Terreni Creativi X. Locandina ©Nicolò Puppo

Pensare al domani partendo da oggi

A Terreni Creativi germogliano nuovi pensieri per il futuro

L’immagine è un Cristo nero, incorniciato da una corona di spine da cui spunta qualche fiore. Dietro alla testa, un’aureola dorata irradia raggi. Gli occhi guardano dritto verso l’obiettivo; la bocca accenna un sorriso ma lo sguardo rimane enigmatico. Chi è? È lui che stiamo «crocifiggendo», oggi? Lui: il problema, il pericolo, il «povero Cristo» che viene in Italia in cerca di aiuto (su questi luoghi comuni torneremo).

Questa è l’immagine della locandina (a cura di Nicolò Puppo) scelta per la decima edizione di Terreni Creativi, il festival multidisciplinare ideato e organizzato dalla compagnia Kronoteatro, con la direzione artistica di Maurizio Sguotti, che, come ogni anno, porta le arti performative ad Albenga fra le serre e le aziende agricole—cuore pulsante dell’economia ligure. A Terreni Creativi il legame con il territorio è parte integrante del rito teatrale stesso: si assiste agli spettacoli immersi nel verde di un paesaggio suggestivo offerto dalla riviera ligure di ponente, respirando il profumo delle erbe aromatiche. Questo intreccio insolito fra enogastronomia, economia e teatro lascia pensare che il germogliare dell’arte sia importante tanto quanto quello dei prodotti della terra che poi la Liguria esporta in tutta Italia e all’estero.

Una visione che le istituzioni devono ancora capire in pieno (il festival, che si confronta con risorse esigue, è sostenuto dal MiBAC, dal Comune, dalla Regione, dalla Fondazione Agostino De Mari e da numerosi sponsor privati). Eppure, lo capisce bene il numeroso pubblico, dimostratosi anche quest’anno caloroso e vivace, nutrito negli anni da una proposta artistico-culturale di alto livello accompagnata da una cura logistica e organizzativa che ripaga anche in termini di partecipazione: lo spettatore a Terreni Creativi è il primo orizzonte di riferimento, cosa affatto scontata nel panorama festivaliero odierno.

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Terreni Creativi. Foto ©Luca Del Pia

Il titolo scelto quest’anno è Tomorrow. A ben vedere, un domani incerto e non incoraggiante, sia a livello locale sia globale. Difficile, in questo periodo di instabilità politica e disastri ambientali, non soccombere alla paura o alle preoccupazioni per il futuro. Allora fermiamoci un attimo, vediamo se attraverso le arti performative possiamo intuire delle direzioni da prendere o da evitare, sembra suggerire il festival. Per fare questo però, occorre prima fare i conti con il passato ed è Primo Levi stesso a ricordarcelo in Se questo è Levi di Fanny & Alexander, spettacolo tripartito in cui ogni episodio cristallizza tre momenti chiave del pensiero e delle opere dello scrittore: Se questo è un uomo, Il sistema periodico e I sommersi e i salvati.

Le parole di Levi risuonano oggi con sconcertante necessità, verrebbe da dire, nella voce di Andrea Argentieri, la cui interpretazione impeccabile sottende uno studio minuziosissimo dei gesti, le posture, la mimica e persino l’accento torinese dello scrittore. Questo Levi infatti è eterodiretto, si lascia cioè letteralmente attraversare dal materiale drammaturgico che ha in cuffia (adattato a partire da materiali audio e video presenti nelle teche Rai), e così è la parola limpida e di rigorosa compostezza a scoperchiare un abisso di dolore, un pezzo di storia.

Ogni episodio, adattato in luoghi simbolici della città (una biblioteca che ricrea uno studio privato, l’interno di una serra che ricorda un laboratorio, e la sala consiliare del comune) va gradualmente scavando in una vertiginosa profondità nella personalità prismatica dell’uomo/chimico/scrittore/intellettuale/testimone dell’orrore del Lager che si racconterà ai suoi interlocutori spaziando fra i vari ambiti della sua vita: il rapporto con la scrittura e con la figura dell’intellettuale «della domenica», la volontà di superare l’odio per essere un testimone il più possibile distaccato, la ripresa faticosa di una vita normale, il rapporto con la lingua tedesca e il suo popolo. E certo anche la parte più difficile: l’esperienza del Lager, l’umiliazione, la tenace determinazione a non perdere la dignità in un contesto disumano.

Quasi come avere quindi un Primo Levi redivivo davanti a noi, la compagnia ravennate costruisce un teatro iperreale che stupisce per la sua aderenza mimetica alla realtà, che nasconde sempre un distacco, un attrito (come l’impossibile collegamento skype del primo episodio) che mantiene sempre il pubblico vigile e consapevole della finzione (non a caso Marino accosta lo spettacolo al meccanismo del reenactment di Milo Rau). L’intelligente ed essenziale visione registica di Luigi De Angelis fa sì che emerga con lucidità e commozione il ritratto a tutto tondo di un uomo che ha saputo tradurre un dolore indicibile in una testimonianza della Storia, che diventa memoria collettiva. Se questo è Levi irrompe così con una forza allarmante nella nostra contemporaneità, non perché voglia disegnare dei facili parallelismi con il clima diffuso di odio e xenofobia di oggi (sarebbe d’altronde impossibile), ma perché mostra – non insegna né redarguisce – che il germe irrazionale dell’odio può attecchire sempre in forme diverse. Fanny & Alexander dà al pubblico una responsabilità ben precisa: custodire quelle parole e lasciare che non cadano dimenticate.

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Fanny & Alexander Se questo è Levi. Foto ©Luca Del Pia

La memoria di un’infanzia privata e piena di nostalgia è invece l’ispirazione per First Love di Marco D’Agostin, assolo di danza che è resa dei conti con il proprio passato: una scusa al primo amore del danzatore veneto, lo sci di fondo, per averlo presto “abbandonato” in favore della danza. In una scena di un bianco abbacinante che contrasta con gli abiti colorati casual, D’Agostin interpreta la telecronaca della più celebre gara di Stefania Belmondo, campionessa di sci piemontese e suo idolo di bambino, che vinse con incrollabile tenacia le Olimpiadi di Salt Lake City del 2002.

Gradualmente e con dovizia di particolari, ecco che il danzatore riesce a catturare il pubblico e a trascinarlo con sé nella estenuante gara di Belmondo, trasmettendo, con una dizione limpida e una presenza scenica carismatica e ironica al contempo, le proprie oscillazioni emotive provocate dalla gara, la tensione, l’angoscia vissuta quasi in prima persona ad ogni cedimento, l’euforia finale; tutti aspetti che prendono vita non soltanto nelle parole ma anche nei movimenti che le accompagnano e che rielaborano il mondo dello sci in modo personale e non didascalico, piuttosto, legato a un ricordo lontano.

First Love crea così un cortocircuito fra danza e memoria, parola e gesto che riesce a sfumare i confini fra danza, performance e teatro, facendone qualcosa di inedito e permeato da un’urgenza espressiva genuina. Forse è proprio quest’ultimo aspetto che permette allo spettacolo di arginare il rischio di risultare autoreferenziale.

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Marco D’Agostin First Love. Foto ©Luca Del Pia

Di tutt’altro genere è Animale di Francesca Foscarini, assolo di danza presentato all’ultima Biennale Danza che si ispira alle opere dell’artista Ligabue, i suoi autoritratti e la rappresentazione della natura. Una pittura selvaggia, istintiva, dal tocco inquieto e drammatico, riflesso della vita dell’artista espressionista vissuta in modo altrettanto tormentato. Partendo così dall’esplorazione della radice che accomuna la parola anima e animale, la danzatrice, che entra in scena munita di specchio e sostenuta da un tappeto sonoro che rievoca un contesto naturale, riflette questa dicotomia nella ricerca di un movimento che si muove fra la grazia e l’animalesco, l’umano e l’animale: tensioni e abbandoni, fluidità e blocchi del corpo. Polarità che sfumano l’una nell’altra e che vanno a comporre una performance dall’intenso impatto emotivo.

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Francesca Foscarini Animale. Foto ©Luca Del Pia

A dimostrazione della ricchezza e della diversità dei linguaggi della danza contemporanea, con Salvo Lombardo siamo invece catapultati a vivere il clubbing all’interno di una serra. Il danzatore prosegue la sua ricerca sulla danza legata alla club culture con una performance multimediale che si avvale di musica, danza e visual. Dapprima vestiti in abiti eleganti e sulle note classiche di un valzer, Salvo Lombardo e Daria Greco si spogliano poi degli abiti ingombranti, come di convenzioni, assecondando ora la musica del djset (Stigma Rose – Erika Z. Galli\Industria indipendente) che va dalla techno al synth pop, con linee di movimento essenziali, esibendosi in una danza vibrante, sensuale e ipnotica. Uno spazio di libertà per i corpi, non solo per i danzatori ma anche per il pubblico, che alla fine sarà invitato ad abitare il palco insieme a loro.

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Salvo Lombardo e Daria Greco/Chiasma Outdoor Dance Floor. Foto ©Luca Del Pia

Un altro filone di spettacoli di Terreni Creativi si concentra invece su una riflessione più poetica o sociale che riguarda il nostro presente. In Io. Sono. Solo. Amleto, Marco Cacciola rilegge il classico shakespeariano alla luce di una sensibilità contemporanea che mette in campo varie questioni: la condizione di solitudine del performer in scena, il rapporto con il pubblico, il problema stesso della creazione. Ma non solo, c’è anche la ricerca d’identità di Amleto, il cui dilemma principale, ora, non è se essere o non essere, ma se seguire i dettami del padre o cercare una propria strada. Questo il punto fondamentale dello spettacolo di Cacciola, che, solo in scena di titolo e di fatto, riunisce su di sé più personaggi dell’opera (e anche se stesso) in un’interpretazione brillante e istrionica.

Il testo originale shakespeariano quasi scompare ma ne rimane l’essenza nei testi scritti da Cacciola, Lorenzo Calza, Michelangelo Dalisi, Marco Di Stefano, Letizia Russo, che vengono intervallati dalle incursioni metateatrali dell’attore: la condizione di quest’ultimo va di pari passo con quella di personaggio, con più slittamenti da un piano all’altro. Proprio qui forse sta l’aspetto che confonde di questa versione ambiziosa e personale dell’Amleto: nella volontà di riunire insieme molteplici temi, piani e stili interpretativi che si fondono in modo poco organico, rendendo difficoltoso per il pubblico tenere le fila di tutto ciò che accade.

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Marco Cacciola Io. Sono. Solo. Amleto. Foto ©Luca Del Pia

Nel Racconto delle cose mai accadute, i Quotidiana.com riflettono sul rapporto fra realtà e finzione nell’era digitale e lo fanno prendendo ispirazione proprio dal cinema. Ritroviamo così in scena Paola Vannoni e Roberto Scappin in un improbabile dialogo, spesso sussurrato con un filo di voce, quasi senza intenzione, fra Cyrano e Nikita, due ribelli a loro modo, due diversi, due visioni del mondo opposte e complementari che si ritrovano sul palco in un incontro fatto di (non) situazioni: battute lasciate a macerare nella mente degli spettatori, saette di sarcasmo pungente o dolore desolante. Si riconosce, quasi come un marchio di fabbrica, il consueto lavoro approfondito sulla parola scenica e sul suo incastro con un movimento mai scontato o banale, anche se stavolta forse si nota qualche incertezza drammaturgica che si riflette sul ritmo un po’ statico dello spettacolo.

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Quotidiana.com Il racconto delle cose mai accadute. Foto ©Luca Del Pia

Contemporaneo riesce a essere anche Pitecus, il capolavoro del 1995 del duo RezzaMastrella, vincitori del Leone D’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia, perché contemporaneo – e valido ieri come oggi – è quel malessere di vivere che Rezza, sotto la maschera grottesca della risata, seziona con precisione chirurgica e una potenza scenica ineguagliabile. Maligni, cattivi, qualunquisti, ignoranti: sono architetti senza scrupoli, sorelle di Cenerentola, gli apostoli, persone depresse, genitori inetti, alcuni fra i personaggi-macchiette che fanno capolino da una serie di drappi colorati ideati da Flavia Mastrella e che Rezza abita, deforma, devasta con piccoli distillati di cattiveria sublime capaci di fare piazza pulita dei buoni sentimenti da salotto e riportare a galla il marcio rimosso della società, senza fare sconti a nessuno.

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Antonio Rezza Pitecus. Foto ©Luca Del Pia

E a proposito di questioni contemporanee, concludiamo con la nuova produzione della compagnia Kronoteatro, che per la prima volta inserisce un proprio spettacolo proprio all’interno del festival: Sporco negro. È un cabaret irriverente e non politically correct che vede in scena il conduttore Tommaso Bianco alle prese con due attori non professionisti del Gambia, Bubacarr Bah e Alhagie Barra Sowe. Parlando letteralmente il linguaggio razzista infarcito di stereotipi e luoghi comuni relativi al mondo della migrazione, frutto di anni di bombardamenti e manipolazioni mediatiche, lo spettacolo vuole ottenere l’effetto opposto: smascherare quel linguaggio, osservarlo da vicino per capire quanto sia ridicolo. Un linguaggio che ha origini più lontane di quanto pensiamo, a giudicare dalle immagini di vecchie pubblicità che spezzano l’azione scenica.

Si ride, si ride di gusto ma con l’amaro in bocca assistendo a questi sketch grotteschi e parodistici, a volte quasi dei numeri da circo, che suscitano delle domande: come possiamo evitare di soccombere a questo pensiero diffuso xenofobo e razzista? Come trovare per lo «sporco negro», o al contrario, «il povero cristo», un lessico alternativo, non più legato alla violenza, alla paura, all’indifferenza bensì all’accoglienza, alla comprensione, all’empatia? Ecco che Kronoteatro instilla dubbi anche su noi stessi e il nostro modo di pensare; per questo, a nostro avviso, lavorare su un ulteriore sviluppo drammaturgico permetterebbe di approfondire la rappresentazione di questi stereotipi, magari mettendoli in crisi, o lasciando emergere altri aspetti relativi alla migrazione che si contrappongano a questa narrazione unica, non veritiera e già tristemente conosciuta.

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Kronoteatro Sporco negro. Foto ©Luca Del Pia

Al di là della riuscita o meno degli spettacoli in programma, quello che ci preme sottolineare è la capacità del festival Terreni Creativi, e quindi della compagnia Kronoteatro, di suscitare un pensiero critico attorno ad alcune creazioni contemporanee che, pur nei loro difetti, riescono a fornire una visione d’insieme della società, un punto di partenza da tenere a mente per il domani.

Ascolto consigliato

In apertura: Terreni Creativi X. Locandina ©Nicolò Puppo

SE QUESTO È LEVI
performance itinerante sull’opera di Primo Levi
1 – Se questo è un uomo
2 – Il sistema periodico
3 – I sommersi e i salvati
con Andrea Argentieri
a cura di Luigi De Angelis
produzione E/Fanny & Alexander

ANIMALE
assolo interpretato originariamente da Romain Guion,
in questa occasione da Francesca Foscarini
drammaturgia Cosimo Lopalco
musiche originali Andrea Cera
costumi Giuseppe Parisotto
produzione VAN Ente sostenuto dal MiBAC
co-produzione La Biennale Danza di Venezia

SPORCO NEGRO
con Bubacarr Bah, Tommaso Bianco e Alhagie Barra Sowe
regia Maurizio Sguotti
drammaturgia Kronoteatro
musiche e disegno luci Alex Nesti
costumi Francesca Marsella
movimenti Nicoletta Bernardini
produzione Kronoteatro
con il sostegno di Armunia Centro di Residenze Artistiche Castiglioncello
spettacolo vincitore de I Teatri del Sacro 2019

IO SONO. SOLO. AMLETO
di e con Marco Cacciola
drammaturgia a cura di Marco Cacciola e Marco Di Stefano
con testi originali di Marco Cacciola, Lorenzo Calza, Marco Di Stefano, Letizia Russo
audio live e video Marco Mantovani
luci Fabio Bozzetta
assistente alla regia Carlotta Viscovo
produzione e distribuzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale
si ringrazia InBalia / Residenza IDra / Manifattura K

OUTDOOR DANCE FLOOR
ideazione, coreografia e regia Salvo Lombardo
performance Daria Greco, Salvo Lombardo
Video Daniele Spanò
dj set Stigma Rose (aka Erika Z. Galli\Industria indipendente)
Luci Luca Giovagnoli
Costumi Chiara De Fant
Produzione Chiasma, Roma
con il sostegno di MiBAC – Ministero Beni e Attività Culturali
in collaborazione con Fondazione Romaeuropa
IL RACCONTO DELLE COSE MAI ACCADUTE
di e con Roberto Scappin, Paola Vannoni
produzione quotidiana.com, Kronoteatro
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna
grazie a Armunia Centro Residenze Artistiche Castiglioncello
ALDES/SPAM! rete per le arti contemporanee progetto Residenze
FIRST LOVE
di e con Marco D’Agostin
suono LSKA
consulenza scientifica Stefania Belmondo e Tommaso Custodero
consulenza drammaturgica Chiara Bersani
luci Alessio Guerra
una produzione VAN 2018
co-prodotto da Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale / Torinodanza Festival e Espace Malraux – scène nationale de Chambéry et de la Savoie

PITECUS
di Flavia Mastrella Antonio Rezza
con Antonio Rezza
quadri di scena Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
tecnica Daria Grispino
produzione RezzaMastrella – La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello