spira mirabilis marina vlady

Spira Mirabilis – Martina Parenti, Massimo D’Anolfi

Due indiani Lakota riflettono sulla loro cultura, nei luoghi in cui l’’uomo bianco ha calpestato la loro identità. Un biologo giapponese conduce ricerche su una specie di meduse in grado di perpetuare all’’infinito il loro ciclo vitale. In Svizzera un team di esperti produce, a partire da lamine di metallo, gli steel-pan, particolari strumenti idiofoni a percussione. A Milano una squadra di artigiani lavora alla manutenzione e riparazione delle sculture che adornano il Duomo. Marina Vlady recita passi dell’’Immortale di Borges.

Presentato in concorso nella sezione principale a Venezia, Spira Mirabilis nasce con l’’intento dichiarato dei due registi Martina Parenti e Massimo D’’Anolfi di rompere gli schemi della sintassi cinematografica convenzionale realizzando un film “contemplativo”, pur rimanendo all’’interno di una cornice documentaria che registri, nel modo più diretto possibile, la realtà. Totalmente privo di commento o di indicazioni su cosa lo spettatore stia effettivamente guardando, sceglie quindi di evocare suggestioni piuttosto che fornire risposte, attraverso l’’accostamento, più volte criptico, di scene differenti.

spira mirabilis locandina

Quello che convince meno, in una operazione che almeno nelle premesse è indubbiamente suggestiva, è tuttavia proprio l’’eterogeneità di soggetti accorpati nel film, accentuata da un montaggio che le mescola in modo arbitrario. Appare forzata anche la chiave di interpretazione elementale proposta dagli autori nel press-book del film, ardua da decodificare per uno spettatore privo di orientamento. Le cinque scene che compongono il film rimanderebbero a cinque elementi, in una riflessione poetica sull’’immortalità: il fuoco (indiani Lakota), l’’aria (steel-pan), la terra (le statue del Duomo), l’’acqua (le meduse) e l’’etere (Marina Vlady). Non pervenute, o inarrivabili, le chiavi di lettura sul titolo del film, cerebralmente collegato addirittura al teorema di Bernoulli. Appesantisce ulteriormente il film una durata superiore alle due ore, troppo per un testo così ermetico e complesso.

Oggetto filmico quindi decisamente ostico, frutto di scelte figlie forse di una eccessiva, pretesa, autorialità che tiene in scarsa considerazione il destino ultimo di qualsiasi testo audiovisivo: la sua fruizione da parte di un pubblico, sfornito di cartella stampa. Discutibile la scelta di includere un’’opera di questo tipo nel concorso principale e gravarla di inevitabili aspettative facendole rappresentare l’’Italia.