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Voyage of Time – Terrence Malick

Chi conosce anche solo superficialmente l’’opera di Terrence Malick riconosce la sensibilità di un cineasta che è qualcosa di più, e qualcosa di diverso, di un semplice regista. Discepolo di Stanley Cavell e profondo conoscitore di Hegel, Heidegger e Wittgenstein, Malick in ogni suo film ha elaborato una profonda e coerente riflessione filosofica sull’’esistenza e sulla natura. La sua visione del sacro potrebbe essere accostabile al “Deus sive Natura” di Spinoza: nella Natura, nell’’essenza più intima di ogni vivente, brilla la scintilla della divinità che l’ha creata.

Da diversi decenni Malick inseguiva il progetto di un film privo di narrazione convenzionale, senza attori e inscritto in una dinamica di totale libertà formale, in cui le immagini fossero puro veicolo di senso. Quel progetto, che in un titolo preliminare doveva chiamarsi “Q” è con ogni probabilità confluito in Voyage of Time, attesissimo documentario coprodotto dalla National Geographic e presentato in concorso a Venezia.

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Quella di Voyage of Time è un’’esperienza immersiva che non ha eguali nel documentarismo cinematografico. Attraverso una serie di immagini di abbagliante bellezza, ottenute mediante sistemi di ripresa digitale tecnicamente sbalorditivi, Malick ripercorre in 90 minuti l’origine della vita, dal Big Bang fino ai grattacieli delle metropoli americane. Infinitamente grande e infinitamente piccolo si confondono in una straordinaria sinfonia di immagini e colori, accompagnata dalla voce di Cate Blanchett che recita un vero e proprio Inno di lode e ringraziamento a Madre Natura. Il ritmo di progressione del processo evolutivo avrebbe, tuttavia, forse beneficiato di un passo più lento e di tempi più dilatati, soprattutto nella parte finale. Alcuni inserti con scene di vita contemporanea da diversi angoli del globo, così distanti dalla sacralità della natura, sono poi interpolati alle riprese naturalistiche e sembrano inscriversi in modo non perfettamente riuscito nel corpo del film.

Pur evidenziando quindi anche qualche limite, Voyage of Time rimane un magnifico documentario naturalistico, perfettamente inserito nella poetica di un cineasta così singolare. Sbagliato quindi attendersi approcci inusuali o grosse novità da un autore da sempre estremamente coerente con la sua idea di cinema, con il suo linguaggio espressivo e con i temi della sua personale ricerca filosofica. Dopo The Tree of Life (2011), vero film spartiacque nella filmografia di Terrence Malick, sembra che ogni titolo rappresenti una nuova ramificazione gemmata da quel tronco principale. Voyage of Time è questo ma è, allo stesso tempo, il fondamento e il terreno su cui tutto il cinema di Malick ha, da sempre, camminato.