Foto di scena ©Silvia Gelli

Progetto Reality – Deflorian/Tagliarini

2 autobus (n.62 e n.170); 1 marsupio (1 portafogli, 1 cellulare, 1 confenzione di tabacco, 1 accendino nero, 1 mazzo di chiavi, 1 confezione di caramelle alla menta forte); 83 auto parcheggiate (dalla fermata dell’autobus fino al teatro).

Prendere parte (badate, non “assistere”) al “Progetto Reality” – l’esperimento di realtà in due fasi (Rzeczy/Cose e Reality), basato sul reportage di Mariusz Szczygiel e messo in scena dai due ricercatori di connessioni spettatoriali Daria Deflorian e Antonio Tagliarini – è un’esperienza al limite della psicanalisi.

Nella “prima fase” lo spettatore si ritrova direttamente in scena, dove 13 scatoloni dischiusi, 4 torrette di sedie impilate e 2 pannelli appesi sui lati lunghi del palco non permettono che ci si accorga dell’ingresso dei due performer.

Primo dato: gli oggetti attirano più delle persone.
Sono proprio Deflorian e Tagliarini a disporre le sedie e a far accomodare il pubblico: inizia un “trialogo” in cui i due autori-attori coinvolgono gli spettatori, in una dimensione colloquiale. Il vero cast, i veri personaggi dello spettacolo sono gli oggetti che riempiono gli scatoloni: ogni “cosa”, sia essa una vecchia cinepresa, un disco di Lou Reed, una raccolta di sassi o un paio di vecchie scarpe da donna, diventa un sentiero di memoria, un passaggio emotivo, diverso per ogni individuo.

In verità ci sarebbe una proprietaria (raccontata in quei pannelli ai lati del palco) di tutte quelle “cose” a cui Deflorian/Tagliarini attaccano etichette personalizzate di impressioni di realtà: Janina Turek, casalinga di Cracovia, che per oltre cinquant’anni ha annotato minuziosamente “i dati” della sua vita, dividendoli in 33 categorie, riportandoli su 748 quaderni senza mai un commento che li “scongelasse” dallo stato di “registrazione”.
Il risultato dell’esperimento scenico è imprevedibile: mentre affiorano particolari su Janina, attraverso i dettagli dei suoi oggetti apparentemente insignificanti, lo spettatore non può evitare di incrociare i propri ricordi con quelli evocati dal duo in scena, che assembla, come in una matrioska performer, personaggi, pubblico e soggetto del racconto: cose nelle cose dentro altre cose, che dimostrano come sia un evento d’umanità vivere avendo il quotidiano come orizzonte.

La “seconda fase” inizia con la messinscena della morte di Janina Turek: cosa accade quando si muore da soli, d’infarto, per strada? Stavolta il pubblico è nel suo confortante spazio convenzionale, mentre Deflorian/Tagliarini (già in scena mentre ci si accomoda) mettono in atto uno spostamento: dagli oggetti alle azioni. Incredibilmente la morte, restituita come realtà ricostruita, diventa godibile, quasi comica: quello che potrebbe sembrare un documentario che ricostruisce gli ultimi istanti di vita della casalinga di Cracovia, si ibrida di fiction. Come per gli oggetti, anche per le azioni quotidiane, quelle che si fanno senza pensarci troppo (colazione, pranzo, passeggiate, viaggi), i due performer ricamano traiettorie di possibilità del reale attraverso il dialogo: Un oggetto quanto “tempo” è? Cosa c’è dietro una tazza di caffè nero bevuta al tavolino a colazione? Chi sono le persone che ogni giorno sbirciamo dalla finestra?

In queste prove aperte di spettacolo sulla banalità del quotidiano, come fosse un disegno ottenuto spolverando granelli di sabbia su di un pannello illuminato, si delinea per gradi il profilo di Janina, della sua famiglia, di cinquant’anni di Storia della Polonia. Non solo. Si attivano le proiezioni personali, a cui nemmeno i due attori possono sfuggire. Janina registrava solo la sua realtà, lasciando a chi avrebbe letto i suoi quaderni dei “buchi”, spazi vuoti da riempire: quante telefonate a casa aveva ricevuto e chi aveva chiamato (38.196); dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un “buongiorno” (23.397); quante volte aveva giocato a domino (19); quante volte era andata a teatro (110); quanti programmi televisivi aveva visto (70.042).

Ora, rileggendo i dati riportati all’inizio di questo racconto, se a quelle linee di autobus collegherete un ricordo, se a quegli oggetti assocerete delle azioni o dei volti, avrete accolto anche voi l’invito di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini a prendere parte all’incredibile gioco di ruolo del dettaglio quotidiano, della vita, del teatro.

Teatro India, Roma – 12 e 13 novembre 2014

In apertura: Foto ©Silvia Gelli