Inequilibrio 2017

I cambiamenti InEquilibrio

La ventesima edizione del festival di Castiglioncello. Seconda parte

Quanto può cambiare – mese dopo mese, anno dopo anno – un individuo, un’identità, il valore di un oggetto, una filosofia di vita, un festival? Tanto, indubbiamente tanto. Non possiamo che partire dal festival. Lo scorso anno avevamo lasciato Castiglioncello con più dubbi che certezze; stato d’animo poco consono al peso specifico e all’autorevolezza che il festival Inequilibrio ha raggiunto nel corso degli anni. Lo ritroviamo quest’anno – giunto alla sua ventesima edizione organizzata come sempre da Armuniain forma smagliante, nonostante gli ormai consueti problemi burocratici che lo accompagnano.

Tornato nella sua interezza a Castello Pasquini, il festival diretto da Angela Fumarola e Fabio Masi ha proposto 39 spettacoli e ospitato più di 30 artisti, in un programma che è riuscito a creare un dialogo costruttivo tra giovani compagnie, artisti affermati e pubblico, come confermano le lunghe file al botteghino e i vari sold out registrati durante tutta la rassegna. Ma numeri a parte, quello che ci preme rilevare di questo percorso nella nuova scena tra teatro e danza è la qualità degli spettacoli (che non può lasciare indifferenti, specie considerando i numeri di cui sopra) e soprattutto la loro capacità di riuscire a confluire in un’analisi unitaria che si prepone di scandagliare il tema principale di quest’anno: il Tempo e il concetto di cambiamento inevitabilmente insito in esso.

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Castello Pasquini. Foto ©Lucia Baldini

Ed è un cambiamento di visioni, di prospettive sentimentali e familiari quello di cui di si fanno fautori Deflorian/Tagliarini nel loro Rzeczy/Cose. Lo spettacolo si basa sul reportage di Mariusz Szczygiel, scrittore e giornalista polacco che racconta la vita di Jarina Turek, casalinga di Cracovia che per oltre cinquanta anni ha annotato minuziosamente i dati e le vicende “ordinarie” della propria esistenza sui suoi 748 quaderni. Dagli scontrini fiscali ai saluti per strada, dalle telefonate agli incontri occasionali: tutto è trascritto in maniera meticolosamente scientifica, senza lasciare spazio ad alcun commento o nota.

Nella Sala del Camino del Castello Pasquini, ad accogliere il pubblico ci sono Daria Deflorian, Antonio Tagliarini e un mucchio di scatoloni colmi di piccoli oggetti di uso comune: da vecchie cartoline a ricevute, da 33 giri a quaderni di scuola. Cianfrusaglie che diventano poesia in questo viaggio nel sentiero della memoria magistralmente condotto dal duo in scena. Basta indossare un vecchio abito, ascoltare un vecchio disco di Lou Reed, riprendere tra le mani una collezione di sassi o giochi di altri tempi che riaffiorano ricordi mai cancellati ma finiti inevitabilmente nel dimenticatoio.

Sono oggetti di tutti, è la storia di tutti quella che Deflorian/Tagliarini – grazie a una recitazione minimale, fatta di sorrisi spezzati e sospiri, disincanto e felicità ritrovata – restituisce a un pubblico costantemente sollecitato, quasi si trovasse di fronte a un dialogo, a un déjà vu e non a un vero e proprio spettacolo. Perché in fondo ci siamo anche noi in quelle scatole, con i nostri piccoli gesti e insignificanti storie; ma sono proprio questi ultimi che parlano realmente di noi, anche se nel tempo presente tendiamo a dimenticarlo. Sempre.

Deflorian/Tagliarini Rzeczy/Cose. Foto ©Lucia Baldini

Da un cambiamento sensoriale passiamo a quello psico/fisico dettato da un dato anagrafico a cui proprio non si riesce a scappare. Forse. Silvia Gribaudi nel suo What Age Are You Acting? porta in scena i limiti e le imperfezioni di un corpo segnato dagli anni che passano, in un arte – la danza – che proprio sulla perfezione del corpo trae linfa vitale. Ma allora, quando l’età avanza e il tuo corpo inevitabilmente si trasforma, che fai? «Ti fermi? No, vai avanti». Una sorta di motto che Gribaudi, accompagnata in scena dal danzatore ultrasessantenne, Domenico Santonicola, ripete costantemente in una sorta di incoraggiamento motivazionale.

I due si mettono letteralmente a nudo, mostrando, con estrema leggerezza e ironia, tutti i segni del tempo che passa e che porta con sé anche le sicurezze lentamente conquistate e rapidamente sgretolate. Ma la disinvoltura e la leggiadria che caratterizzano questa performance riescono ad annullare tutti gli ostacoli e ad annientare tutte le paure – in primis quella dell’invecchiamento – che emergono prepotentemente nell’ora scarsa in cui la coppia è in scena. Mai porre e porsi dei limiti sul palco. Così come nella vita.

Silvia Gribaudi What Age Are You Acting?. Foto ©Lucia Baldini

Silvia Gribaudi è anche la protagonista – questa volta in cabina di regia – di R.OSA, performance virtuosistica composta di 10 esercizi con protagonista Claudia Marsicano e il suo splendido corpo oversize. Con un perfetto accento inglese la performer introduce i vari esercizi: si va dall’interpretazione canora di Jolene, brano di Dolly Parton intonato alla perfezione e successivamente massacrato, a frammenti di danza su base musicale pop e classica; da lezioni di aerobica à la Jane Fonda impartite al pubblico, alle variazioni mimiche facciali che accompagnano il brano Toxic di Britney Spears.

Il tutto intervallato da pause per riprendere fiato o dissetarsi che fanno apparire la performance come una prova aperta, o forse un gioco in cui non bisogna mai prendersi sul serio. E in fondo proprio quell’umorismo dissacrante, quella libertà espressiva, quell’andare fuori dai canoni e dagli stereotipi sono gli elementi che condiscono una spassosissima performance che mette lo spettatore scomodamente a proprio agio con una realtà che travalica gli standard artistici, estetici e intellettuali e invita a una profonda riflessione sul concetto di modello da seguire, specie ai tempi del web.

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Silvia Gribaudi R.OSA. Foto ©Lucia Baldini

Non tanto nella forma quanto nei fini ultimi, cambia anche Danio Manfredini, che presenta i suoi Studi verso Luciano – Ecografia di un corpo, spettacolo ancora in fase di costruzione ma già arrivato in uno stadio avanzato di lavorazione. Accompagnato dai suoi comprimari (Ivano Bruner, Cristian Conti, Vincenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro), Manfredini si schiera ancora una volta dalla parte dei reietti, degli emarginati, degli esclusi da una società che li rifiuta costantemente, mentre loro, in fondo, sono alla disperata ricerca di amore, di un posto nel mondo che faccia dimenticare almeno per un istante la propria inconsolabile solitudine.

«Tienti la gioia/tienti il dolore/tienile a mente/queste parole». Comincia con un canto disperato il viaggio di Luciano (Manfredini), paziente nel reparto di psichiatria e passeggero errante della sua immaginazione, della sua fantasia che diventa tangibile, annullando tutti i confini tra finzione e realtà. Nelle scene minimaliste che delimitano spazi differenti tra loro, scrutiamo i suoi passi – felpati e cosparsi di malinconica ebetudine –, mentre il mondo intorno a lui cambia superficie ma non abitanti: travestiti, masturbatori di bagni pubblici, marchettari, sono sempre loro che tornano come un’ossessione.

E non può non venire in mente proprio quel Cinema Cielo riportato in scena di recente da Manfredini, ma da cui tuttavia prende le distanze. L’habitat si allarga, ma a cambiare è soprattutto il pragmatismo dei suoi protagonisti: non ci sono più figure angeliche e poetiche, non c’è più la ricerca della redenzione, non c’è più la speranza. Si rimane meravigliosamente scioccati dal cinismo di un mondo che ancora non vede la luce in fondo al tunnel. Siamo ancora al punto di partenza ma, ovviamente, più il tempo passa più il pessimismo aumenta, mentre questa emarginazione coatta non sembra trovare via di scampo.

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Danio Manfredini Studi verso Luciano – Ecografia di un corpo . Foto ©Lucia Baldini

Modi differenti di cambiare, dunque, pur senza snaturarsi e con la capacità di rimanere coerenti con le scelte intraprese nel corso del Tempo. Rimanendo InEquilibrio, insomma. Manca ancora un tassello, ma di questo ne parleremo nei prossimi giorni.

Ascolto consigliato

Inequilibrio, Castiglioncello (LI) – 1 e 2 luglio 2017