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Racconti dalla Berlinale 2022

Peter Von Kant di François Ozon

François Ozon ha aperto la 72a Berlinale con l’atteso Peter von Kant, sua rilettura del capolavoro di Fassbinder del 1972 Le lacrime amare di Petra von Kant. Un omaggio al cinema del grande autore tedesco che passa attraverso uno “scambio di genere”: da Petra a Peter, ovvero dalla magra e emaciata stilista interpretata da Margit Carstensen all’opulento e florido regista interpretato da Denis Ménochet. Al centro della scena ovviamente il rapporto d’amore tormentato (oggi si direbbe tossico) tra Peter e il giovane Amir (Khalil ben Gharbia) in sostituzione dell’amore lesbico tra Petra e la modella Karin. In questa rielaborazione, il nocciolo della riflessione fassbinderiana sull’amore e sui rapporti rimane comunque invariato: il regista francese ha parlato chiaramente di «gelosia e dominio». L’evoluzione dell’amore tra Peter e Amir – figura che ricorda El Hedi ben Salem, attore e amante del cineasta tedesco – e il rapporto servo-padrone tra Peter e Karl sono dei perfetti calchi ricavati dall’originale opera del 1972: stessi tempi, stesse battute e parole. A cambiare sono piuttosto le fattezze, le dimensioni dei sentimenti in gioco. A una Petra macilenta e disperata, quasi sulfurea nella sua disperazione patologica dopo l’abbandono di Karin, risponde un Peter che si sfoga sul bere e sul cibo (Ozon mostra più champagne e più vivande). In Peter von Kant amore e dolore sembrano avere tempi di consumo diversi e emanare un’ironia e una giocosità maggiori. Ménochet incarna quindi un parossismo dell’eros e dell’abbandono che ha tratti più moderni e meno strutturati a livello ideologico rispetto a quelli fassbinderiani (del resto la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 furono periodo culturale dove l’analisi filosofica del potere come dominio e la rilettura psicoanalitica della dialettica hegeliana servo-padrone erano temi ossessivi e totalizzanti). Il corpo maschile di Amir, l’amato oggetto del desiderio, inoltre, viene ripreso da Ozon in maniera più viva e carnale rispetto a quanto fatto da Fassbinder su Karin. Anzi, il rapporto tra Karin e Petra era figurativamente legato ai manichini da sartoria, corpi morti e inanimati, e a una bambola feticcio. Queste poche ma significative variazioni permettono a Ozon di parlare di sé stesso e del suo sguardo cinematografico attraverso Fassbinder.

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La ligne di Ursula Meier

Una particolare geometria dei rapporti, questa volta filiali, viene narrata anche nel film di Ursula Meier, La Ligne. Margaret (Stéphanie Blanchoud), durante una lite, aggredisce violentemente la madre musicista Christina (Valeria Bruni Tedeschi, sempre convincente nelle vesti di donna sciroccata e problematica). Interviene la legge, con un ordine restrittivo per Margaret: non potrà più cercare contatti con la madre e dovrà rimanere ad almeno cento metri di distanza dalla sua abitazione. Spesso, troppo frettolosamente, si parla del nostro presente come di un mondo senza fili, fatto di rapporti liquidi, senza linee precise, senza stabilità. La regista franco-svizzera invece sembra voler far riflettere in termini opposti: quando la sorellina di Margaret (Elli Spagnolo), per tenere distante la donna che non rinuncia a cercare un confronto con la madre, dipinge con la vernice la linea di separazione dei cento metri, appare in maniera tangibile l’importanza della sacralità del confine e dello spazio. Attraverso il contesto di una famiglia disfunzionale, questo film corrosivo e originale capta l’anarchia dei sentimenti nella loro difficile lotta per trovare uno spazio, appunto ben delineato, dove definirsi.

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Robe of Gems di Natalia López Gallardo

Natalia López Gallardo si è aggiudicata l’Orso d’argento, gran premio della Giuria con Robe of Gems, dramma su uno dei problemi sociali che più attanaglia il Messico: il narcotraffico e i suoi desaparecidos. Complice la proliferazione di documentari e serie tv (su tutte Narcos) questi mali sono diventati ormai canonici sullo schermo: molta azione e sullo sfondo delucidazioni didascaliche che tentano di spiegarne l’origine. Gallardo opta invece per una vicenda corale, catturata da una forza visiva a tratti notevole e che riesce a sfuggire alla trappola di un manierismo troppo insistito. Protagoniste sono tre donne: la borghese Isabel (Nailea Norvind), la domestica María (Antonia Olivares) e il capo della polizia locale Roberta (Aida Roa), tutte legate nella stessa spirale di violenza. Una spirale il cui plot tuttavia non è semplice da seguire e comprendere: l’intenzione della regista sembra infatti quella di volere che lo spettatore svisceri non tanto la storia in sé, ciò che sta accadendo, ma piuttosto quello che le sta attorno, la psicologia e i vissuti delle protagoniste. Questo può essere il punto dolente della pellicola, una confusione e una non chiarezza, che però lasciano allo spettatore la possibilità di sperimentare prima di tutto la visione e la forza disturbante del cinema.

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