Ascoli Piceno. Foto ©Pierluigi Giorgi

Sacro o Santo?

I Teatri del Sacro si trasferiscono ad Ascoli per la V edizione

Consacrare: fare solennemente sacro per mezzo di rito religioso. Dedicare al dio.
Sacrificare: rendere sacro. Offrire vittime o doni alla divinità.
Esecrare: porre fuori dal sacro. Maledire.

Ma il sacro che cos’è? Siamo soliti abbinarlo alla religione, soprattutto al lato del culto: riti, rituali, cerimonie, luoghi, però poi quando dobbiamo definirlo non è affatto chiaro. L’etimologia – incerta – altalena tra un «aderire a» e «seguire, adorare» dando sempre per scontato come oggetto una qualche divinità. Di qui poi la questione «Chi o cosa è dio? il divino?» e non se ne esce più. Prendiamola allora da un punto di vista quanto più laico e scientifico possibile. Leggiamo nella Treccani:

In senso stretto, si definisce sacro ciò che è connesso all’esperienza di una realtà totalmente diversa, rispetto alla quale l’uomo si sente radicalmente inferiore, subendone l’azione e restandone atterrito e insieme affascinato.

Atterriti e affascinati. Dunque, qualcosa di terribile e meraviglioso che «avvince» a sé e che irrazionalmente siamo portati a «seguire». Poi chi vuole può chiamarlo dio:  maiuscolo, minuscolo, singolare, plurale, visibile, invisibile, inconcepibile, irrapresentabile… Insomma, potremmo dire che, fedi a parte, il sacro è ciò che sconvolge la realtà data, sottomette genuinamente e rapisce.

Anselm Kiefer

Anselm Kiefer Die berühmten Orden der Nacht (1997), Guggenheim Bilbao Museoa ©Anselm Kiefer

E come si porta in scena il sacro? Questa è la scommessa lanciata dalla rassegna biennale dei Teatri del Sacro (direzione artistica Fabrizio Fiaschini), che per questa V edizione lascia per la prima volta la “stretta” Lucca per trasferirsi nella ben più accogliente Ascoli Piceno. Certo, la gratuità degli spettacoli ha incentivato la partecipazione, ma per una città in cui la stagione teatrale si limita alla prosa di Baracco, Shammah o teledivi come Gabriel Garko, vedere code, liste d’attesa, repliche straordinarie per spettacoli magari non altrettanto immediati testimonia un’ottima intesa fra offerta e rinnovata domanda.

Foto ©Silvia Varrani

Foto ©Silvia Varrani

Ma ritorniamo al Sacro. Se il bando di produzione è estremamente chiaro nei presupposti (progetti inediti, produzione fino a 12.000 euro, incentivo alle compagnie under 35, alla «scena ‘popolare’», ecc.), quanto invece alla definizione del tema rimane – comprensibilmente – più ondivago: si parla di progetti «incentrati sul sacro, sulle domande della fede e sull’esperienza spirituale, anche in riferimento all’ispirazione cristiana, alla tradizione popolare e al  dialogo tra le religioni».

Diciamo quindi che si declina il sacro più nella sua accezione – per quanto di larghe vedute – ecclesiastica che mistica (d’altronde dietro a questo felice progettualità c’è il Vaticano, che è un’entità innanzitutto politica). Ma, intendiamoci, non c’è certo nulla di male.

Mark Rothko Rothko Chapel (1964-71), Houston Texas, USA

Mark Rothko Rothko Chapel (1964-71), Houston Texas, USA

Non sappiamo molto degli altri progetti passati in selezione se non il nome, né delle ragioni effettive dello scarto (la giuria ha solo i venti minuti di rappresentato e un confronto per valutare e premiare), però a giudicare dai quattro dei quattordici vincitori che abbiamo avuto l’occasione di vedere ad Ascoli, anche le compagnie hanno assecondato una visione più limitrofa alla religione che al sacro. Legittimo. Però, a nostro avviso, ancora una volta – teatralmente parlando – è indicativo di una certa difficoltà d’astrazione, di un’ottemperanza forse alquanto pedissequa alle indicazioni di massima offerte. E quindi, a latere, ci domandiamo se per stimolare ulteriormente la creatività e l’indagine degli artisti (evitando la tentazione di mirare ad accaparrarsi un discreto premio di produzione) non ci sia da ripensare alcune consegne del bando.

Francisco de Zurbaràn San Francesco in meditazione (1635-39), National Gallery, Londra

Francisco de Zurbaràn San Francesco in meditazione (1635-39), National Gallery, Londra

Due temi biblici in riscrittura letteraria: la Genesi nel Paradiso Perduto di Milton, il Libro di Giobbe nell’omonimo racconto lungo di Joseph Roth; e due scritture originali ad ambientazione siciliana: la devozione in cerca di miracoli da una parte, il candore come redenzione dall’altra.

Rispettivamente. Le Belle Bandiere danno vita a una lettura scenica «liberamente tratta» dal poema miltoniano in cui la parola si fa puro suono grazie alla magistrale esperienza attoriale di Elena Bucci e Marco Sgrosso (musica dal vivo del polistrumentista Raffaele Bassetti). Se in principio era il verbo, qui il verbo si fa vagito poetico: l’inferno è luogo di esitazione, Satana la creatura divorata dal dubbio, gli uomini bambini erranti. Di qui la reiterazione della ninnananna, in cui ogni volta la domanda «questo bimbo a chi lo do?» incute l’ominoso presagio del destino dell’umanità. Nonostante l’attenta cura del disegno luci di Loredana Oddone, ci chiediamo solamente se lo spettacolo non potrebbe inseguire diffusioni non teatrali (radiofoniche, ad esempio), prevedere una disposizione di pubblico non frontale o immaginare un attraversamento per stazioni.

Le Belle Bandiere Paradiso Perduto Paradiso Ritrovato. Foto ©Teatri del Sacro

Le Belle Bandiere Paradiso Perduto.Paradiso Ritrovato. Foto ©Teatri del Sacro

Riadattato, riscritto e diretto da Francesco Niccolini, Giobbe di Roth prende la forma di una piccola grande narrazione nella voce e nella gestualità di Roberto Anglisani. Una forma sicura, rodata, senza sbavature, che si fa carico di quella proverbiale pazienza, e abnegazione, e silenzio, di un uomo, ebreo, che nel primo Novecento lascia le ristrettezze della sua modesta Russia per disilludersi nel miraggio della felicità americana. Perde tutto. Perfino la fede. O forse solamente la fiducia. Per un Dio che col suo togliere senza dare (ciò che gli uomini si aspetterebbero) mette alla dura prova la devozione degli ultimi.

Francesco Niccolini Giobbe. Foto di scena ©Silvia Varrani

Francesco Niccolini Giobbe. Foto di scena ©Silvia Varrani

Proprio su questo scarto fra adorazione incondizionata e osservanza interessata si gioca Fidelity Card della Compagnia Cosa sono le nuvole. Nella Tirante (anche autrice) è una madre meridionale che si fa devota, colleziona santini e preghiere, nella speranza che il Signore faccia il miracolo per suo figlio Darex (un giovanissimo GianMarco Arcadipane, notevole per i suoi 19 anni), affetto da «problemi motori». Un’atmosfera vagamente rétro, un po’ anni ‘90, quella messa in scena da Roberto Bonaventura, dove spicca però la doppia struttura verticale sopra balcone/box da infante–sotto stanzino sacrificato: una gabbia speculare che – a nostro avviso –, più della parola spiegata, meriterebbe uno sviluppo nella sua tacita eloquenza del contrasto fra diversità e accettazione (tanto nella discriminazione quanto nella speranza di un cambiamento miracoloso).

Cosa sono le nuvole Fidelity card. Foto di scena ©Silvia Varrani

Cosa sono le nuvole Fidelity card. Foto di scena ©Silvia Varrani

Infine Vuccirìa Teatro racconta la storia di Concetta, idiot savant svenduta dal padre a un bordello in cambio di una capra. Ma la ragazza nella sua purezza obbedirà all’imperativo del fare l’amore a suo modo, cioè portandolo, l’amore, ai suoi clienti, senza mai “farlo”, scompigliando completamente, così,  le dinamiche di potere all’interno di un paesino rurale della Sicilia negli anni ‘40. Ancora una volta sorprende questo ritorno alla prosa da parte di una “giovane” compagnia: scelta che a volta rischia di scivolare nel melodrammatico, indugiando in apici di pathos che frammentano lo spettacolo in tanti piccoli momenti significativi senza concedere il respiro del quotidiano, del silenzio, del marginale. Al contrario della brillante apertura, con la ragazza nuda svilita a merce di scambio, Immacolata Concezione si riassesta su un “tutto-esposto” fatto di scelte formali forse troppo rassicuranti e ben confezionate che mancano del vero dramma del non-detto e dell’indicibile.

Vuccirìa Teatro Immacolata Concezione. Foto di scena ©Silvia Varrani

Vuccirìa Teatro Immacolata Concezione. Foto di scena ©Silvia Varrani

Segnaliamo rapidamente il documentario Durtur di Marco Santanelli e lo spettacolo Leila della Tempesta di Alessandro Berti  entrambi scaturiti dall’inestimabile dialogo interreligioso inaugurato dal frate islamologo Ignazio De Francesco che con grande lungimiranza ha affrontato gli scontri di fede a partire da una prospettiva estremamente laica come quella della nostra – e non solo – Costituzione Repubblicana (progetto Fedi in gioco).

Alessandro Berti Leila della Tempesta. Foto di, scena ©Silvia Varrani

Alessandro Berti Leila della Tempesta. Foto di scena ©Silvia Varrani

I Teatri del Sacro dunque rappresentano senz’alcun dubbio un’esperienza felice e alquanto unica all’interno del sistema produttivo italiano, che pur non puntando necessariamente a un teatro di ricerca e sperimentazione potrebbe – qualora ripensasse in primis il percorso di accompagnamento all’ultimazione delle produzioni e promuovesse ulteriormente l’indirizzamento alle questioni più profondamente legate al sacro – donare nuovo afflato all’ispirazione dell’attuale scena teatrale.

Ascolto consigliato

Ascoli Piceno – 6, 7 e 8 giugno 2017

In apertura: Ascoli Piceno, Piazza del Popolo. Foto ©Pierluigi Giorgi