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Grazie a Dio

Un film intenso ed equilibrato che rende le vittime protagonisti, mostrando le loro emozioni e fragilità, come gli effetti del trauma subito abbiano intaccato anche i loro rapporti familiari.

Dopo il successo riscosso in Francia, arriva anche nelle sale italiane l’ultima fatica di François Ozon, Grazie a Dio, Orso d’argento all’ultimo Festival di Berlino. Il film tratta il caso Preynat, prete lionese che ha abusato di minorenni negli anni 1980-1990. I protagonisti sono infatti Alexandre (Melvil Poupaud), François (Denis Ménochet) e Emmanuel (Swann Arlaud), tre delle tante vittime di Preynat, che con dolore e rabbia e talvolta in preda a crisi psico-fisiche iniziano a denunciare, dopo decenni, gli abusi subiti da bambini nel campo scout gestito dal sacerdote.

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Tutto parte da Alexandre: egli scopre che Preynat (Bernard Verley), tornato a Lione, celebra abitualmente messa ed è sempre a contatto con bambini. Inizia così la sua lotta per denunciarlo e il successivo e doloroso scontro con l’ambiguità e i silenzi dell’arcivescovo di Lione Barbarin (François Marthouret) che vorrebbe indurre Alexandre, devoto cattolico praticante, a perdonare Preynat e a relegare così nella sua sfera intima e privata il trauma subito. Alexandre non ci sta e si affida alla giustizia, dando il via a un’inchiesta che coinvolgerà poi gli altri due protagonisti. Ben presto i tre si conosceranno e creeranno l’associazione La parole libérée col fine di dare voce ad  altre vittime; ed è avendo scoperto quasi per caso il sito ideato dall’associazione, avendo letto le testimonianze lì presenti e poi avendo conosciuto personalmente le persone coinvolte, che Ozon ha preso la decisione di girare il film.

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Per analogia coi temi trattati, Grazie a Dio si lega a due recenti film: Il caso Spotlight di McCarthy e Il club di Larraín (anch’esso Orso d’argento a Berlino nel 2015). Se nel primo film il taglio è quasi documentaristico, con al centro l’inchiesta giornalistica che portò a galla gli abusi compiuti da preti dell’arcidiocesi di Boston, nel secondo invece il taglio è più introspettivo, con inquadrature fisse che cercano di sondare l’animo oscuro dei preti rinchiusi nella casa-pensione di un villaggio cileno per i loro gravi peccati. Ozon pare percorrere una via di mezzo tra questi due registri: il suo film da un lato segue fedelmente le tappe (anche mediatiche) della vicenda giudiziaria sul caso Preynat, dall’altro, rendendo questa volta le vittime protagoniste del film, racconta le loro emozioni e fragilità, mostrando come gli effetti del trauma subito abbiano intaccato anche i loro rapporti familiari.

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Non era certo facile tenere assieme tutti questi elementi narrativi, eppure Ozon riesce nell’impresa: il suo film è tanto intenso quanto equilibrato. I passaggi di testimonianza tra i tre protagonisti, accompagnati dalle loro telefonate e e-mail di denuncia, si succedono con naturalezza, quasi a mostrare  l’essenziale importanza della solidarietà e del reciproco sostegno; il ricordo del trauma è affidato a discreti ma alquanto significativi flashback che non indugiano in una facile retorica. In occasione della presentazione del film in Italia, Ozon ha parlato dei tentativi dell’arcidiocesi di Lione di bloccare il film. Del resto, Grazie a Dio, titolo del film, è l’inizio di una terribile frase pronunciata da Barbarin durante una conferenza stampa, una frase che mette a nudo e non lascia scampo  all’ipocrisia ecclesiastica.