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I tempi di Armunia

Venti anni InEquilibrio: Focus sulla Danza a Castiglioncello

Tempi politici

Mala tempora currunt se arrivati alla stazione di Castiglioncello per la XX edizione del Festival Inequilibrio, ad accoglierci – Vernacoliere permettendo – troviamo queste novità:

Stazione di Castiglioncello, 23 giugno 2017. Foto ©Giulio Sonno

Stazione di Castiglioncello, 23 giugno 2017. Foto ©Giulio Sonno

Di cinquanta settimane in cui fare controlli, proprio le due di Festival? Neanche ci fosse da organizzare una retata…

Non sorprende allora se quest’anno Fabio Masi – co-direttore artistico insieme a Angela Fumarola – abbia ribadito in più di un’occasione la vera natura di Armunia, rivendicandone i costi, i modi e i tempi. Natura che può piacere o non piacere, certo, ma che non dovrebbe dispiacere, come parrebbe invece accadere con gli indigeni, soprattutto con quelli istituzionali, che pur tra florilegi e circonlocuzioni cercano di contingentare ciò che ai loro occhi sembrerà un lusso poco utile: tanto per il commercio quanto per la propaganda. Fatto sta, scampato quest’anno il peggio, l’anno prossimo niente festival a Castello Pasquini. Né residenze. E chissà che le lunghezze del restauro non diventino un’arma di compromesso a ribasso.

Castello Pasquini. Foto ©Lucia Baldini

Castello Pasquini. Foto ©Lucia Baldini

Perché è tutta una questione di tempo. E di tempi. Tempi di creazione, di fermentazione, di incontro, tempi di resistenza, di resilienza, di resipiscenza. Non rivoluzione (che è riavvolgimento deprecabile)—ma presenza nel tempo. Un tempo lungo e lento che politica e mercato, ammanicati come sono con l’immediato, non possono concepire, perché altrimenti rivelerebbero il proprio vuoto compresso, sgonfiandosi in inconsistenza.

Edward Hopper Soir Bleu (1914). Whitney Museum of American Art, Josephine N. Hopper Bequest, ©Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art.

Edward Hopper Soir Bleu (1914). Whitney Museum of American Art, Josephine N. Hopper Bequest, ©Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art.

Tempi riflessivi

Il tempo – che non esiste – lo percepiamo solo quando un fenomeno si arresta: solo allora ne scorgiamo i confini, solo allora possiamo cominciare a osservarlo, a studiarlo, però non possiamo più interagirvi; come un acquerello seccato, ormai si è fissato. Ebbene, in questa irreversibilità cogliamo il senso del tempo, cioè cogliamo noi nel tempo: la nostra soggettiva relatività di fronte alla multidimensionalità dell’universo. È il nostro essere limitati che ci porta a limitare l’illimitato.

Edward Hopper Morning Sun (1954). ©Columbus Museum of Art, Ohio Howald Fund Purchase 1954.031

Edward Hopper Morning Sun (1954). ©Columbus Museum of Art, Ohio Howald Fund Purchase 1954.031

Nel primo quaderno – summa del ciclo di seminari curati da Claudio Morganti, dedicati appunto al tempo – della recente collana che Armunia ha concepito come, ulteriore, storicizzazione di sé nel tempo, dunque di eredità attiva nel presente (edizioni ETS – consultabile qui online), Attilio Scarpellini scrive:

Se da un evento tolgo il vento del tempo, strappandolo al flusso dell’accadere, congelandone la parabola, se lo inchiodo nel punto dell’attimo […] ciò che resta è soltanto un’immagine […], immobile e cristallizzata.

Questa immagine è il grande spauracchio e spirito del teatro, che non può esistere nel tempo del ricominciamento (come un libro che si può riaprire, un disco riascoltare, un quadro o un film rivedere) ma solo e unicamente nel tempo dell’effimero. Cosa ne rimane è il ricordo. Che è appunto fotografia soggettiva, isolata dal tempo, riordinata, in-formata (come spesso troppa critica ammalata di ermeneutica sembra dimenticarsi). A questo ricordo tuttavia si mescola qualcos’altro che è la visione, visione che si sprigiona nel tempo dello spettacolo sublimando il tempo stesso. Sempre Scarpellini, riecheggiando Anassimandro:

Ogni immagine viene dal travaglio del tempo e sospendone gli effetti ne eternizza i segni.

Quando uno spettacolo – o come vogliamo chiamarlo – si svincola dal succedere (susseguirsi di parole, quadri, elementi secondo una preconcetta giustapposizione estetica), ecco che allora può darsi l’accadimento. Il tempo si sospende e si dilata, ciò che accade si scrolla dell’intenzionalità dell’attore e dell’aspettativa dello spettatore, superando il vincolo della soggettività. Per questo si può parlare di teatro come rito.

Anfiteatro. Foto ©Lucia Baldini

Anfiteatro. Foto ©Lucia Baldini

Tempi di danza

È senza alcun dubbio il caso di Euforia, prima sezione di un progetto in divenire (presentato in questa forma lo scorso settembre a Short Theatre) di Silvia Rampelli/Habillé d’Eau. Qui il tempo è colto in tutta la sua pressante inconsistenza. Anzitutto nella presenza spettrale di Eleonora Chiocchini, abiti scuri, capelli corvini, lunghi, sciolti, a coprire il viso, come uno yūrei, i fantasmi giapponesi: procede a piccoli rapidi passi, formicolanti, sincopati, tra quattro grandi casse, unico oggetto di scena, che paiono monoliti di una civiltà ancora da venire. Ne sgorga una voce, atona, in inglese, spossata nell’irresolutezza esistenziale di un continuo «I’m not ready». Dappoi l’apparizione larvale di Alessandra Cristiani, nuda, ricci rossi, incarnato pallido, e due occhi ai limiti dello straziante che l’eterna notte blu delle luci di Gianni Staropoli trasformano in uno sguardo indaco, come quello di un neonato, senza pigmenti, perché ancora non ha incrociato la luce del sole. Ed è uno sguardo che punta dritto nel nostro, mentre il corpo si contrae, a terra, con quel ritmo dilatato oltre l’umano che è prodigio espressivo del butoh. Infine la comparsa tra il beffardo e l’ingenuo di Valerio Sirna, che stacca la voce del dubbio a quei quattro cantoni dell’esistenza e attraversa ludicamente lo spazio, incastra i passi ad angolo retto tra un piede e l’altro, quasi che lo misurasse per la prima volta, divertito. Se prima abbiamo timore di tempo (la vita), poi una contrazione nello spazio (abitarla, abitarsi), infine giunge l’esserci. Euforia, dunque, più che nell’accezione di smodato stato di benessere, o di capacità di portarsi/predisporsi bene (eu pherein) – quindi «ora» per «dopo» –, pare tradursi nella creazione di Silvia Rampelli in un nascere bene, in un ben abitare il tempo oltre la temporalità.

Habillé d'Eau Euforia. Foto di scena ©Lucia Baldini

Habillé d’Eau Euforia. Foto di scena ©Lucia Baldini

Una nuova nascita oltre il tempo è quella di And it burns, burns, burns sesto e ultimo capitolo del progetto di Simona Bertozzi sulla figura mitologica di Prometeo. Il fuoco è infine giunto agli uomini, ma come si vive emancipati dagli dèi? La coreografa romagnola rinuncia generosamente alla scena e stavolta arretra in regia.  Cinque danzatori: due piccole adolescenti, ancelle del fuoco, vestali da venire, speculari tra loro al pari di quello stesso rispecchiamento che inducono negli altri tre corpi, più eterogeneamente umani, costretti a confrontarsi, smarrirsi, rifrangersi in quella luce improvvisamente così propria. Bertozzi non enfatizza tale dono come mito di progresso, lo problematizza constantemente: «brucia» questo fuoco ma scotta anche (la doppia accezione di «to burn»). È un dono o è una condanna? Prometeo è benefattore o ribelle? Così la luce scende come piccoli coni di cielo, i costumi dei tre “uomini” oscillano fra l’oro, il rame e il rosso sempre abbinati al nero: è la techne che subentra ma che rischia altresì di costringere in un esoscheletro. Si fonderanno in mirabili composizioni di insieme questi corpi per scartarsi ogni volta come scorie di una lega instabile; volteggiano come fiammelle liberate dalla caverna platonica del precedente Prometeo: il dono ma come un Icaro invasato la loro estasi preconizza costantemente la rovinosa caduta. And it burns, burns, burns è danza vivissima che ribolle nella camera magmatica di un vulcano, in un tempo anche qui sospeso, un tempo da venire, da inventare, in bilico tra l’eternità degli dèi e la mortalità degli uomini, come l’eloquente immagine di Aristide Rontini, che, arti tesi, si dibatte a terra, balza dal ventre, affannato come un pesce senza mare: emancipato dal vincolo dell’orizzontalità, sì, ma destinato a seccarsi nel sogno di un’elevazione che non può sostenere. Ricadiamo tutti a terra.

Simona Bertozzi And it burns, burns, burns. Foto di scena ©Lucia Baldini

Simona Bertozzi And it burns, burns, burns. Foto di scena ©Lucia Baldini

Il tempo, dunque, c’è per noi perché c’è la morte: che è un’altra cosa che non esiste, così come non esiste un buco, è ciò che gli sta attorno ad esistere. E questo è tipico dell’uomo: cogliere ciò che manca. Questo il grande merito del focus sulla danza araba contemporanea che ha caratterizzato la prima settimana di InEquilibrio dedicata alla danza (curatela di Angela Fumarola). Composizioni diverse (di circa mezzora ciascuna), come diversa è l’origine dei danzatori, accomunate tuttavia da un’estetica che per quanto contaminata con la nostra europea spicca sicuramente per la presenza diremmo totale nel movimento. A parte il libanese Jadd Tank, che risente di una leggerezza smaccatamente statunitense (complice la fredda partecipazione del pubblico, prevedibile dato il contesto non propriamente popolare), gli altri tre coreografi ci sono parsi felicemente impermeabili a una formalizzazione convenzionalizzata del proprio linguaggio espressivo. La tradizione, più che un retaggio ingessato da cui smarcarsi, si è fatta conca entro cui abitare le proprie pulsioni individuali. Il respiro del canto e il vortice sufi nell’inferno di What about Dante dell’egiziano Mounir Saeed; l’ironia raggelante della parola e del corpo nel dedalo delle innumerevoli guerre del Libano di To be… di Bassam Abou Diab; o ancora il bivio tra sogno e realtà del palestinese Sharaf Dar Zaid, tra la polvere pesante di un soggettivismo frantumato, immobilizzato, e le geometrie di una espressività più libera, blu come il bagliore di uno show televisivo, mentre gli spari ci ricordano ciò che vi è sotto. Cos’è che vediamo quando vediamo un passo diverso dal nostro? Ci fermiamo al fascino dell’esotico, del folklorico, o riusciamo a intuirvi anche la tensione sotterranea? A quale tempo li restituiamo insomma, a quello della fantasia, dell’abitudine, o a quello della complessità?

Sharaf Der Zaid To be… Foto di scena ©Lucia Baldini

Sharaf Dar Zaid To be… Foto di scena ©Lucia Baldini

Infine, a proposito di tempi e di attese, non possiamo non nominare Barbara Berti (neo vincitrice ex aequo del Premio Scenario): diciotto minuti di pura immersione nella voce del corpo. Buio. Un occhio di luce illumina solo il viso della danzatrice, qualche piccolo movimento, minimo, semplicissimo; poi il cerchio si allarga a mezzo busto, giunge la voce, e un quaderno, dove ogni parola viene trascritta. All’inizio sembra di seguire il discorso, agilmente, ma alla seconda frase già la prima si è fatta dimenticare, eppure in qualche modo si è trascinati (se lo si è, chi lo è) in questo ritmo improbabile, dal tono pacato, candido, scrupoloso, di quella curiosità innocente che appartiene ai bambini, quasi ci/si stesse dicendo “E se faccio così che succede?”. Tanto che quando poi lascerà il quaderno, ampliando i movimenti, e a un tratto interromperà anche la parola, quel flusso sereno ormai sembra continuare a parlare da sotto la pelle: il corpo di Berti si fa emanazione discreta e magnetica di quello stesso interrogarsi. Il tempo si sospende, l’attimo si dilata. Una sorpresa inaspettata, così consapevole e lieve al tempo stesso, che lascia ben sperare.

Barbara Berti

Barbara Berti I am in a shape, in a shape doing a shape. Foto di scena ©Lucia Baldini

Tempi di bilancio

L’anno scorso su queste pagine non avevamo nascosto le nostre perplessità per un’edizione che ci era parsa debole. Stavolta, solo due giorni di danza (seguirà anche un approfondimento sul teatro) ci hanno restituito più riflessioni, qualità e speranze di quanto non abbiano fatto le stagioni italiane negli ultimi sei mesi.

Inequilibrio 2017

Questo è ciò che può un festival. Soprattutto in un anno così delicato. InEquilibrio perdura, persiste, resiste. Nel tempo.

Ascolto consigliato

Letture consigliate
L’arte di cadere, di Attilio Scarpellini (DoppioZero)

Castello Pasquini, Castiglioncello (LI) – 23 e 24 giugno 2017

In apertura: Edward Hopper New York Interior (1921). Whitney Museum of American Art, Josephine N. Hopper Bequest, ©Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art.

EUFORIA

ideazione e regia Silvia Rampelli
danza Alessandra Cristiani, Eleonora Chiocconi, Valerio Sirna
luce Gianni Staropoli
musica Tiago Felicetti, Charlie Pitts
quadrifonia Daniel Bachalov

AND IT BURNS BURNS BURNS
Quadro finale del Prometeo


progetto   Simona Bertozzi, Marcello Briguglio
Ideazione e coreografia  Simona Bertozzi
Interpreti  Anna Bottazzi, Arianna Ganassi, Giulio Petrucci, Aristide Rontini, Stefania Tansini
Musica Francesco Giomi, Eric Burden & The Animals
luci Simone Fini  
organizzazione Beatrice Capitani
promozione Elena de Pascale
ufficio stampa Michele Pascarella

I AM SHAPE, IN A SHAPE DOING A SHAPE

coreografia Barbara Berti
consulenza drammaturgica Carlotta Scioldo
assistente alla coreografia Liselotte Singe