AltoFest 2017

AltoFest: radicale, unico, snobbato

A Napoli il modello di TeatrInGestazione. Festival come atto estetico-politico

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ma anche a ciechi non siamo messi male se la miopia del settore teatrale fa finta di non vedere o ignorare l’esistenza, a Napoli, di Altofest. Che, per carità, non si tratta certo di difenderlo a spada tratta: ci pensano già i suoi ideatori Anna Gesualdi e Giovanni Trono a criticarlo pesantemente; ma non rendersi conto della sua unicità e dell’azione reale che mette in campo da sette anni a questa parte è semplicemente imbarazzante.

Critica locale: assente. Critica nazionale: neanche a dirlo (unica eccezione: Marsili per Stratagemmi e Brighenti per PAC). Eppure al Napoli Teatro Festival non sono mancati. Cos’è? Si alza – giustamente – la voce solo quando i soldi vengono mal distribuiti, o – discutibilmente – quando si toccano i compagni di banco, e poi quando invece c’è un esempio virtuoso che non fa gola ai pettegolezzi di condominio si tace? Ma no, ingenui noi, perché mai sorprendercene. Veniamo ai fatti.

Azul Icaro – I begin to lose control. Foto #PeopleOfAltofest

Azul Icaro – I begin to lose control. Foto #PeopleOfAltofest

Altofest non è esattamente un festival: «la parola rimane volutamente tronca», non manca di ribadire Gesualdi. Nelle intenzioni dei suoi direttori artistici si sviluppa come:

un’opera-sistema, estesa alla città e condivisa con gli artisti in programma, con gli operatori internazionali ospiti del progetto, e con i cittadini di Napoli che nelle loro case e spazi privati (appartamenti, terrazzi, sotterranei, cortili, interi condomini, laboratori artigianali…) ospitano le opere degli artisti.

Kik Melone Ms Fox invited Ms Cat for tea and a... Foto #PeopleOfAltofest

Kik Melone Ms Fox invited Ms Cat for tea and a… Foto #PeopleOfAltofest

Per coglierne lo spirito infatti c’è da “disarticolarsi” dal pensiero di festival quale rassegna serrata di debutti, anteprime, prime regionali/nazionali condensati uno dopo l’altro dal tardo pomeriggio a mezzanotte per x giorni, dedicata soprattutto a appassionati, operatori, artisti e critici. Non è un fatto di essere migliore o peggiore—soltanto, è un’altra cosa.

In primis, e non è facile accettarlo, non ci girano attorno soldi. Ad esempio:
Il «fest» si autofinanzia con cifre a due zeri.
Gli spettacoli sono tutti a ingresso gratuito.
Gli artisti sono ospitati da privati cittadini: i cosiddetti «donatori di luogo».
«Altofest non garantisce le spese di viaggio, ma si prende cura di stringere accordi con numerose ambasciate e istituzioni culturali internazionali, per favorire la mobilità degli artisti e degli operatori culturali […].»

Osservatorio critico. Foto #PeopleOfAltofett

Osservatorio critico. Foto #PeopleOfAltofest

Navigando a regime neoliberista, vuolsi: «se non è pagato non è lavoro». Gesualdi e Trono (pur pagando 500 euro forfettari cada compagnia) contestano proprio tale assunto, anzi, diremmo che contestano la mercificazione del lavoro e, in risposta, propongono un sistema alternativo che un po’ riprende la cosiddetta «Banca del Tempo» un po’ l’«economia del dono». Da non confondere con il baratto, insomma, si rifiuta l’utilitarismo del «do ut des» perseguendo piuttosto un “do perché tu possa”. E qui subentrano le criticità dell’azione estetico-politica di Altofest.

Blu Firestarter (2011) Buenos Aires, Argentina

Blu Firestarter (2011) Buenos Aires, Argentina

Gli artisti (nazionali e internazionali) selezionati tramite bando hanno a disposizione cinque giorni di residenza (prima dei cinque del festivabb3