Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Masiar Pasquali

Un teatro stretto tra potere e libertà

Alla ricerca di umanità tra Emma Dante, Biancofango, Cosimi e Santeramo

Che ci facciamo qui, su questa Terra? dobbiamo rendere conto delle nostre azioni? e a chi? a cosa?

Possiamo pure affannarci come tante formichine operose tutte lì, a sommo di minuscole biche, a sgomitare ciascuna per la sua fetta di affermazione, ma dovremo pur ricordarci prima o poi che facciamo capo alla stessa medesima umanità—senza che debba sempre intervenire in extremis il lutto, la malattia o la rovina a ridimensionare la nostra hybris.

Quando diciamo umanità però non intendiamo quella romantica, utopica, traboccante amore e buoni sentimenti, no, umanità nel senso di essere umani: persone, semplicemente persone, destinate tutte a morire e ad essere dimenticate.

Jean Béraud La sortie de théâtre (1900-10 ca.)). Musée du Louvre, Parigi

Jean Béraud La sortie de théâtre (1900-10 ca.). Musée du Louvre, Parigi

Così anche quando entriamo nel piccolo piccolo mondo del teatro possiamo pure guardare agli spettacoli come a fatti a sé stanti, codificati, con le loro regole, eccezioni, tradizioni, tendenze, insomma, a pensare al teatro come a quella cosa là, cristallizzata storicamente. Ma forse di tanto in tanto dovremmo pur ritornare a domandarci: perché mai queste persone hanno deciso di rappresentare una cosa che vera non è davanti a me? e io perché sono venuto qui a guardarle? che diavolo ci stiamo a fare?

Albert Guillaume Au theatre (1920 ca.). Fonte ©Bonhams

Albert Guillaume Au theatre (1920 ca.). Fonte ©Bonhams

Tutto ciò va a toccare una sfera fondamentale della vita e delle vite, nel loro relazionarsi, che è quella del potere. Perché «potere» ancor prima di «potenza» significa «avere la possibilità di». Il che implica responsabilità, non gerarchia. E non a caso «potere» va a braccetto con la parola libertà. Quand’è che si può fare una cosa e quando no? E perché? a che fine?  Vediamo il teatro cosa ci mostra.

Non bisogna applaudire le Bestie di scena di Emma Dante

Partiamo dal discusso Bestie di scena di Emma Dante. Qui il potere prende la forma di irruzioni dall’esterno: palloni, petardi, martelli, carillon, scope, stracci, sono oggetti ora minacciosi ora bizzarri ora perturbanti ora rifocillanti che non trovano giustificazione né la reclamano ma che pur impongono un condizionamento sulla scena rispetto al quale i quattordici attori dovranno reagire. C’è chi ha voluto scorgervi un sadismo registico, chi una denuncia, chi un atto d’amore, chi un esercizio di stile, chi un fiacco autocitazionismo. Ma ci pare che queste letture soffrano di un eccesso di sovrastrutture.

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Masiar Pasquali

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Masiar Pasquali

Emma Dante o non Emma Dante, ciò che si mostra è un’umanità nuda, esposta, indifesa (non per questo necessariamente innocente), che non sa perché stia lì ma di fatto ci sta e tenta di relazionarsi con ciò che le si presenta. Però – e qui crediamo sia il tratto fondamentale – sa di farlo davanti a qualcuno che la sta a guardare. Se queste creature sono private dei «perché», paiono però consapevoli del «per chi» o, comunque, «innanzi a chi».

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Rosellina Garbo

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Rosellina Garbo

Si spogliano davanti al pubblico, si riferiscono ad esso come referente ultimo, quasi sollecitando tacitamente un senso di responsabilità, quasi nella loro pena ci dicessero: questo macchinone ci costringe a far spettacolo di noi stessi, ma tu che guardi, cosa cerchi?

Basti la scena in cui Sabino Civilleri nella grazia ferina della sua «scimia» fa il verso all’applauso compiaciuto del pubblico. Digrigna, scalpita, grida, ma sembra sibilare: soddisfatti così? vi bastava una prodezza? non sapete vederci che questo?

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Masiar Pasquali

Più che un’operazione autoreferenziale, la regista siciliana parrebbe in continuità con certe riflessioni di Carmelo Bene, nell’acerrima lotta allo spettacolo in difesa del teatro, in quei passaggi del Lorenzaccio, del Macbeth o dei vari Amleto in cui tutto è stato già toccato, già detto, già fatto e l’attore si aggira tra rovine, oppresso da una divinità che non c’è ma pur si manifesta nell’attesa-pretesa di un’azione. Per questo Bene diceva che parlare di teatro è come parlare di teologia (e che quindi non se ne può parlare). Per questo troviamo  preoccupante veder applaudito Bestie di scena come se fosse un numero di bravura. Dovremmo tremare e costernarci.

Il pubblico ha una responsabilità, ma pare non esercitarla.

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Masiar Pasquali

Emma Dante Bestie di scena. Foto di scena ©Masiar Pasquali

Alla ricerca di un dio con Biancofango

In oscuri tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, libertà pianificata, disumana umanità, in un mondo che è simile a un macello, spinta da voci di minacciose violenze, perché la violenza della gente miope non spezzi ogni cosa, voglio qui riportare Dio.

Sono le primissime parole di Io non ho mani che mi accarezzino il viso, il nuovo spettacolo di Biancofango che ha da poco debuttato a RomaEuropa. Qui l’incomprensibilità dell’esistenza umana si sposta dal piano orizzontale dell’azione-reazione alla discesa nell’abisso interiore. Ancora una volta una scena cupa, cruda, bunker del fondo umano. È il purgatorio in vita dei vinti, di coloro che vorrebbero magari fare, agire, andare oltre, ma non sanno, non sanno proprio come—e se. E a che pro, poi?

Siamo in tanti. Così fragili. E non è più possibile vivere così, lo sappiamo. Non c’è più nulla in noi da colpire. Nulla che ci possa tormentare. Ad ogni tormento abituati.

Persa ogni cosa, capite? Perso il senso di ciò che è alto sopra di noi.

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Piero Tauro

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Piero Tauro

Ci manca un fine e dunque ci mancano sempre di più le motivazioni. Se non agiamo per un principio ultimo possiamo forse provare ad agire per qualcuno—ma siamo più una società?

Qui incontriamo due individui. Un uomo. Una donna. Tutt’altro che una coppia. La somma ormai è negata. Perché di questi tempi tutto è frammentato. Neanche i cieli sono più fissi. Allora magari agire in nome di un dio—o contro. Ma dio dov’è? «Morto» nella coscienza dell’uomo, diceva Nietzsche. Con tre secoli di razionalità e progresso ce ne siamo affrancati.

Epperò manca. Ci manca. Perché quando un potere superiore viene a mancare davvero, quando la libertà (non la liberazione, non l’emancipazione da) diventa possibile, reale, realizzata, ecco che l’uomo è ben altro che felice. È solo. Assolutamente solo. E perso.

Io ti vedo uomo che anneghi. Sento che gridi aiuto. Ti vedo donna che chiami. Questo non è tempo di coscienze libere. Questo è tempo di morti in cammino, per tutte le strade, per i sentieri dei campi, per i deserti, ognuno a cercare una casa, un familiare, un amico, ognuno a cercare la bandiera in cui aveva creduto.

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Piero Tauro

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Piero Tauro

Non si può allora che girare in tondo, avvitarsi su sé stessi. Come l’impietosa luce di Staropoli che ribadisce il vuoto, il buio, e al contempo l’abbaglio: tutti lì, noi uomini, a inseguire un riflesso. Ma l’origine dov’è? esiste?

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Piero Tauro

Parimenti i continui riferimenti letterari (Brecht, Büchner, Shakespeare, ecc.) si fanno urgenza artistica. Vale a dire. Più che un cólto citazionismo sanno di irrinunciabile matrice metafisica, come se attingendo a quelle creature così inquiete (Woyzeck, Santa Giovanna, Amleto) i Biancofango invocassero una comunione di spiriti. Di qui il continuo richiamo a un sentimento di speranza che puntualmente si infrange sui volti indifferenti di un’umanità gretta, miserabile e atomizzata.

Maledetto è l’uomo, i padri, le madri, i figli, quelli che arrivano e quelli che se ne vanno.

Una cosa dico, prima di andare, che la morte interrompe solo quello che stiamo facendo, che per cambiare il mondo deve cambiare l’uomo.

C’è da ricominciare, anzi, meglio, c’è da ritornare a noi, al nostre essere esseri umani: individualmente e collettivamente al tempo stesso, senza che l’una sfera pregiudichi l’altra.

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Biancofango

Biancofango Io non ho mani che mi accarezzino il viso. Foto di scena ©Biancofango

Tutt’altro che kafkiano il tributo a Kafka di Cosimi

Non possiamo allora non attraversare il «tributo postumo a Kafka» del teatro-danza di Enzo Cosimi. «Tributo postumo», si badi bene, e non un lavoretto un po’ surreale un po’ perturbante come si intende di solito l’etichetta «kafkiano»

Enzo Cosimi Thanks for hurting me. Foto studio ©Enzo Cosimi

Enzo Cosimi Thanks for hurting me. Foto studio ©Enzo Cosimi

Come era già avvenuto con Bastard Sunday per Pasolini, anche qui Cosimi non mitizza la fonte: se da un lato abbiamo tre corpi (femminili) irrisolti che per quanto accennino gesti individuali finiscono per ritrovarsi a girare in cerchio e puntualmente precipitare a terra, dall’altro ogni azione è esposta alla luce, senza atmosfere ostentatamente inquietanti. Dopotutto le cosiddette ambientazioni «kafkiane» paiono così poco rassicuranti semplicemente perché la vita dell’uomo tale è: precaria e senza certezze. Eppure – questo il paradosso – è tutto lì: già dàto. Nessun mistero da svelare. 

Enzo Cosimi Thanks for hurting me. Foto studio ©Enzo Cosimi

Enzo Cosimi Thanks for hurting me. Foto studio ©Enzo Cosimi

Poco a poco, infatti, anche qui si comincia a intuire che la vera angoscia non scaturisce dall’insondabilità del mondo ma dalla nostra esigenza di spiegazione. È la nostra volontà di conoscenza, di ordine a renderci schiavi. Ecco perché Kafka innesta la riflessione esistenziale nel sistema burocratico: ben altro che una denuncia al mondo industriale, l’indagine va ben più a fondo, alla radice, al peccato originale degli alberi della conoscenza e della vita.

Così Cosimi contamina gli immaginarî di allora con i nostri, le membra si muovono come leve e pistoni o armeggiano con telefoni e borsette. Oggi come ieri la condizione umana rimane la medesima: si brancola, colpevoli ma ignari delle nostre colpe e privati della possibilità di aderire a qualcosa di più grande di noi. Dio non si manifesta mai, il Castello è irraggiungibile, il permesso di vivere inconquistabile, e pertanto si finisce per rinunciare a qualunque spiegazione. Come il paradiso lobotomizzato dell’epilogo in cui ogni rivolta è soppressa, la macchina della colonia penale esegue il suo fatale meccanismo.

Enzo Cosimi Thanks for hurting me. Foto studio ©Enzo Cosimi

Enzo Cosimi Thanks for hurting me. Foto studio ©Enzo Cosimi

Sarebbe un errore però cogliervi una resa incodizionata. Giustamente Cosimi intitola Thanks for hurting me. In quella “grata passione di dolore” si cela molto di più: la consapevolezza che un uomo è solamente un uomo, e che è nella sua natura non capire e soffrire—e questo non è necessariamente un male.

Necessità contro volontà nel Tito di Santeramo

Concludiamo questa parabola con una riscrittura shakespeariana finalmente attuale: «attuale» perché agisce, non perché fa l’occhiolino a questioni iper-contemporanee. Parliamo del Tito (Andronico) di Michele Santeramo, commissionato dal Bellini di Napoli (coprodotto dal Napoli Teatro Festivabb3