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Knives and Skin

Un coming-of-age contaminato da mistero e metafisica, che dipinge una realtà fatta di relazioni atrofizzate, amicizie e rapporti familiari alla deriva, bugie e tradimenti reiterati.

Andy e Carolyn alla loro prima volta, sulle rive di un lago. Lui preme per andare fino in fondo, lei però cambia idea; lui si arrabbia, risale in macchina e la lascia lì. Successivamente la ragazza scompare e la comunità è scossa. È l’incipit di Knives and Skin, presentato all’edizione 2019 del Festival di Berlino, e diretto da Jennifer Reeder, la quale esplora la (non) reazione di alcuni ragazzi e dei relativi genitori alla scomparsa della giovane.

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Sebbene il suo sguardo sia più incentrato sul racconto di formazione, l’iconografia creata da Jennifer Reeder deve molto all’immaginario lynchiano di Twin Peaks. Un filo di inquietudine attraversa tutti i personaggi i quali, eccetto la madre della ragazza, non sembrano davvero sconvolti per il fatto e vivono passivamente le giornate tra scuola e amicizie o amori fragili. Il tono da thriller psicologico è atto a descrivere l’imprevedibile personalità di studenti e adulti: se i primi mentono per sentirsi grandi, i secondi lo fanno nel disperato tentativo di salvaguardare se stessi. In una piccola comunità (vedi anche alla voce Dark di Netflix) la scomparsa di una ragazza apre una voragine negli animi dei suoi abitanti, abbattendo i sorrisi di facciata ed esponendoli a quella che è la loro vera natura. Come un mulinello d’acqua, il vuoto genera un circolo vizioso in cui nessuno è in grado di aiutare nessun altro e la disperazione della madre di Carolyn non viene compresa né supportata, ma anzi presa in giro da alcune ragazze. È solo quando viene ritrovato il corpo che una sorta di armonia si reinserisce nella comunità: nuove storie sincere nascono, menzogne vengono rimosse, personalità riemergono.

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L’atmosfera tra il teso e il metafisico è l’aspetto più interessante del film – nonostante siano evidenti gli echi del cult Donnie Darko e certi frammenti di estetica al neon di Nicolas Winding Refn. Tuttavia la sensazione di vuoto evocata dalla (non) storia non rimane impressa, portando la pellicola ad apparire come un buon esercizio di stile.