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L’uomo invisibile

Leigh Whannell aggiorna con gusto L’uomo invisibile: ribalta la prospettiva trasformando il film da horror con il mostro a thriller sullo stalking e sulla paranoia di essere costantemente spiati.

Aggiornare un film è quasi come seguire una ricetta: bisogna separare i suoi diversi componenti, soppesarli, eliminare gli elementi inutilizzabili e tenere solo quelli ancora validi. Poi aggiungere al composto nuovi ingredienti quanto basta. Certo, non sempre il piatto riesce alla perfezione, tuttavia quando si usano materie prime fresche e scelte con cura, le si assembla con gusto e un pizzico di creatività, il prodotto finale riesce sorprendentemente a stupire, come accade con L’uomo invisibile di Leigh Whannell. Il regista mastica pane e horror: come l’amico e collaboratore James Wan ha una certa dimestichezza con il genere, ha sceneggiato tre lungometraggi della serie Saw e tutti i film della saga Insidious, firmando la regia del terzo capitolo (Insidious 3 – L’inizio). Ha poi diretto l’action-horror Upgrade prima di arrivare al progetto de L’uomo invisibile, film targato Blumhouse Production che si inserisce nell’iniziativa di rilancio sul grande schermo dei più famosi mostri della Universal (il primo tentativo è stato nel 2017 con La Mummia).

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Whannell, nel suo aggiornamento del film di James Whale del 1933 (tratto a sua volta dal libro di H. G. Wells), ribalta il punto di vista e sposta il focus dalla storia dell’uomo invisibile a quella della sua vittima. Cecilia (Elisabeth Moss) scappa da una relazione tossica con il maniaco del controllo Adrian (Oliver-Jackson Cohen); ma anche dopo la notizia della morte di lui, la donna continua a percepirne la presenza. È soprattutto questa prima parte che regala i momenti più riusciti: la tensione cresce lentamente, invisibile ma soffocante, fino a diventare paranoia. La protagonista Cecilia è, come la Sawyer di Unsane, vittima delle perverse macchinazione del suo stalker: la presenza del persecutore è costante, ma entrambe le donne vengono ritenute pazze, piuttosto che credute.

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L’intuizione vincente di Whannell, che scrive e dirige il film, si basa su questo spostamento di prospettiva, trasformando il film da horror con il mostro a thriller sullo stalking. La storia ruota quindi attorno a Cecilia, che ha il volto di Elisabeth Moss, diventato ormai – dopo l’immenso successo della serie tv The Handmaid’s Tale ­– un simbolo della lotta delle donne contro ogni tipo di sopruso: come l’ancella Difred si riappropria del suo corpo e della sua identità (e del nome: June), anche Cecilia segue un arco evolutivo da vittima a eroina, riacquistando quello che l’ex compagno-uomo invisibile le aveva tolto: la libertà.

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E se il climax finale spezza, con un’overdose di action, la sana tensione della prima parte del film, tuttavia questo aggiornamento de L’uomo invisibile contiene gli ingredienti giusti: la prospettiva della vittima e al femminile, la scelta di lasciare nell’ombra il più possibile la minaccia, la costruzione di una storia semplice ma molto attuale ed efficace. Whannell conosce la paura e l’orrore, e nel suo ultimo lungometraggio racconta una delle grandi fobie contemporanee: l’ansia di essere seguiti, spiati, sempre esposti alla visione onnisciente di una telecamera invisibile.