Virgilio brucia – Anagoor

Virgilio Brucia – Anagoor

Venerdi scorso al Teatro Carignano di Torino, Umberto Eco e Andrea Ichino – economista – si sono sfidati a colpi di arringhe come in un vero processo. Alla sbarra la scuola, o meglio il liceo classico, accusato di trasmettere insegnamenti non necessari e lavorativamente poco utili. Facile immaginare chi fosse contro e chi a favore. Oratoria, retorica e buonsenso hanno fatto prevalere, infine, le ragioni del celebre semiologo, tenendo alta la difesa delle materie umanistiche; ma certo l’annosa questione rimane: che farsene di due lingue morte? Beh, ci si può andare a teatro, ad esempio, e magari ritornare più felici e meno storditi di quanto sia accaduto ieri sera al pubblico del Vascello.

E d’altronde si fatica, onestamente, a immaginare una diversa reazione quando due terzi dello spettacolo portato in scena dalla compagnia Anagoor prevedevano il tableau vivant della corte di Augusto Ottaviano completamente immobile di fronte alla declamazione in latino di quei versi croce senza delizia di generazioni di liceali post-fasci-littori che hanno sempre considerato l’Eneide il terzo incomodo della più avvincente coppia omerica. Eppure le cose erano cominciate diversamente.

Virgilio Brucia si presentava proprio come rilettura e rivalutazione del classico latino: abbandonare dunque l’idea del poema encomiastico composto per la gloria di Roma e scoprire un canto malinconico e addolorato che restituisce una voce all’eterno popolo dei vinti. E così in un intreccio di antico e moderno il regista Simone Derai conduceva poeticamente al recupero di tale silenzio. Da una suggestiva scena pseudo-bucolica di raccolta del miele (guarda qui), ad esempio, si virava in maniera forte ma acuta e penetrante alla proiezione di scene riprese in allevamenti industriali – il capitolo “Discesa nel regno dei morti” -, in cui lo stipamento degli schiavi-animali non aveva d’improvviso più nulla del sacro lavorio delle api, ma rivelava piuttosto il volto malinconico di chi nasce già con il marchio della morte impresso nel fato. Una scena dal forte impatto emotivo e dalla grandissima pregnanza semantica che il Funeral Canticle di Tavener (cantato dal vivo dal Coro Piccolo della Scuola Popolare di Musica di Testaccio) arricchiva di grave sacralità da requiem.

Poi, a un tratto, i ritmi cambiano: tutto tace, o meglio, tutto parla e parla soltanto. Il poeta Virgilio (Marco Menegoni, che regala una prova di sorprendente misuratezza) è in piedi di fronte a un Augusto dal volto dorato, su cui le parole di disperazione (II libro dell’Eneide – la disfatta di Troia) sembrano in un primo momenti scivolare via come foglie al vento; poco a poco, però, dietro a quel volto impassibile qualcosa si scioglie e l’imperatore si lascia toccare. Ma la scena, purtroppo, procede per stratificazione, un verso dopo l’altro, e si fatica a tenere il passo con i sovratitoli che scorrono rapidi, tirannici con l’occhio degli spettatori, costringendo a un cambio di registro che non compete alla visione (del teatro) ma alla lettura, azione che presuppone tempi diversi, una fruizione privata e non pubblica. Possibile che Anagoor abbia perso tutta a un tratto la grande sensibilità del preludio fino a non intuire che costringere a seguire una declamazione in latino per un’ora è una vertigine solipsistica che relega lo spettatore nella solitudine? Perché disinteressarsi fino a questo punto dei presenti?

Ingenuità poetica? Determinazione appassionata che si dimentica del mondo? O magari stordimento preventivato e funzionale? Tanti dubbi, tante perplessità, ma a rimanere è soprattutto il dispiacere per uno spettacolo così carico di potenziale, sensibilità e acutezza che d’improvviso sì è fatto impermeabile nella sua volontà espressiva. Insomma, Virgilio brucia ma poi si spegne nello sbadiglio degli spettatori.