Sponde

Un cinema che impari a guardare il mare

Documentario come archeologia della memoria, nel cinema e nelle parole di Irene Dionisio

È certamente indubbio che negli ultimi venticinque anni, specialmente, il fenomeno migratorio nel nostro paese abbia apportato, e continui ad apportare, le più significative trasformazioni demografiche, economiche, sociali e antropologiche. Tuttavia, è stato soprattutto a partire dai primi anni Duemila, con il flusso migratorio proveniente dal continente Africano che il fenomeno è entrato nel nostro immaginario, nel nostro quotidiano, attraverso i media, la televisione, i giornali, e successivamente il web, molto spesso strumentalizzato in chiave politica.

Oltre agli accesi dibattiti pubblici intorno all’argomento, che mostravano irrimediabilmente quanto l’Italia fosse culturalmente ancora poco preparata al confronto, neanche il cinema, nonostante fin dalle sue origini abbia saputo plasmare, alimentare e costruire la memoria storica e collettiva, raccontando storie per immagini, prendendo ispirazione dalla realtà che ci circonda, ha saputo riflettere in maniera approfondita (mi riferisco al caso italiano) sui nuovi rapporti determinatesi dal fenomeno migratorio e dalla contiguità delle diversità culturali all’interno di uno stesso paesaggio. Pochi registi hanno saputo, e hanno deciso, di concentrarsi ed esplorare questa tematica, confrontandosi con il fenomeno dell’immigrazione. Negli anni Novanta ad esempio possiamo citare alcuni titoli come Pummarò (1990) di Michele Placido, Articolo 2 (1992) di Maurizio Zaccaro, Lamerica (1994) di Gianni Amelio, Sarahsarà (1994) di Renzo Martinelli, Vesna va veloce (1996) di Carlo Mazzacurati, Terra di mezzo (1996) e Ospiti (1998) di Matteo Garrone. Negli ultimi anni, invece, si possono ricordare nel panorama del cinema di finzione Sette opere di Misericordia (2011) di Gianluca e Massimiliano De Serio, Terraferma (2011) di Emanuele Crialese, Il villaggio di Cartone (2011) di Ermanno Olmi, Là-bas – Educazione criminale, di Guido Lombardi (2011), Alì ha gli occhi azzurri (2012) di Claudio Giovannesi.

Tuttavia, è sicuramente grazie al cinema documentario, e alla sua rinascita negli ultimi anni, specialmente nel contesto italiano, che è stata fatta luce sui riflessi umani del fenomeno migratorio, attraverso un linguaggio di forte impatto sociale e politico. Conseguentemente, sono nati alcuni festival cinematografici dedicati a questo tipo di narrazioni e tematiche tra i quali ad esempio: Crocevia di sguardi; LampedusaInFestival; SconfinaMenti: le Culture si incontrano al cinema; Festival del Cinema Africano; Passaggi d’autore: Intrecci mediterranei. In maniera simile, per approccio e tematica, alle manifestazioni culturali sopra indicate, anche la rassegna REMIX (Roma), giunta alla seconda edizione, organizzata al Kino in collaborazione con il DSU (Dipartimento Scienze Umane e Sociali), l’ILIESI (Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee) del CNR, cerca di coniugare racconto cinematografico e ricerca scientifica, attraverso un dialogo costruttivo tra registi ed esperti del settore dei migration studies.

In occasione della rassegna è stato proiettato Sponde. Nel sicuro sole del nord (2015) diretto da Irene Dionisio, vincitore del Premio Solinas come Miglior Sceneggiatura per il Documentario 2012, prodotto in collaborazione con Rai Cinema e con il supporto di Film Commission Torino Piemonte e Sicilia Film Commission. Il film si concentra sul rapporto epistolare (ed umano) tra due uomini: Vincenzo, di Lampedusa, custode di cimitero in pensione, che dà sepoltura ai corpi delle persone che hanno perso la vita durante i naufragi nel Mediterraneo, e Mohsen Lidhabi, postino di Zarzis, in Tunisia, che ha raccolto nel giardino della sua proprietà, indumenti e altri oggetti smarriti appartenenti ai migranti che il mare ha restituito alla terra, costituendo un vero e proprio museo della memoria. Due uomini accomunati da un’analoga reazione umana e solidale nei confronti del prossimo, che decidono di instaurare un rapporto, di confrontarsi, tracciando un filo che attraversa il Mediterraneo, dalle coste italiane a quelle africane, due sponde solo apparentemente inconciliabili, per cultura, religione, pensiero.

I due uomini, “isole nell’isola”, esclusi dalle rispettive comunità, cercano, in due modi differenti, di dare nome e memoria a quelle milioni di storie che si perdono in mare, a quei racconti le cui parole, contenute in bottiglie di plastica, vengono confuse e mischiate, seppellite dal sensazionalismo della cronaca, inghiottite dai flutti del mare e trascinate in profondità dalle correnti. Il film si confronta proprio con la risonanza mediatica, la saturazione e la strumentalizzazione delle immagini di terrore che contraddistinguono e popolano i media nazionali, il loro tono sempre più sensazionalistico e allarmistico, privilegiando, in contrapposizione dunque, uno sguardo intimo e personale: umano.

Come la stessa autrice afferma il film «lavora su un immaginario che noi abbiamo, lavora su immagini che a loro volta ne evocano altre e cercano delle soluzioni». Un’opera «molto interrogativa piuttosto che assertiva» che vuole lasciare «spazio alla riflessione personale». Il cinema documentario per sua natura è uno «strumento libero, personale, a basso costo, che entra nella realtà delle persone e nelle comunità, provocando delle reazioni». Attraverso una «una visione spirituale», uno sguardo antropologico, il film riflette sulla percezione, e il racconto personale, di persone comuni, del luogo, così di come queste vivano sulla propria pelle, nel quotidiano, queste realtà. Una narrazione che procede per l’accumulazione di dettagli, di frammenti, di primi piani, riuscendo a tracciare le fila di un microcosmo, consentendo di «collocare i materiali all’interno di un determinato contesto». Immagini, gesti e testimonianze che vanno a costituire una contro-storia. Un archivio della memoria migrante che bisogna analizzare e osservare in prospettiva, con un approccio «archeologico», che questo ci possa dire chi siamo e chi, forse, dovremmo essere.