Foto di scena ©Rita Frongia

Il tempo sublimato de ‘L’amara sorte di Claudio Morganti’

Il tempo è un concetto assai relativo. Relativo semplicemente perché varia in relazione a qualcosa: come il vento, non ci fosse nulla a interromperne il flusso, a mala pena ci accorgeremmo della sua esistenza. A ben pensarci, dopotutto, la nostra idea di tempo si limita al concetto di durata e scadenza: fare qualcosa “prima che” o “finché” non accada qualcos’altro. La chiamiamo vita, è la nostra durata prima dell’ultima ineludibile scadenza. Ma il tempo no, non lo conosciamo, il tempo – ammesso che esista – è un concetto più grande di noi, perché ci sopravvive. Volendo, però, un escamotage c’è: si può giocare a far dio, diciamo il dio Crono. I percorsi sono due: il primo, il più battuto, è studiare le vite, le opere, le culture del passato, così da moltiplicare esponenzialmente le nostre esperienze e spaziare nel tempo con più agio; insomma, basta coltivare un interesse per la storia (e le storie). Il secondo percorso, decisamente più inusitato, è quello di creare un dialogo differito con noi stessi nel tempo. Se è vero, infatti, che esistiamo solamente nel presente, nulla ci impedisce di lasciare una traccia di “ora” al nostro io di un dato domani, il quale ricevendola nel suo futuro presente (aggettivo-sostantivo) la coglierà come passato ma pur sempre presente, stabilendo così una sorta di dialogo costantemente presente eppure temporalmente assai dilatato.

Un esempio pratico? I diari dell’adolescenza, le vecchie lettere, le scatole di ricordi. Oppure – i nastri di Krapp. Già, perché il testo di Beckett rappresenta uno dei casi letterari più clamorosi di dialogo interiore con il tempo. Se, ad esempio, il teschio del povero Yorick o le Madeleine di Marcel attivavano un ricordo lontano, la registrazione di Krapp inserisce nel presente un altro presente che è ormai passato e ch’eppure riproducendosi nel presente conquista un nuovo tempo, pertanto una nuova funzione. Allo stesso modo farà l’ormai eremitico Claudio Morganti, che ritornando al suo Krapp, dialogando con esso, imprimerà un vertiginoso e invisibile giro di vite alla macchina temporale del teatro. Ma andiamo per gradi.

Dieci anni fa Morganti, ce lo racconta egli stesso nell’ipogeo con volte a crociera sotto l’Istituto Magnolfi (in occasione del Contemporanea Festival di Prato), si chiese se fosse possibile prendere un testo teatrale, trasformarlo completamente, trasferirlo cioè in un diverso piano contestuale e linguistico, e mantenerlo al tempo stesso riconoscibile, o meglio, conservarne il pulviscolo infinitesimale – “lo spirito” – che rende al di là di tutto e tutti l’opera ciò che è, ovvero un unicum sempre valido e fedele al suo assioma di partenza. Tale esperimento – L’amara sorte del servo Gigi – venne elaborato proprio a partire dal Krapp di Beckett, sviluppando una riflessione sul concetto di teatro, di drammaturgia nonché sull’atto stesso della recitazione.

Foto di scena ©Ilaria Costanzo

Ora. Passati dieci anni, Morganti ritorna al suo non-Krapp, tentando di “deteatralizzarlo” ulteriormente (nel senso più basso del termine), condensando cioè ancora di più l’intera operazione quasi da annullarne il più possibile ogni ultima scoria di spettacolarità e giungere alla matrice più profonda e irriducibile del play. Per farlo, si avvale di un espediente che è tanto semplice quanto concettualmente sorprendente: il suo vecchio Krapp (che già non era più Krapp, e ora non è più neanche Gigi) è sempre eternamente vecchio, ma ora lo è dieci anni di più; compie sì le stesse azioni stanche, ma con più stanchezza di prima; ancora una volta torna ad ascoltare i suoi vecchi nastri, ma non sono più gli stessi nastri di un tempo – tempo reale (Morganti)? tempo teatrale (Gigi)? tempo drammaturgico (Krapp)? ed è qui che si condensa tutta l’ineffabile potenza dello spettacolo – sono bensì quelli che ha registrato dieci anni fa – nello spettacolo! Eccolo il giro di vite: tutto cambia nulla cambia eppure qualcosa si è mosso.

Foto di scena ©Ilaria Costanzo

Lo scarto non è così evidente, ma è proprio la sua naturalissima credibilità che dovrebbe stupire lo spettatore attento, perlomeno quello delle prime file. Già, perché questa impercettibile verità si raccoglie tutta, ancor prima che nella voce, nello sguardo di Morganti, che riascoltando il nastro di dieci anni prima, innesca un indescrivibile, minimalista, emozionante lotta con il tempo. Ciò che dieci anni prima aveva la sua forza, la sua validità, la sua ragion d’essere, ora assume un valore completamente diverso. Gli occhi ci rivelano che egli – Krapp, Gigi, Claudio Morganti, tutti quanti o nessuno dei tre: ormai è irrilevante – sta cercando nel nastro qualcosa che non c’è più e ch’eppure proprio quel nastro ha riattivato. Nel suo sguardo, nei suoi sbuffi, nei suoi rantolii, si raccoglie tutta l’attesa per quello che dieci anni fa non aveva detto ma avrebbe potuto, perché alimentava il suo parlare, si annidava nelle pause, nei silenzi di quei nastri. Insomma, egli ricerca nei suoi nastri quel non detto che ha dimenticato ma che sa di esistere e a cui affida tutta la verità necessaria per dare senso al nuovo presente.

Foto di scena ©Ilaria Costanzo

Attraverso uno spostamento minimo dei fattori, apparentemente irrilevante, dunque, l’operazione di Morganti tocca il nervo più profondo del teatro, superando quella sua stessa natura effimera che da sempre lo caratterizza: Morganti porta in scena la coesistenza dei presenti, un tempo senza confini, sempre valido sempre invalidato, che nella sua ormai inestricabile sovrapposizione di realtà e finzione (ma sarebbe più corretto il tecnicismo etimologico fizione, che rimanda all’atto di dare forma alla creta) ci porta a toccare con mano l’essenza del teatro e, chissà come, a sublimarla.

Ascolto consigliato

Ipogeo Teatro Magnolfi, Prato – 2 ottobre 2015