Mario Merz Senza Titolo (Triplo Igloo), 1984-2002, MAXXI, Roma; ph. ©Paola Pittori

Mezzo pieno, mezzo vuoto: un bicchiere Inequilibrio

La verità è sopravvalutata. Basterebbe leggere due righe dal bignami più stringato di Einstein per rendersene conto. Invece no, con caparbia testardaggine sopravvive questa idea tutta monoteistica che la verità assoluta esista, e che bisogni perseguirla. Poco importa se di tanto in tanto si scopre che la storia spacciata per vera poi così vera non era: Blair e la “missione di pace” in Iraq, Berlusconi e la stabilità economica dell’Italia, Garibaldi e la fiaba del patriottismo; niente, alla fine sopravvive la versione meno scomoda: come nei migliori film hollywoodiani la divisione fra buoni e cattivi, tra giusto e sbagliato non deve lasciare spazio a dubbi.

La relatività, invece, ci insegnerebbe che “la” verità è un’illusione prospettica, ma altresì che “una” verità pur esiste. Tutto sta a decidere quale e quanta ne vogliamo raccontare. Bicchiere mezzo pieno o bicchiere mezzo vuoto?

Dopo aver trascorso quattro giorni a Castiglioncello, in occasione della XIX edizione del Festival Inequilibrio, dobbiamo ammettere di sentirci in difficoltà. Perché se da un lato la rassegna diretta da Angela Fumarola e Fabio Masi si conferma un tempo e un luogo di incontro-confronto-scoperta tra i più preziosi in Italia; dall’altro, di tutti gli spettacoli-performance-studi visti tra prima e seconda settimana (circa un terzo della programmazione totale), eccezion fatta per Freier Klang degli inossidabili Morganti-Frongia e I quattro moschettieri in America dei Sacchi di Sabbia, fatichiamo non poco a individuare proposte artistiche che abbiano davvero lasciato il segno.

Sembra un “responso” severo, duro, forse lo è – magari abbiamo solo avuto poca fortuna nella scelta dei giorni, chissà –, ma non possiamo fare a meno di manifestare una certa perplessità di fronte a lavori che raramente hanno suscitato reazioni più sentite dell’imperante – odioso – aggettivo “interessante”.

Rispettiamo la diversità dello sguardo di colleghi più autorevoli, ben venga che ci sia, felici altresì che il festival in questo difficile momento riceva un convinto sostegno – meritato – da parte della stampa; eppure stentiamo davvero a condividere tale e tanto entusiasmo per gli spettacoli. Noi stessi ci auguriamo, e lo diciamo senza alcuna ipocrisia formale, che Armunia abbia lunga vita e che questo decentramento dalla sede storica di Castello Pasquini si risolva presto e nel migliore dei modi, però ci domandiamo se tale sbilanciamento al “bicchiere mezzo pieno” sia veramente salutare.

Veniamo a qualche esempio concreto. Prenderemo a prestito l’espediente adottato dai quotidiana.com nel saggio corale Santa pazienza – esito del laboratorio di “Scritture verbali per la scena”, forse un po’ lungo, con qualche flessione, ma che conferma il talento drammaturgico di Scappin-Vannoni, tra i più lucidi e neri in Italia –, per scorrere rapidamente alcuni degli spettacoli visti (di altri abbiamo già parlato e parleremo nei prossimi giorni) tentando di oscillare fra l’“invettiva” e l’“apologia”, o per meglio dire, tra bicchiere mezzo vuoto e bicchiere mezzo pieno.

I Dialoghi degli dèi – Massimiliano Civica/Sacchi di Sabbia

Parodia scolastica: interrogazione sulla cosmogonia classica. Alunni cresciutelli da un lato, maestra apatica dall’altro, al centro gli dèi greci, chiamati a inscenare sé stessi, come  guest star di un quiz televisivo.
Mezzo pieno: felice esempio di collaborazione-contaminazione teatrale; le diverse ironie di Sacchi di Sabbia e Civica ben si amalgamano fra di loro e con ponderata leggerezza introducono questioni assai più complesse quali la natura del meccanismo teatrale: come esso coinvolge, diverte, avvicina, sorprende, accoglie. Ritmi, attori, battute esilaranti.
Mezzo vuoto: il lavoro non evolve; la reiterazione, tipico espediente del comico, non riesce a trovare uno sviluppo e finisce per far avvitare lo spettacolo su sé stesso: si ride sì, ma si ride – progressivamente – sempre meno, e anche l’autoironia metateatrale non innesca particolari riflessioni.

Please me please: The Duet + The Solo – Bitter Sweet Dance/Liat Waysbort

How do we please? Coreografia in due tempi sul “piacere” (voce del verbo…), come si fa a piacere? a soddisfare? per cosa si viene apprezzati? Il primo è un duetto di danzatrici ultrasessantenni, il secondo un solo di un giovane danzatore che oscilla tra i due sessi.
Mezzo pieno: importante riflessione sui modelli dell’entertainment ormai prono alle esigenze del mercato; semplice fragile esposta umanità come resistenza a una dinamica che snatura l’artista fino quasi a farne un oggetto. Notevole capacità tecnica di Ivan Ugrin nel solo.
Mezzo vuoto: l’idea non trova una realizzazione altrettanto convincente; la costruzione scenica è elementare, l’indagine sul movimento modesta, appoggiandosi – nel duetto – alla parola e – nel solo – a coreografie troppo dimostrative.

Trittico della guerra Guinea Pigs

Il sopruso nella nostra società odierna declinato in tre quadri: sfruttamento, bullismo, prostituzione. Quattro giovani attori per tre spaccati realistici di violenza metropolitana, talmente reiterata da essere avvertita, ormai, ai limiti della normalità.
Mezzo pieno: apprezzabili intuizioni sceniche nella costruzione dell’ambiente: tra luci impietose nei loro continui lampi indiscreti e suoni elettronici ai limiti del “midi” da vecchi videogame che commentano con brillante senso del grottesco la dimensione della trappola (quasi fossimo tutti vittime di un grande labirinto à la Pac Man)
Mezzo vuoto: totale inadeguatezza del cast, troppo acerbo, della drammaturgia, ingenuamente narrativa e priva di sviluppi, della regia, cui manca una visione d’insieme e aggrega elementi per novanta minuti di prevedibile linearità.

Now Idan Sharabi

Cosa si nasconde in un momento? Quante possibilità? Cosa può nascere? Due danzatori e un pianista si affidano all’improvvisazione per scoprire le risposte che attendono latenti tra la natura dello spazio, la reazione del pubblico e la sensibilità propria degli artisti stessi.
Mezzo pieno: concettualmente interessante, attraversato da istanti di poeticità, ironia, leggerezza, sensualità, briosa spontaneità; ricca sfaccettatura interpretativo-coreutica di Nicholas Ventura. A nostra testimonianza, lo spettacolo più applaudito.
Mezzo vuoto: lo spirito di improvvisazione infonde un senso di pressappochismo, quasi ci trovassimo all’interno di una sala prove in cui ciascuno procede per conto proprio, ogni tanto tenta una contaminazione poi di nuovo da solo, ad libitum. Manca l’ascolto reciproco, e per un’improvvisazione non è un aspetto marginale, anzi. Se inizialmente incuriosisce, poco a poco finisce per stancare.

Confessioni – Silvia Franco

Recitazione come espressione dei propri nodi interiori; espressione come confessione della propria umanità; confessione come atto di onesta esposizione. Da Sant’Agostino alla cultura pop contemporanea, la creatura “attore” si maschera svelandosi per abitare l’interstizio che c’è tra finzione e realtà.
Mezzo pieno: Silvia Franco dà mostra di un’ironia raggelata di rara maestria, aggirandosi tra i velatini (alle sue spalle – il senso del sacro; di fronte a sé – il profano) come un’anima irrisolta che sa di non creare il contatto eppure tenta lo stesso, esprimendo stoicamente tutta la sua profonda umanità.
Mezzo vuoto: ritmi estremamente dilatati che se da un lato – contestualmente agli aromi di incenso e alle sonorità claustrali – ben evocano la dimensione del rito, dall’altro mettono alla prova la disponibilità dello spettatore, che, per lo più “staccato fuori” dal velatino, finisce per smarrirsi nella ricca trama di segni e paradossalmente perde in primis il contatto della confessione stessa.

Andando oltre i singoli giudizi, è legittimo aspettarsi qualcosa di più? la fragilità degli spettacoli è sintomo di una direzione artistica non abbastanza esigente o è – più preoccupante ancora – l’ennesimo segnale che il mondo delle arti performative sta vivendo una fase di stallo creativo? Oppure, invece, è solo una nostra miopia? Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Per ora sospendiamo la risposta, rinviandola alla conclusione di questa intensa estate di festival.

(Foto: ©Lucia Baldini)

Letture consigliate:
• La libertà dello s-concerto: Morganti, Frongia e la santa idiozia di Freier Klang, di Manuela Margagliotta
• La mollezza dell’inerzia: Lucia Calamaro e le ossessioni de ‘La Vita Ferma’ a Inequilibrio, di Giulio Sonno

Ascolto consigliato

Inequilibrio, Castiglioncello (LI) – 28-29 giugno e 8-9 luglio 2016