Mogadishu Soldier 2

Quanto è vero il Cinema del Reale?

Al Biografilm Festival di Bologna l'occasione per riflettere sulla profonda natura del cinema documentario

Giunto alla 13esima edizione, (9-19 giugno 2017) il Biografilm Festival di Bologna, dedicato alle storie di vita con una ricca programmazione che si concentra sul meglio del cinema biografico e documentario internazionale, rappresenta un appuntamento importante non solamente per appassionati cinefili o esperti del settore. Perfettamente radicato nel tessuto cittadino, il festival bolognese, ogni anno riesce a regalare al proprio nutrito pubblico importanti anteprime nazionali e internazionali, film ricercati dalla stagione festivaliera in corso, così come grandi ospiti: autori, registi, produttori, artisti e musicisti (quest’anno tra i più acclamati sicuramente Peter Greenaway, Piera degli Esposti e Claudia Cardinale omaggiati con il Celebration of Lives Award, Pierce Brosnan e Francis Ford Coppola che ha tenuto una masterclass).

I titoli di maggior richiamo sono sicuramente stati Manifesto (2017) di Julian Rosefeldt, presentato nella sezione Biografilm Art, in cui Cate Blanchett interpreta 13 personaggi differenti, 13 monologhi ispirati a manifesti letterari; Nella sezione “Best of Fest” invece, spiccano Paris Can Wait (2016), l’opera prima di fiction di Eleanor Coppola, moglie del regista Francis Ford, un film on the road con Diane Lane, Arnaud Viard e Alec Baldwin ambientato in Costa Azzurra e The Lost City of Z (2016), ultimo film di James Gray, già al New York Film Festival e fuori concorso al Festival di Berlino, che ripercorre la vera storia dell’esploratore britannico Percy Fawcett (Charlie Hunnam), nel cast anche Robert Pattinson e Sienna Miller. Dall’altra parte, a richiamare maggiormente l’attenzione del pubblico nel concorso principale, An Inconvenient Sequel: Truth to Power (2017) di Bonni Cohen e Jon Shenk, seguito a distanza di undici anni di Una scomoda verità (2006) concentrato sulla lotta di Al Gore nel portare alla luce la crisi climatica e Risk (2016), documentario della regista premio Oscar Laura Poitras, autrice di Citizenfour (2014), questa volta incentrato sulla figura di Julian Assange.

An Inconvenient Sequel: Truth to Power

An Inconvenient Sequel: Truth to Power, Bonni Cohen e Jon Shenk

Inoltre, tra i grandi meriti del festival c’è quello di focalizzare l’attenzione su nuove forme del cinema documentario, sperimentazioni, ibridismi che riflettono sul linguaggio audiovisivo, sul mondo digitale, sulla convergenza con le nuove tecnologie, internet e i social media (la sezione “Rivoluzione Digitale” ad esempio) così come su approcci e metodi meno convenzionali e istituzionali. Un’attenzione speciale è riservata, già anche nell’edizione precedente, al documentario giornalistico d’inchiesta, che riesce ad investigare ed esplorare l’attualità, le trasformazioni sociali e mediatiche attraverso una ri-lettura dei fatti, molto spesso contro corrente rispetto alla visione e all’approccio privilegiati dai mezzi d’informazione di massa tradizionali.

Il cinema documentario naturalmente, data la natura del mezzo, è diventato uno strumento imprescindibile per il giornalismo indipendente d’inchiesta, trovando un pubblico vasto, filmando, svelando ed indagando questioni chiave del nostro tempo, oscure o spesso insabbiate per motivi politici e di censura. Un eterno e continuo ritorno verso la natura ontologica del cinema documentario (catturare la realtà e trasmetterla senza manomissioni) che in qualche modo corrisponde anche alla questione morale ed etica del giornalismo indipendente: mostrare quello che accade intorno a noi, senza auto-censura, senza retorica senza sensazionalismo e strumentalizzazione. Tuttavia a caratterizzare, molto spesso, un certo tipo di cinema documentario, mi riferisco in particolar modo al contesto americano, è uno stile e uno approccio legato indissolubilmente al cinema di finzione, e ad una costruzione, data naturalmente a veicolare il messaggio, non dissimile da una manipolazione che gli autori sembrano voler fuggire in prima istanza.

citizenfour

Citizenfour, Laura Poitras

Esempio chiave del nostro tempo è naturalmente Citizenfour, documentario che aveva fatto esplodere una vera e propria bomba mediatica (Datagate). La testimonianza di Edward Snowden, raccolta dalla telecamera della Poitras giunta ad Hong Kong per intervistare il “whistleblower” insieme ai giornalisti Glenn Greenwald e Ewen McAskill, aveva svelato al mondo informazioni top secret concernenti operazioni di sorveglianza di massa nei confronti di cittadini sia americani che stranieri, messe in atto dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale statunitense (NSA). A rendere il film così tagliente ed efficace, non solo i contenuti, le tematiche trattate e l’eccezionalità delle rivelazioni fatte, ma anche, e forse specialmente, l’intreccio di generi. Un fatto di cronaca politica che diventa un thriller internazionale ad alta tensione, una spy story la cui sorte del protagonista è ancora sconosciuta. Un ibrido che sembra dover necessariamente attenersi e seguire strutture e procedure proprie del cinema di finzione, come la costruzione della suspense (musica martellante e montaggio alternato) per veicolare il proprio messaggio e arrivare alla verità.

RISK logo

Risk (2016) si avvale degli stessi codici estetici, e morali, cercando di gettare luce su una delle figure più controverse degli ultimi anni, ovvero Julian Assange, fondatore di WikiLeaks. Diluito nell’arco temporale di diversi anni (le prime interviste risalgono al 2011), questo film, non ha sicuramente lo stesso impatto mediatico (uno scenario che è stato ampiamente discusso dai media nazionali e internazionali) ma anche emotivo del predecessore. A mancare dunque non è l’intento, la resa filmica o estetica, ma forse il richiamo e l’interesse dell’argomento, o per meglio dire, il tempismo, che rappresenta il punto focale di Citizenfour, ovvero essersi trovati al posto giusto nel momento giusto durante gli otto giorni che sconvolsero l’America. Il film inoltre, manca di una vera e propria coesione etica e politica, a seguito dei mutamenti avvenuti nel corso della lavorazione, come il rapporto tra la regista e Assange, definitivamente chiuso dopo la proiezione del film al Festival di Cannes, così come gli scandali e le accuse che avevano coinvolto il fondatore di WikiLeaks. L’uomo che era stato visto come una figura chiave della libertà di espressione, di stampa, del nuovo modo di fare giornalismo nell’era di internet, tuttavia, nel corso degli anni, si è rivelato un individuo artificioso, equivoco ed estremamente ambiguo. Lo stesso WikiLeaks ha mostrato una serie di contrapposizioni, se da una parte sia innegabile la sua importanza nella lotta contro i poteri forti, nello smascherare corruzioni, soprusi, violazioni e giochi di potere, dall’altra si è servito spesso di mezzi illegali, non del tutto trasparenti, agendo a favore delle agency, delle corporazioni e dei governi da cui è finanziato in maniera anonima.

L’etica, il metodo, la natura del giornalismo indipendente, “il fine che giustifica i mezzi”, risvegliare le coscienze assumendo anche “rischi”, sono aspetti chiave di un altro film, presentato nella sezione “Contemporary Lives”, ovvero All Governments Lie: Truth, Deception, and the Spirit of I.F Stone (2016) di Fred Peabody. “Tutti i governi mentono” era il mantra che accompagnava Isidor Feinstein Stone, figura chiave del giornalismo indipendente statunitense, creatore della newsletter I.F Stone Weekly. Il film ripercorre tratti e articoli salienti della sua carriera, ai margini del sistema, dando voce alle persone che sembrano aver raccolto la sua eredità (tra questi figurano anche Laura Poitras, Glenn Greenwald e Jeremy Scahill che hanno fondato il blog The Intercept). Il film sottolinea l’importanza del giornalismo indipendente, come missione, non solo per il rilievo delle informazioni trasmesse, ma anche per l’approccio trasparente, veritiero con cui queste vengono condivise, in forte contrapposizione con i principali mezzi d’informazione, le televisioni di stato e altri canali ufficiali che invece falsificano le notizie, insabbiando alcuni accaduti ed episodi, indirizzando il pubblico ad un certo tipo di pensiero, tecniche e metodi atti alla “fabbricazione del consenso”, teorizzata da Noam Chomsky, intervistato anche nel film. Tuttavia, risulta interessante osservare come per svelare e trattare alcune delle inchieste più scottanti degli ultimi anni il film si serva, come i casi precedenti, di un’ibridazione di generi, il reportage che sfocia nel thriller politico.

All Governments Lie: Truth, Deception, and the Spirit of I.F Stone

All Governments Lie: Truth, Deception, and the Spirit of I.F Stone, Fred Peabody

Interessante come il modello del giornalismo indipendente si connoti a questo tipo di struttura, di scelte stilistiche e formali, e non al cinéma vérité o al direct cinema di Albert Maysles ad esempio, che la Poitras vede come suo modello ideale. Questi specifici stilemi estetico-formali, al fine di trasmettere “la verità”, sensibilizzare il pubblico, naturalmente sono dovuto ad una ri-concettualizzazione del linguaggio filmico, e soprattutto mediatico. Un cinema quindi che non ha intenzioni pedagogiche o didattiche, ma che vuole dire, oltre che mostrare, veicolare un messaggio, cercando di raggiungere un pubblico più vasto possibile. Un cinema che padroneggia le specificità e caratteristiche del cinema di genere, proprio perché familiari e assimilabili al grande pubblico. Nonostante non ci siano approcci giusti o sbagliati, tuttavia, spesso, a rimanere saldamenti ancorati alla propria scuola di pensiero e posizione militante, si rischia di avere una visione limitata, oscurata dai propri pre-concetti. Molti hanno mosso accuse del genere, ad esempio, nei confronti di Michael Moore, criticato, non solo per la retorica e la vena propagandistica che sembra caratterizzare talvolta i suoi lavori, ma perché sembra voler cercare il sensazionalismo e lo scandalo utilizzando talvolta mezze verità assolutamente attaccabili.

Draquila, Sabina Guzzanti

Draquila, Sabina Guzzanti

Un approccio al cinema documentario estremamente militante, nonostante si possano condividere certe posizioni, può offuscare la tematica trattata rischiando di trasformare il giornalismo di impegno civile in propaganda. Nonostante le indubbie verità di fondo, anche il cinema di Sabina Guzzanti, a cui è stata dedicata una retrospettiva durante il festival, vede i suoi tentativi di denuncia, spesso, schiacciati dal peso e dalla restrizione della sua visione, a volte limitata, e della sua figura. Dopo Viva Zapatero! (2005), la regista con Draquila-L’Italia che trema (2010) aveva focalizzato l’attenzione sullo scandalo concernente la politica dell’emergenza e del grande evento gestita dalla Protezione Civile, a seguito del terremoto dell’Aquila del 2009. Tuttavia, nonostante la centralità e importanza degli argomenti esplorati, l’indagine sembra perdere il suo focus, risultando meno approfondita di quanto poteva essere, dal momento che la comica, sottolineando come Berlusconi abbia sfruttato a proprio vantaggio il terremoto, si schiera in modo netto ed esclusivo, seppur la sua posizione sia condivisibile, contro l’ex Premier tracciando in maniera a volte superficiale la complessità della materia trattata. La satira e il tono grottesco caratterizzano anche La trattativa (2014), film che questa volta parte dal rapporto Stato-Mafia, per poi concentrarsi sul ruolo fondamentale di Cosa Nostra nella nascita di Forza Italia, e i legami con i capi del clan e Berlusconi. Collegando in maniera lineare, e forse fin troppo, vari pezzi del puzzle il film non riesce ad aggiungere niente di nuovo a quello che era già stato detto precedentemente, semplificando le complicazioni, i numerosi quesiti e le problematicità comunque, ancora oggi, non del tutto chiare. Per un approccio completamente diverso, ma per simili tematiche, si può ricordare, dello stesso anno, Belluscone-Una storia siciliana (2014) di Franco Maresco, il cui tono grottesco e paradossale invece che indebolire l’inchiesta, dà vita ad uno spaccato feroce e profondo del nostro Paese, evitando di riproporre un’altra maschera di Berlusconi.

Mogadishu Soldier, Torstein Gruder

Mogadishu Soldier, Torstein Gruder

Senza filtri e senza (auto)censura, senza una schierata e sfacciata posizione militante alle spalle è invece il documentario Mogadishu Soldier (2016) di Torstein Grude, coproduttore dei due film di Joshua Oppenheimer, The Act of Killing (2012) e The Look of Silence (2014), presentato nella sezione “Contemporary Lives”. Il film si concentra sulla Guerra civile in Somalia, un conflitto che dura da quasi trent’anni, ricostruendo, attraverso immagini in presa diretta sfumature e contraddizioni che caratterizzano la lotta armata e chi le conseguenze le sta vivendo sulla propria pelle. Il regista infatti ha consegnato una videocamera a due soldati burundesi inviati dalla Missione dell’Unione africana (AMISOM), per conto dell’Onu, una milizia che dovrebbe assicurare la sicurezza e la pace. Tuttavia, da questa ricostruzione, dalle immagini catturate dai soldati della realtà che li circonda, emerge un quadro estremamente sfaccettato e problematico. I militari, che non hanno alcuna esperienza nel campo delle riprese video, sembrano giocare con la camera, filmando i propri compagni in pose grottesche mentre sparano all’impazzata verso il vuoto. Le persone dei villaggi non hanno alcun tipo di familiarità con il mezzo cinematografico, che guardano con paura ma anche con estrema curiosità. A differenza dei film citati precedentemente non sembra esserci nessuno dietro (o davanti) la telecamera, pronto ad utilizzare un certo tipo di linguaggio, di approccio, focalizzandosi su determinati punti piuttosto che su altri, al fine di diffondere il proprio messaggio e le proprie intenzioni. Quello che emerge dalle immagini è trasparenza, dal momento che non ci sono figure esterne i soldati possono filmare gli avvenimenti dall’interno, altrimenti non documentabili (la consegna delle razioni ai villaggi, le operazioni di soccorso, la cattura di un prigioniero, le scene di guerriglia, gli agguati in territorio nemico o i decessi nel campo militare). Un racconto e una ricostruzione che sembra trasmettere la vera realtà dei fatti, nessuna costruzione o intento di veicolare un pensiero, tanto che a tratti pare una trasposizione davvero ingenua, dal momento che emergono una moltitudine di contrapposizioni e stranezze per quella che dovrebbe essere una missione di pace. Un’operazione che sembra proprio riflettere sulla natura ontologica del cinema documentario, catturare la realtà così come appare (paradossalmente i due soldati non riescono neanche a cancellare alcuni filmati, che si promettono di eliminare dalla memoria della telecamera, episodi nei quali assumono comportamenti estremamente sessisti e condannabili). A sottolineare l’enorme differenza tra questo approccio e quelli citati in precedenza, basti vedere come una giornalista inviata in Somalia dalla CNN decida di intervistare i due soldati scegliendo accuratamente un posto che abbia una determinata luce e suggerendoli cosa dire e non davanti alla camera. Nonostante nessun soldato creda nella missione di pace, (un Paese in cui secondo loro è impossibile portare a terminare il conflitto armato, preoccupazione che emerge dalle riprese dei due commilitoni), l’intervista rilasciata per la CNN, così come per altre Tv di stato, evita di assumere questi toni fatalistici privilegiando, naturalmente, una visione più ottimistica ed evidentemente falsata e artificiosa della questione. Nonostante poi sia stato il regista a scegliere quali immagini e in quale sequenza mostrarle, Mogadishu Soldier sembra aprire nuovi spunti di riflessione sull’utilizzo dei media e conseguentemente del linguaggio cinematografico per la “fabbricazione del consenso”, il giornalismo e la (dis)informazione attraverso un approccio che comunque per natura non può essere obiettivo e neutro, ma che abbandona il complottismo per focalizzare l’attenzione alla correttezza e autenticità dei concetti riportati.