René Magritte Decalcomania, 1966
©Collezione Dr. Noémi Perelman Mattis e Dr. Daniel C. Mattis

Il muro c’è?

Di qua e di là della quarta parete con Ariette, TiDA e Deflorian/Tagliarini

Recentemente Claudio Morganti, eccellenza del teatro italiano ormai seminvisibile, ha rilanciato con la sua consueta ironia l’antica questione “quarta parete sì, quarta parete no”? Il punto è – si conceda la brutale sintesi –: siamo sicuri che quando gli artisti lanciano battute oltre il proscenio stiano effettivamente chiamando in causa lo spettatore? O forse questa prassi è diventato solo un cliché di presunta modernità? Insomma, lo spettatore deve realmente reagire o no?

Ce lo vogliamo domandare prendendo in considerazione tre “piccoli” spettacoli andati in scena tra Roma e Milano lo scorso maggio. Sia chiaro, però, la questione è molto più complessa e non intendiamo certo esaurirla in queste rapide battute; ci proponiamo qui di affrontarla in maniera unicamente parziale e contestuale.

Teatro delle Ariette – Dopo Pasolini

Cominciamo con Dopo Pasolini del Teatro delle Ariette. A ridosso degli ex capannoni di Mira Lanza del Teatro India, la compagnia “contadina” emiliana allestisce all’aperto una piccola scena da borgata anni ’50: una roulotte scalcagnata, una corda con i panni stesi, un tavolo, un fornello, un frigorifero spento a mo’ di dispensa, insomma un accampamento popolare alla buona. Lo spunto è quello del corto pasoliniano La terra vista dalla luna, con i “poveracci” Totò e Davoli, in cerca di nuova moglie-madre, che incappano nella sordomuta Mangano, “strega buona”. È proprio da un suo alter ego (M. Moriconi) che – sei spettatori a replica – veniamo  guidati tra papaveri e forasacchi alla borgatella di stracci dove Maurizio Ferraresi ci accoglie con spicchi di parmigiano, salame a fette spesse, pane e vin bianco. Come nel film, l’aria che si respira è quella di uno slapstick: atmosfera buffonesca, movimenti accelerati, espressioni enfatiche, non una parola.

Teatro delle Ariette Dopo Pasolini. Foto ©Stefano Vaja

Poco dopo, però, veniamo invitati a entrare nella roulotte e lì tutto cambia. C’è odore pungente di brodo in polvere, un po’ da ospedale, l’interno è spartano, da un laptop (unico oggetto “moderno”) scorrono le immagini del Vangelo di Pasolini sulle note gravi della Matthäus Passion di Bach, l’aria è pesante, ferma. Solo un uomo e una donna. Lui è immobile, inespressivo, come un corpo in stato vegetativo; lei si prende cura di lui, con lentezza e metodo, ma ha lo sguardo sospeso di chi invoca la fine di quell’eterno purgatorio. Così, mentre lo pulisce e lo riveste, a un tratto, vinta dall’umanità, lo soffoca nel nodo di una cravatta – simbolo di una forma che non si può più continuare a mantenere.

Teatro delle Ariette Dopo Pasolini. Foto ©Stefano Vaja

In tutto ciò, il pubblico, tanto prima quanto ora, non è coinvolto attivamente, esso piuttosto è come chiamato a osservare, ad attraversare una vita che è tante vite (cioè che è storia) e così a farne esperienza secondo una sensibilità vicina al Pasolini cantore – ironico e drammatico – delle periferie; insomma, a esserci senza poter fare nulla: testimone impotente. Sennonché, dopo aver ucciso il marito (Stefano Pasquini), Paola Berselli afferra un libro e comincia a recitare i versi di PPP con l’appassionata disperazione dei vinti; lui d’improvviso si rianima come un Cristo misericordioso, si alza, la stringe e cerca di calmarla. Non appena ciò accade, però, qualcosa salta: tra i sei spettatori scatta, evidente, come un moto di indignazione, di insofferenza. Cosa è accaduto? Si sono sentiti traditi.

Il pubblico può accettare di immergersi in una condizione di dolore, di viverla – soffrendone – senza poter far nulla, ma non può accettare di vederla infrangere da un momento all’altro davanti ai suoi occhi “per arte” (per quanto concettualmente pregnante). È come tradire il patto di fiducia: perché ho sospeso la mia incredulità? perché ho preso per vero ciò che hai rappresentato? per cosa? Quello scarto repentino non trova una giustificazione sufficiente per controbilanciare l’intenso coinvolgimento emotivo sostenuto precedentemente. E allora tutto ciò che segue appare ormai fasullo, corrotto. Bisogna stare attenti con le emozioni, l’arte può sovvertire tutto ma deve farlo con una ponderata ironia, altrimenti non verrà più creduta.

TiDA-Théâtre Danse – Quintetto

Di tutt’altro segno invece è il Quintetto del valdostano TiDA-Théâtre Danse. Qui la rottura della quarta parete è esposta: il danzatore Marco Chenevier entra in scena, ringrazia Carrozzerie n.o.t per l’invito, introduce il lavoro e dice che si comincerà. Esce. Ricompare con gli stessi abiti e riprende a parlare con la stessa normalità di prima: lo spettacolo è già cominciato ma nessuno se n’è accorto. Fatto sta. C’è un problema, è rimasto solo in scena, “gli altri non sono venuti”, ha bisogno di una mano. Di una mano dal pubblico. Così chiamerà “dentro” fonici, luciai, tecnici, danzatori, tutti chiaramente improvvisati sul momento, e impartirà loro rapide istruzioni sulla composizione di questa coreografia che dovrebbe – o avrebbe dovuto (accettando la finzione dell’attore abbandonato dalla compagnia) – essere una critica ai tagli scriteriati al finanziamento alla ricerca.

Marco Chenevier Quintetto. Foto ©TiDA

Lo spettacolo, com’è facile immaginare, si risolve in una sgangherata messa in scena dai risvolti esilaranti. Qui insomma il pubblico è spinto non tanto a reagire ma proprio a intervenire attivamente nella realizzazione della performance; ciò tuttavia, per quanto coinvolgente e godibilissimo, difetta di effettiva consistenza artistica. Ovvero. La crisi economica genera disagi cui si può sopperire unendo insieme le forze, sì, quindi lo spettatore si fa parte attiva e consapevole del processo, bene, però ciò che ne risulta non innesca uno scatto ulteriore, anzi, spinge a retrocedere. Nel momento in cui, dopo le innumerevoli indicazioni, il presunto Quintetto va concretamente in scena ecco che la quarta parete immediatamente si ricompone: chi è in scena è in scena, chi è in platea è in platea, l’artificio non concede nuove contaminazioni. L’effetto sarà comico, il risultato divertente, ma inevitabilmente saprà di “laboratoriale”, cozzando con quel raffinato “gioco” di continua infrazione e sovrapposizione di realtà e finzione creato fino a un momento prima.

Deflorian/Tagliarini – Il posto

Giungiamo così a quello che, a nostro avviso, è l’esempio più interessante di sfondamento artistico della quarta parete fra i tre spettacoli presi in considerazione (ma anche della scena contemporanea italiana). Parliamo del teatro di Deflorian/Tagliarini. In occasione della personale all’Elfo di Milano, i due artisti hanno ripreso il lavoro Il posto (2014 – progetto Stanze): un’abitazione performativa ad hoc nella Casa-Museo Boschi Di Stefano (inestimabile collezione privata del Novecento italiano: oltre 200 opere tra cui Carrà, Sironi, De Chirico, Severini, De Pisis, Fontana, donate tra il ’74 e l’88 alla città – l’ingresso è gratuito).

Abitazione, sì, perché D/T raccolgono l’anima sospesa della casa, ne assorbono la storia, lo splendore e soprattutto i piccoli gesti, la quotidianità, la semplicità di quell’amore tra l’intenditrice d’arte Marieda Di Stefano e l’ingegnere alla Pirelli Antonio Boschi; tanto che più che spettatori ci si sente ospiti loro. Salendo le scale veniamo accolti  – trenta a replica – e condotti nella sala del pianoforte, qui Daria Deflorian con la sua consueta naturalezza – che in tempi meno cinici si chiamerebbe “grazia” – chiacchiera amabilmente, senza preamboli, come fosse davvero lei Marieda, la padrona di casa. Lo fa senza “interpretarla” però: nella sua spensierata immediatezza ha la freschezza viva di una persona vera e al contempo il senso della storia di un fantasma custode. Non sorprende allora che a qualche canuta signora milanese venga addirittura da rispondere. Con Deflorian il confine tra reale e teatrale/artificiale scompare sempre, si instaura una tale intimità che ogni convenzione crolla.

Deflorian/Tagliarini Il Posto. Foto ©Luca Del Pia 2016 (per gentile concessione)

Ma non si tratta solo di una questione formale. Sarà Antonio Tagliarini, come parlando tra sé e sé, a sollevare uno dei dubbi per eccellenza – del teatro, della vita –: quando qualcosa può dirsi “riuscito”? Dubbio prezioso, che ne accende infiniti altri e che nella sua apparente piccolezza, una leggerezza briosa à la Calvino, risulta subito familiare a chiunque e pertanto fa breccia. Se D/T siano di qua o di là della quarta parete non è cosa facile da dire, ma forse la domanda è fuori luogo, di fatto la coppia teatrale annulla già le altre tre.

Deflorian/Tagliarini Il Posto. Foto ©Luca Del Pia 2016 (per gentile concessione)

Per riprendere l’arguta polemica di Morganti

Il 90 per cento degli attori, quando entra in scena indossa automaticamente uno scafandro a chiusura stagna che gli impedisce qualsiasi relazione reale con il circostante, altro che quarta parete! Che peraltro non c’è, perché io sento perfettamente quello scafandro! Gli attori fanno come se ci fosse ma io sento gli attori, dunque tra me e loro non c’è niente!
[da La quarta parete e il solito scafandro]

Con il loro teatro invisibile, invece, D/T superano la questione della quarta parete sublimandola. Torna alla mente l’Arca russa di Sokurov quel prodigio cinematografico in cui l’unico piano sequenza poneva lo spettatore a identificarsi e sovrapporsi (a ritrovarsi) nella dimensione dell’osservatore che si interroga e al tempo stesso si abbandona a ciò che si presenta davanti al suo sguardo. Era cinema? Era metacinema? È metateatro quello di D/T? Non importa più.

Quando le definizioni non trovano più alcuna ragione d’essere, anzi, di rimanere, lì si manifesta l’arte. E, senza dubbio, Deflorian/Tagliarini ne sono uno degli esempi più alti e preziosi che abbiamo in Italia.

Segnaliamo la ‘risposta’ di Claudio Morganti all’articolo:
Escludere, pretendere o attendere? (2 giugno 2016)

Letture consigliate:
• Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni – Deflorian/Tagliarini, di Giulio Sonno
• Teatro da mangiare? Il rito del teatro con le Ariette, di Giulio Sonno
• Il tempo sublimato de L’amara sorte di Claudio Morganti, di Giulio Sonno

Ascolto consigliato

Teatro India, Roma – 19 maggio 2016 (Ariette)
Carrozzerie n.o.t, Roma – 22 maggio 2016 (TiDA)
Casa-Museo Boschi Di Stefano, Milano – 15 maggio (Deflorian/Tagliarini)