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Hamlet – Andrea Baracco

L’abitudine è “un mostro che annienta ogni sensibilità”, recita il più famoso principe di Danimarca. Non a caso. Sarebbe curioso, difatti, chiedere al pubblico cosa si aspetti oggigiorno da una nuova messa in scena dell’Amleto, tanto più poi se tale pubblico è quello dell’Argentina che – si presuppone – almeno una buona infarinatura della tragedia shakespeariana dovrebbe averla: lo spettro, la pazzia, essere o non essere, il play within the play, Polonio dietro la tenda, Ofelia annegata, povero Yorick, il duello, e infine morirono tutti avvelenati e contenti – tranne Orazio. Già, Orazio.

Insomma, chi frequenta il teatro, la storia la conosce e la vede rappresentata almeno due volte all’anno. Dal canto loro, gli artisti ogni volta si arrovellano per rivisitare il classico, perché sanno che l’integrale di quattro ore con i costumi d’epoca non è più sostenibile. Ma, prima di domandarsi come fosse la versione di Baracco, sarebbe interessante scandagliare le aspettative del pubblico di Romaeruopa. Lo scroscio finale non offre una risposta utile, dato che ormai si applaude sempre, con facilità, e il più delle volte per gratificare la propria partecipazione; magari allora, rievocare le chiacchiere in sala e nel foyer durante l’intervallo potrebbe offrire una misura approssimativa dell’attesa generale.

Al di là dei partiti presi (bocche buone vs. ipercritici), ecco qualche commento ricorrente: “Ancora non ho capito se mi piace”, “Scene stupende e le luci poi, ah che meraviglia!”, “Quello che fa Amleto è bravo – Pure Ofelia – Sì, sì, ma Ofelia…”, “Lo sai che così, fatto moderno, m’arriva di più? – Invece a me… bravissimi eh! però avrei voluto un po’ più dell’originale”. Nessuno come al solito parla di Orazio (Michele Sinisi) – purtroppo -, ma stavolta neanche dello spettro – stranamente -, forse perché pochi hanno notato sulla brochure un certo “Lavia (in audio e video)”. Insomma, cosa si aspettava il pubblico della prima replica? Non molto: un po’ di fedeltà ma niente noia. Soddisfatti? Sì. Cosa ricorderanno? Le “luci” e Amleto. E la questione in fondo è tutta qui, nel bene e nel male.

A sopravvivere all’effimero saranno proprio l’impianto scenico e il disegno luci di Luca Brinchi e Roberta Zanardo (Santasangre), e l’interpretazione di Lino Musella: questi due aspetti, dunque, ma non lo spettacolo. A ben guardare, Andrea Baracco ha applicato lo stesso modus operandi del suo Giulio Cesare, scommettendo troppo sugli espedienti scenici a discapito della drammaturgia (Francesca Macrì di Biancofango): quando il prezioso lavoro di Santasangre latita, infatti, gli spettatori si distraggono facilmente rivelando così, ad esempio, di non comprendere – o non domandarsi affatto – perché Orazio punti sempre un faro contro di loro, né perché sia lui ad aprire la tragedia e proprio lui a chiuderne la strage con il monologo di To be or not to be; no, il pubblico è con la testa altrove, fuori da Elsinore, dentro la trappola teatrale, assecondato in questo anche dalla sproporzione della caratterizzazione fra l’istrionico Musella e i tiepidi co-protagonisti, ridotti a fragili funzioni narrative. Eppure Amleto è Amleto proprio perché, nonostante le grandi forze che gli sbarrano la strada, riesce ad affermare la propria ragione. Ieri invece la strada per lui era spianata fin dal principio. L’altra responsabilità la ha il pubblico: una metà appare impermeabilizzata dalla frequentazione assidua, la restante drogata di spettacolarizzazione, di trionfo dell’illusione sulla miseria quotidiana, di storie emozionanti che non appesantiscano la mente di pensieri.

Il pubblico dunque non si aspettava di essere nutrito – e questa è la vera deriva della cultura contemporanea – ma di essere appagato. Sotto tale luce, pertanto, non si può fare a meno di affermare che l’Hamlet di Baracco abbia risposto alle attese.