pronat ce la fece anche grazie al gioioso ricordo di un’infanzia per nulla agiata, ma che in quel determinato contesto assunse le sembianze di un’isola felice. Ricordi costantemente evocati nello spettacolo da Sara Bevilacqua – protagonista nel ruolo di Pronat –, e grazie ai quali si riesce a stemperare l’inevitabile clima claustrofobico e drammatico dettato da un tema delicato e da una tenebrosa scena capeggiata da abiti sospesi, così come lo erano le anime durante quello scempio che è stata la Seconda Guerra Mondiale.

Ad affiancare Bevilacqua nel suo viaggio alla ricerca della luce ci sono le melodie di Daniele Bove e la voce di Daniele Guarini. Eppure, almeno inizialmente, questi tre elementi stentano a entrare in simbiosi. Forse l’impianto fortemente narrativo della fase iniziale della messinscena non permette una reale armonia che invece arriverà nella seconda parte, quando la protagonista farà attraversare il suo corpo dall’orrore della guerra, mostrando lo sfinimento della vittima, la paura, l’afflizione e, ovviamente, quei piccoli ricordi che aiutano a cambiare il corso degli eventi.

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I Meridiani Perduti, dunque, ci conducono negli angoli più bui della Storia grazie a una piccola storia che ci ricorda, tra le altre cose, quanto siamo talmente abituati a vivere distrattamente la nostra vita da non pensare nell’immediato ai piccoli momenti di felicità. Per fortuna però ce ne ricordiamo a distanza di tempo e, come avvenuto in questa circostanza, possono diventare vitali.

Nuovo Teatro Verdi, Brindisi – 15 marzo 2017

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