Locandina. Grafica ©Nicolò Puppo

Ad Albenga il pubblico non si forma, si coltiva

Terreni Creativi VIII semina dubbi in campo teatrale

Ha da passa’ ‘a nuttata

Che il teatro non goda di grande seguito è fatto risaputo. Qualche inversione di tendenza la si registra pure, sì, ma non ancora così strutturale e strutturata da lasciar ben presagire. Troppe le bolle improvvise, gonfiate ad arte secondo quel consolidato meccanismo di mercato per cui l’importante è il risultato immediato. Così, da un lato abbiamo produzioni e direzioni artistiche protese a inventarsi eventi speciali, dall’altro una stampa sempre più fragile costretta a montar su casi per raccattare un po’ di attenzione.
Si vende e ci si svende con una facilità talmente connaturata da essere diventata normale.

Ai Weiwei (2008). ©Palazzo Strozzi, Firenze

Ai Weiwei (2008). ©Palazzo Strozzi, Firenze

E al fondo il problema è tutto culturale. Perché più si asseconda questa logica più la si alimenta. Manchiamo di coraggio, di radicalità, invochiamo cambiamenti che le nostre scelte quotidiane in primis ostacolano, scaricando tutte le colpe poi sulla politica e l’economia come se l’apice della piramide non fosse sostenuto da una base. E siamo noi, quella base—inconsapevole, infinocchiati dalla nostra stessa vanità: ci piace essere lusingati. La politica ci tenta a colpi di populismo, il mercato con aria fritta a offerta speciale.
È la democrazia ai tempi del neoliberismo.

Dire no?

Ad Albenga, sulla riviera ligure di ponente, l’insubordinazione prende il nome di «seminare dubbi» con una linguaccia che ricorda Gene Simmons dei Kiss. Siamo all’ottava edizione di Terreni Creativi, un festival che porta la scena contemporanea nelle aziende agricole del territorio (note all’estero per l’esportazione di piante officinali e aromatiche). E quella linguaccia, floreale e beffarda, ben riassume il no discreto, fantasioso, propositivo del suo direttore artistico Maurizio Sguotti, che anche quest’anno continua a tribolare con Comune e Regione per vedersi riconosciuto un sostegno più sostanziale e sostanzioso. Niente—l’amministrazione locale fa il gioco delle tre carte tra i fondi destinati al festival e quelli destinati alla stagione invernale, come se i 750 spettatori che hanno assistito alle tre serate di 5, 6 e 7 agosto fossero poca cosa.

TerraAlta. Foto ©Nicolò Puppo

TerraAlta. Foto ©Nicolò Puppo

E quello di Terreni Creativi è un pubblico verace, di spettatori coltivati con cura, non di cerchie teatrali autoreferenziali. Coltivati scavallando la crescente tendenza al workshop, che troppo spesso cela vie traverse per foraggiare la critica online o contrattare un cachet a ribasso con gli artisti. No, qui il cosiddetto audience development lo si fa senza laboratori di formazione, si coltiva per l’appunto una relazione culturale senza promiscuità di sorta: il pubblico fa il pubblico, gli artisti fanno gli artisti, e l’intero staff di Kronoteatro porta avanti la sua proposta culturale nel territorio. Come? Innanzitutto attraverso un’accurata premura dello spettatore: tre spettacoli, un aperitivo-cena di prodotti locali, l’immancabile dj-set e una secondo buffet di frutta, gelato e caffè a 18 euro soltanto.

RB Plant. Foto ©Nicolò Puppo

RB Plant. Foto ©Nicolò Puppo

L’offerta teatrale

Secondo poi, attraverso un ventaglio di spettacoli particolarmente variegato, che forse mancherà di una curatela tematica ma sicuramente offre allo spettatore di provincia una ricchezza di linguaggi che raramente si ritrova in rassegna analoghe (teatro di narrazione, di figura, di prosa, postdrammatico, teatrodanza, performance, ecc.). Basti citare che quest’anno il festival ha ospitato due – come abbiamo già avuto modo di raccontare su queste pagine – dei migliori spettacoli della passata stagione: To be or not to be Roger Bernat di Fanny & AlexanderAcqua di Colonia di Frosini/Timpano.

Fanny & Alexander To be or not to be Roger Bernat. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Fanny & Alexander To be or not to be Roger Bernat. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Deboli forse le proposte limitrofe al teatro-danza: Dego/Mor che con Indoor inscenano una sorta di impasse à la Angelo Sterminatore dell’individuo contemporaneo, atrofizzato fra diverse forme di conflitti (lavorativi, relazionali, sociali in genere), senza declinazioni sceniche particolarmente convincenti; e la riflessione sull’identità dell’attore in quanto «animale da palcoscenico» di Davide Iodice, incarnato nel corpo fragile-ferino di Alessandra Fabbri, che affastella una serie di movimenti, storie e quadri, sovraccaricandoli di pathos ed eloquenza, da risultare infine teatro-referenziali.

Davide Iodice Mangiare e bere letame e morte. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Davide Iodice Mangiare e bere letame e morte. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Buoni dubbi

Di tutt’altra profondità l’essenziale Vous êtes pleine de désespoir di Alessandro Bedosti/Teatro delle Moire (30 minuti). Non una parola. Scena bianco asettico, come bianche sono le tenute da macello industriale che i due uomini in scena indossano. Trascinata di fatica al centro, una massa inerte, dai tratti umani, nera di un nero sporco, viscoso, nero catrame. Semina dubbi come il monolite di 2001 Odissea nello spazio quella presenza, cattura ogni attenzione, costringe a un’interpretazione che pure Bedosti nega continuamente. Che venga in mente la Venere ottentotta di primo Ottocento o i cadaveri del Mediterraneo di oggi, in essa sembra gemere silenziosamente quella diversità che, soppressa, pone seriamente in crisi la nostra presunzione di sistemare il mondo a nostro uso, consumo, immagine e somiglianza.

Fucina di dubbi, poi, è Leo Bassi con Utopia. Irriverente, scorretto, confusionario, il clown sessantacinquenne esagera continuamente: il suo è uno spettacolo senza meta né misura. Volontariamente dilata i tempi, scombina i piani, gigioneggia seriamente e filosofeggia con ironia. Sembra che sia tutto campato in aria, fra un interminabile sproloquio sulle utopie e la deflagrazione di mele a colpi di mazza da baseball, ma Bassi macina quasi due ore senza che il pubblico senta lo scorrere del tempo. Guai a cercarvi una ratio, è l’arte del buffone: ridicola e violenta forse, eccessiva sicuramente, ma inestimabile nel ricordarci quanto ridicoli e violenti possiamo essere noi nel nostro miope conformismo.

Leo Bassi Utopia. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Leo Bassi Utopia. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Generazione anni ’80

A completare il mosaico di questa ottava edizione, Sorry boys di Marta Cuscunà e Il desiderio segreto dei fossili d(e)i Maniaci d’Amore.

Il primo prende ispirazione da un fatto di cronaca: nel 2008, a Gloucester (Massachusetts), diciotto adolescenti sono rimaste tutte – volontariamente – incinte. L’artista friulana decide di portare in scena questa insolita rappresaglia sottraendo coloro che la mettono in atto; concentrandosi, così, sul goffo spaesamento della comunità di fronte all’imbarazzante scandalo. Emblematico però che a parlare siano solo delle teste (realizzate in materiale plastico da Paola Villani) incastonate in sagome di legno a mo’ di trofeo: da un lato genitori e corpo scolastico, dall’altro i giovanissimi inconsapevoli padri. Sarà Cuscunà stessa ad animarli da dietro, modulando virtuosisticamente la voce e i movimenti per ciascuno.

Forse a mancare è un po’ di ritmo: Sorry boys non compie mai un vero balzo né si concede un respiro nel silenzio. Il coro di voci sostenendosi nella tipizzazione dei singoli personaggi rischia a tratti di alleggerire troppo la ricchezza di piani dispiegata (così come il ricorso allo schermo stile smartphone con le chat whatsapp delle sediziose assenti). A nostro avviso, il lavoro meriterebbe di sviluppare ulteriormente lo spessore drammaturgico raggiunto nel dialogo tra i cinque piccoli padri, in cui ingenuità e dramma si mescolano brillantemente, a conferma del talento, raro, di Cuscunà.

Marta Cuscunà Sorry Boys. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Marta Cuscunà Sorry Boys. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Il secondo, infine, è probabilmente uno dei migliori spettacoli visti in questa magra estate di festival (nonché uno dei quattordici vincitori dei Teatri del Sacro 2017). Tanto più che la coppia siculo-pugliese, torinese d’adozione, calca la scena con una tale umiltà che quasi rischia di metterne in ombra la complessità. Siamo in un paesello immaginario, Petronia, popolato da fossili viventi: qui l’acqua non esiste e i suoi 73 abitanti non conoscono nascita o morte. Protagoniste due sorelle: l’una perennemente incinta, l’altra fallimentarmente suicida. Unica loro distrazione un interminabile polpettone televisivo stile Beautiful. Sennonché, un giorno, il protagonista di questa soap – Jhonny [sic] Water (Davide Meden) – “sgorga” via letteralmente dal tubo catodico, portando con sé lo scorrere della vita in quell’arido microcosmo.

Un espediente raffinato, figlio dell’Icaro involato di Queneau, poi ripreso da Allen ne La rosa purpurea del Cairo, che porta al paradosso: un personaggio di finzione introduce vita e verità là dove tutto si è ingessato nell’abitudine. Mentre, intanto, nella fiction rimasta sprovvista di protagonista, gli altri personaggi vanno in crisi, temendo il crollo d’ascolti da un lato e assaporando la libertà (di poter dire la propria, fuor di sceneggiatura) dall’altro. Così, tra leggerezza e ironia, Francesco d’Amore e Luciana Maniaci imperlano la scrittura di stoccate raggelanti, corrosive, nerissime (citiamo a braccio):

– Pània (indicando la “creatura” appena partorita), quella è venuta da te!
Pure la merda viene fuori da me!

Maniaci d'Amore Il desiderio segreto dei fossili. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Maniaci d’Amore Il desiderio segreto dei fossili. Foto di scena ©Nicolò Puppo

Uno spettacolo affilato, profondo, divertente, estrosamente intelligente, dalla drammaturgia finalmente universale, in grado cioè di richiamare temi sociali senza inseguirli retoricamente e al tempo stesso di inventare una cornice fiabesca dal retrogusto amaro degna di Scaldati. Difficile dire quale delle due dimensioni – il mito o la fiction – sia più credibile. Semina e dissemina dubbi Il desiderio segreto dei fossilicos’è che non nasce e non muore più in noi? cosa può scuoterci dal torpore? abbiamo delegato alla finzione la nostra vitalità?

Terreni Creativi dunque scommette, scommette con acume in campo teatrale, e il pubblico risponde—alla scommessa: tornando, aumentando, crescendo.
La politica si desti: la propaganda d’immagine dà frutti che ammuffiscono troppo presto.
Così si fa cultura.
Coltivando.

Ascolto consigliato

Letture consigliate
• Terreni Creativi 2017. Intervista a Maurizio Sguotti, di Michele Pascarella (Gagarin Magazine)
• Terreni creativi e fertili per la distopia comica di Maniaci d’Amore, di Andrea Pocosgnich (TeC)
• L’arte di seminare. Intervista a Maurizio Sguotti, di Camilla Fava (Stratagemmi)
• Terreni Creativi, il dubbio di Amleto nelle serre di Albenga, di Matteo Brighenti (PAC)

Albenga (SV) – 5, 6 e 7 agosto 2017

VOUS ÊTES PLEINE DE DÉSESPOIR

di e con Alessandro Bedosti, Alessandra De Santis, Attilio Nicoli Cristiani
con la partecipazione di Giuseppina Randi
produzione Teatro delle Moire / Danae Festival

UTOPIA

di e con Leo Bassi

SORRY BOYS

di e con Marta Cuscunà
progettazione e realizzazione teste mozze Paola Villani
assistenza alla regia Marco Rogante
disegno luci Claudio “Poldo” Parrino
disegno del suono Alessandro Sdrigotti
animazioni grafiche Andrea Pizzalis
costume di scena Andrea Ravieli
co-produzione Centrale Fies

IL DESIDERIO SEGRETO DEI FOSSILI

uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Francesco d’Amore e Luciana Maniaci
e con David Meden
produzione Maniaci d’Amore / I teatri del sacro