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Il salario della paura – William Friedkin

«La presenza di Sorcerer a Venezia è la prova che c'è vita dopo la morte»

Dopo Cimino, Friedkin. Dopo I cancelli del cielo, Sorcerer (Il salario della paura). A distanza di dodici mesi, la Mostra del cinema di Venezia ospita un altro capolavoro “maledetto” del cinema americano. Uscito nel 1977, e subito schiacciato al box-office da Star Wars, Sorcerer è stato presentato a Venezia, in una magnifica versione restaurata, in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera a William Friedkin.

Remake del film del 1953 di Henri-George Clouzot Vite vendute, e autentica, leggendaria sfida produttiva, il film costò a Friedkin molto del credito guadagnato a Hollywood con il successo planetario de L’esorcista e relegò il talento cristallino del cineasta di Chicago nel limbo dei proscritti dal sistema. Rispetto all’originale francese diverse le differenze apportate da Friedkin soprattutto nella gestione dei tempi narrativi, con un prologo e un epilogo che invece rappresentano una totale novità.

Il salario della paura William Friedkin

Un film per lunghi anni invisibile, oggi finalmente regalato agli occhi di tanti giovani spettatori che ne potranno scoprire la devastante potenza. «La presenza di Sorcerer a Venezia è la prova che c’è vita dopo la morte», ha commentato Friedkin ricevendo il Leone dalle mani del presidente Baratta. «Se L’esorcista era un film che parlava apertamente del potere di Gesù Cristo, Sorcerer è una metafora sulla linea tra Bene e Male che corre chiara dentro ciascuno di noi». Quattro uomini, due camion, un carico di nitroglicerina altamente instabile da trasportare attraverso un sentiero sterrato nella giungla. Una missione suicida affidata a quattro apolidi in fuga senza nulla da perdere, scappati dalle rispettive esistenze di violenza, menzogna e corruzione.

Un estremo atto di ribellione nei confronti di quelle leggi non scritte della natura (e di Dio) alle quali, secondo Friedkin, è folle cercare di sottrarsi. Insieme ad Aguirre furore di Dio e ad Apocalypse Now tra le sfide più grandi del cinema contro se stesso, apologo hustoniano su quella che Werner Herzog ha definito la “conquista dell’inutile”. Fondamentale.