Archivio Zeta – MacBeth

L’uovo sterile della morte

Tra le lapidi della Futa per il MacBeth di Archivio Zeta

Ein unbekannter deutscher Soldat
Zwei unbekannten deutschen Soldaten
Un ignoto soldato tedesco
Due ignoti soldati tedeschi

Sembra una nenia monotona, innocente, quella scolpita sulle pietre della Futa, ripetuta per fila e fila, e fila e fila, indolore, serena, quasi a dimenticare che si tratti di un cimitero, quasi che avesse ragione quella parola: friedhof, corte di pace. Eppure sono lapidi, sono morti, figli della guerra partiti per un ideale, per una truffa, per un amore sbagliato. Ed è qui, in questo cimitero monumentale sull’Appennino tosco-emiliano, che ci portano Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, in arte Archivio Zeta: a romitare tra il silenzio e la rovina sorda delle pietre, quasi a chiederci “Cosa è nato da quella morte?”.

Ed è curioso che la domanda giunga innanzi a una tragedia incentrata tutta sul delirio di potere: il MacBeth. Un po’ per Shakespeare un po’ per Jarry, la storia è nota, ma ripercorriamola velocemente. XI secolo, al nobile generale MacBeth viene vaticinata la corona di Scozia, sconvolto e tentato dalla profezia, nonché aizzato dalla moglie, decide di anticipare il proprio destino, assassina così il proprio sovrano per poi precipitare in una spirale ossessiva di sangue, colpa, terrore, fino a che il figlio del defunto monarca giungerà a riprendere il trono restaurando l’ordine.

Ma MacBeth è altresì la storia di un confronto difficile: quello fra la parabola del singolo e la continuità di una genealogia, fra gesta e storia. Ed ecco allora perché riscoprire il MacBeth in un luogo che è ferita fossile dell’umanità rappresenta un’occasione importante per riflettere sulla spinta che vogliamo imprimere ai nostri destini.

Chi conosce bene l’opera shakespeariana, infatti, potrà avere qualche momento di smarrimento. A.Z. attraversa il cimitero della Futa, si sposta, sosta nei campi di lapidi, sotto i salici, nel piazzale, a ridosso dello sperone aguzzo della cima monumentale, ma non inscena propriamente il MacBeth: tappa dopo tappa lo spettacolo devia, si scolla dalla cosiddetta rappresentazione, accoglie qualcos’altro, rinuncia al teatro come siamo abituati a vederlo nelle sale e sprofonda in quella terra  più profanata che santa. Ed ogni volta a sgusciare via sarà un seme rigettato, che non riesce a mettere radici, perché alla Futa tutto è pacificamente sterile. Questo seme assumerà la forma di un uovo (già comparso in Yoknapatawpha per saperne di più rimandiamo all’affresco critico di Brighenti su PAC), uovo che nella sensibilità di Guidotti e Sangiovanni è anche riferimento alla bomba sganciata su Hiroshima, uovo esplosivo, uovo dunque che contraddice la sua promessa di vita detonando la morte.

• L’uovo sterile

L’uovo, ad esempio, è quello che Re Duncan lancia, in principio,  a MacBeth come ricompensa delle sue battaglie, uovo non fecondo che non sarà covato ma, anzi, diventerà testimone di distruzione (e qui sarebbe interessante il confronto con il “megafono” dell’Ubu Roi di Latini). È importante evidenziare, a questo proposito, che nel MacBeth di A.Z. il Re è figura assai più cupa e ambigua dell’originale (interpretato qui da un luciferino Ciro Masella): nel momento dell’assassinio fatale egli rimarrà come sospeso, “reincarnandosi” subito in portiere dell’inferno, cioè usciere di tutti i mali che infesteranno la tragedia, per poi assumere i contorni di un possibile doppio speculare dello stesso MacBeth (G. Guidotti), tanto da spingere a domandarci se quest’ultimo abbia veramente compiuto l’omicidio o se piuttosto non stia lentamente andando incontro a un suicido che uovo cosmico/buco nero diventerà inesorabile “suicidio di massa” dell’umanità (l’ordigno nucleare, appunto).

Così, uovo sarà poi anche il ventre gonfio della sonnambula Lady MacBeth (E. Sangiovanni), che aggirandosi tra le lapidi in preda alle visioni (qui alla Futa funestamente reali e realizzate) stringerà la scultura al grembo, presagendo ancora una volta  la gravidanza sterile di una massa in autodistruzione. Anche in questo caso, infatti, la lettura di A.Z. si discosta dall’originale e ci mostra una donna meno sanguinaria, che “nasce sulla scena” dall’utero aperto di un grande cerchio di stoffa bianca ricamata di rosso che riprende il disegno del piano strategico di sgancio della bomba su Hiroshima dell’aereo Enola Gay. Ed ecco che quindi questa donna – in Shakespeare mai gravida, dunque frustratamente avida –, diventa qui “figlia di un fato inesorabile”.

Entrata nel cerchio/orbita di distruzione, comincia a covare l’uovo-bomba; il parto sterile si realizzerà in una anti-gravidanza che non salva nessuno.

L’uovo di A.Z. insomma è un tempo ritratto su di sé, che non dà vita ma morte. Un’immagine infine che sembra agire in continuità con l’arte scultorea di un secolo fa a ridosso delle guerre: da un lato, torna alla mente la Sculpture for the blind (1916) di Brâncuşi in cui un uovo giace orizzontale su un fianco come confuso rispetto al suo esito – la nascita –, e il complementare Beginning of the world, sempre dell’artista romeno, in cui quella stessa forma pura si rispecchia ora nella sua stessa perfezione (rischiando altresì di rimanere sospeso in un narcisismo senza evoluzione, si noti lo specchio eretto sul monte-croce); dall’altro la Boule suspendue (1930) di Giacometti in cui una sfera scanalata per lungo scivola mobile sopra una mezza luna allungata alludendo a una copulazione irrealizzata eppure così vicina al compimento (due forme che se fuse darebbero sostanza a quello stesso uovo).

• Oltre Shakespeare

Il dispiegamento e la stratificazione di segni operati da A.Z. mirano, dunque, a intrecciarsi profondamente con la natura stessa del luogo, in cui la tragedia shakespeariana più che compiersi – non realizzandosi compiutamente – si radicalizza, aprendo nuove possibili concatenazioni. Tuttavia, non sempre la recitazione sembra – a nostro avviso – riuscire a sostenere tale ricchezza drammaturgica, rischiando di isolare parole e gesti dalla rotta che, essi, dovrebbero percorrere; se infatti l’ambiente sonoro, gli essenziali elementi scenografici, le fogge dei costumi si sposano eloquentemente con lo spazio della Futa e con la rilettura operata del MacBeth (di-spiegandosi minimalisticamente), il registro interpretativo adottato – enfatico e al contempo raggelato – induce invece una certa distanza, tanto che a tratti nella sua monodia statuaria porta a fiaccare l’attenzione perdendo in qualche modo di mordente finanche di credibilità (calibratissimo e particolarmente convincente, invece, Stefano Braschi, nel ruolo di Banquo). Seppur tale solennità sia concettualmente coerente, allo spettacolo manca forse un po’ di umana fragilità, un grido spezzato, una parola soffocata, un gemito di puro semplice dolore che franga l’aria.

Contestualmente, la rilettura proposta fatica di tanto in tanto a trovare riscontro nel (seppur ridotto e parzialmente modificato) testo di riferimento. Soprattutto nel finale, si avverte come un’estrema compressione: tutto va progressivamente concentrandosi su un MacBeth folle perché rivoluzionario, latore se non foriero di un tempo nuovo, di un modo nuovo di essere uomini, moderno, più complesso, più contraddittorio, e pertanto ontologicamente fallimentare; tuttavia l’originale shakespeariano non concede pienamente questa possibilità, così le ultime scene correranno speditamente – sottraendo sempre più i personaggi all’incontro-confronto-scontro – per giungere alla frase «Il tempo è liberato», che però non deflagrerà come dovrebbe.

Insomma, a nostro avviso c’è una forbice che pian piano va allargandosi tra originale e rilettura, portando a domandarci se questa giustapposizione di echi possibili non abbia forse sovraccaricato eccessivamente lo spettacolo. L’accostamento con il pilota dell’Enola Gay è sicuramente efficace (anche perché sollecita ulteriori riverberi: dal celebre epilogo dello Zeno di Svevo al Dottor Stranamore di Kubrick), ma che MacBeth possa anche rappresentare figura rivoluzionante, tolemaica nel cosmo piatto dei vecchi credo, ci sembra andare in contrasto con la sua irresolutezza; non MacBeth ma Amleto è l’homo novus per antonomasia (erede diretto di Edipo), ben più che debole: egli è consapevolmente fragile e per questo risoluto, moderno, perché capace di autoironia. MacBeth invece è un’anima bloccata, che non sa vivere il dubbio, insicuro, soprattutto quando deve diventare padrone del  proprio destino.

Al di là delle possibili criticità, ad ogni modo,quella di Archivio Zeta alla Futa si dimostra un’azione artistica – unica per coerenza e continuità – in totale ascolto e risonanza con il cimitero militare germanico progettato da Dieter Oesterlen che ben lungi dall’essere semplicemente un suggestivo spazio scenografico (come sempre più accade con la tanto ostentata moda del “site specific”, raramente tale) si trasforma in universo vivo e presente che costringe a rivedere continuamente l’accadimento teatrale stesso. E l’affluenza di pubblico – si consideri che parliamo di un luogo alquanto isolato, in cui certo non si capita per caso – è sorprendente: oltre duecento spettatori a replica, a dimostrazione di un lavoro di lunga data (il primo spettacolo alla Futa, I persiani, risale ormai al 2003) che in maniera indipendente è riuscito a “creare” un pubblico felicemente eterogeneo e vivace attorno a un luogo di frontiera in cui qualcosa dunque torna a pulsare.
“Cosa è nato da quella morte?”, ci chiedevamo, un’impronta di consapevolezza: segno felice, prezioso, collettivo, che dovrebbe spingere in molti a riflettere su ciò che il teatro può veramente.

È quando le persone si convincono di essere popoli che dimenticano tristemente di condividere la stessa comune natura, lo stesso incerto destino. Finendo per ricadere fatalmente nell’ignoto.

Letture consigliate:
• Macbeth e Heidegger al Cimitero militare germanico, di Massimo Marino (DoppioZero)
• “Yoknapatawpha”, la traversata di Archivio Zeta da Shakespeare a Faulkner, di Matteo Brighenti (PAC)                    

(Foto di scena: ©Franco Guardascione
Brâncuşi Sculpture for the Blind ©Philadelphia Museum of Art, Louise and Walter Arensberg Collection, USA
Brâncuşi Beginning of the world©Dallas Museum of Art, Foundation for the Arts Collection, USA
Giacometti Boule Suspendue © Tate Gallery, London, UK)

Crediti:

di William Shakespeare
drammaturgia e regia Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
con Stefano Braschi, Francesco Fedele, Carolina Giudice,
Antonia Guidotti, Elio Guidotti, Gianluca Guidotti, Ciro Masella,
Giuditta Mingucci, Alfredo Puccetti, Enrica Sangiovanni
e con la partecipazione straordinaria di Oscar

partitura sonora Patrizio Barontini
percussioni Luca Ciriegi
fiati Gianluca Fortini

scenografie e costumi Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni
consulenza scenografica Antonio Rinaldi
laboratorio scenografico Morgantini.eu
sartoria Confezioni Paradiso
aiuto sartoria Lucia Chiodi
assistente alla regia Beatrice Vollaro
assistente coreografa Carolina Giudice
assistente tecnico Andrea Sangiovanni

cura Rossella Menna
coordinamento organizzativo Luisa Costa
organizzazione Lucia Guida
amministrazione Umberto Biscaglia
foto di scena Franco Guardascione
foto locandina Andrea Sangiovanni
grafica Weblogodesign
un ringraziamento particolare a Nadia Fiorio e Alessandro Iachino per il loro lavoro di promozione e diffusione in fase di produzione

produzione Archivio Zeta e Elsinor
in collaborazione con ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione
Teatro dell’Argine
Comune di Bologna – settore cultura
Bé bolognaestate

con il contributo di
Regione Emilia Romagna
Regione Toscana
Regione Lombardia
MiBACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Europa Creativa