Kinkaleri - No title yet

Ora o mai più

Una giornata in 'Contemporanea' tra rappresentazione e accadimento

Il teatro è rappresentazione o accadimento? Qualcosa che rimanda a qualcos’altro o proprio ciò che è “qui e ora”? Perché forse è questo uno dei nodi principali della cosiddetta scena contemporanea: nodo tutto da sciogliere perché ancora tutto da affrontare, se non addirittura da riconoscere.

Dopo una rapida immersione di un giorno al Festival Contemporanea abbiamo lasciato Prato carichi di queste stimolanti domande nonché qualche inaspettata delusione, perché come abbiamo scritto recentemente a proposito di Charmatz e come oggi anche Roberta Ferraresi ha sottolineato (in diversa forma): dov’è lo spettacolo? E io che sto qui, cosa devo fare? Devo osservare con complicità o devo intervenire con partecipazione? Devo predispormi a com-prendere o devo entrare? Sono di fronte o sono dentro?

Non intendiamo certo ridurre tutto a un semplicistico aut aut. Anzi. Non essendo una macchina, lo spettatore infatti può – soprattutto inconsapevolmente – cambiare  prospettiva e atteggiamento nei confronti di ciò che accade proprio man mano che lo spettacolo accade (adoperiamo i termini spettatore e spettacolo in senso largo, a livello di categoria generale, non di definizione). Si tratta, in fondo, delle emozioni, di ciò che lo spettacolo “s-muove” dentro di noi. E a teatro tutto si basa innanzitutto su un patto di fiducia: io spettatore devo fidarmi e affidarmi – fosse anche nella finzione più iperbolica e manifesta – a ciò che accade, altrimenti mi annoierò, cioè sarò portato a disinteressarmi, a credere che non sta “accadendo” nulla.

Kinkaleri No title yet (ph. ©Alessandro Ridi)

Facciamo un esempio concreto. Entrando al Lazzerini di Prato per No title yet di Kinkaleri ci viene suggerito di andare dove vogliamo, di stare seduti o in piedi, e di sentirci liberi di fare ciò che vogliamo. Ma convenzione vuole che si tratti pur sempre di un evento performativo all’interno di un festival, quindi inevitabilmente tutti si dispongono sui tre lati della sala (al quarto è la console) e al centro si crea più o meno il vuoto. E questo è il primo segnale: lo spettatore sa che qualcosa deve accadere e gli lascia lo spazio per accadere. Parte la base tecno e pian piano qualcuno si muove al centro (spettatore o danzatore in borghese che sia, non importa) come a suggerire la dismissione dello spettacolo, cioè del ciò che “va visto”. Insomma, dallo spazio deputato, convenzionato, è come se si ricomponesse una normalità; eppure è una normalità che manifesterà segni (non puri accidenti fini a sé stessi). O per dirla in parole povere, la differenza è che qui siamo nel “ciò che accade” non nel “ciò che capita”.

Nella folla  compariranno poi Marco Mazzoni e Jacopo Jenna, maglietta e pantaloncini con scheletro stampato, più che danzatori sono una radiografia in movimento alla maniera dei Chemical Brothers di Hey Boy Hey Girl. Intanto il fotografo Jacopo Benassi ruba scatti clinici (quasi fossero foto della scientifica) che verranno immediatamente proiettati alle pareti. L’allusione concettuale dunque è chiara. Sottile ma potenzialmente forte.

Kinkaleri No title yet (ph. ©Alessandro Ridi)

Ritorniamo alla domanda iniziale: il teatro è rappresentazione o accadimento? Con No title yet potremmo rispondere “nessuno dei due ed entrambi”, ancora più interessante però è domandarsi: ma durante quest’ora di non-rappresentazione che pur accade, lo spettatore che non è più spettatore cosa dovrebbe fare? A cosa aderisce? Di cosa gode? A stare seduti, dopo cinque minuti l’idea è chiara e l’eventuale godimento diventa una questione di gusto personale più che di curiosità sull’evoluzione degli accadimenti; a prendere parte attiva ballando, invece, o ci si immerge totalmente nella rievocazione della club life oppure il coinvolgimento sarà sempre interrotto dal legittimo dubbio: “Ma nel frattempo sta succedendo qualcosa? Mi sto distraendo troppo?”. Perché è inevitabile, non ci fossero gli artisti tutto ciò non accadrebbe e altresì non si tratta semplicemente di passare la serata in un locale, qui c’è un’azione voluta, consapevole,artistica  eppure azione concettualmente sottraentesi al suo accadere per artificio.
Per il resto sospendiamo il giudizio.

Kinkaleri No title yet (ph. ©Alessandro Ridi)

Prendiamo un altro esempio. Four little packages, le quattro conferenze spettacolo di Claudio Morganti nell’ipogeo del Teatro Magnolfi. Come sempre accade nelle ultime apparizioni dell’artista ligure, la sala è predisposta come un momento conviviale: tavolini qua e là, bottiglie d’acqua, caraffe di vino, un piccolo buffet. La struttura è in quattro tempi: momento musicale (prog rock italiano), riflessione teorica sul teatro, intervento di un ospite esterno esperto in materia (nel nostro caso Attilio Scarpellini con una preziosa riflessione su spettacolo e realtà – rimandiamo di nuovo all’articolo di Ferraresi), lettura dal Woyzeck di Büchner. A ben guardare si tratta di un format da trasmissione radiofonica/televisiva; e allora – indipendentemente dai contenuti – la prima domanda diventa: ma è necessario esserci? Perché l’elemento teatrale, non fosse per il fatto che accade “lì e in quel momento soltanto”, sembra del tutto assente. A questo poi si intreccia un’altra questione spinosa che non possiamo nascondere. La conferenza è per appena trenta persone e guardandoci attorno notiamo critici, operatori, artisti, insomma, spettatori che sanno bene chi è Morganti e che non lo seguono certo per la prima volta, anzi, che conoscono le sue importanti riflessioni da precedenti appuntamenti. Non può non esserne consapevole Morganti, non può non esserne consapevole il direttore artistico Donatini (noi stessi, ad esempio, avevamo avuto modo di seguire la medesima riflessione un anno fa al convegno Il teatro della critica a Pistoia). Perciò la domanda, per quanto scomoda, ci sorge spontanea: a chi si rivolge Morganti? Quale accadimento innesca? A nostro avviso non ne innesca alcuno, teatralmente parlando. Quindi è una conferenza informale non una conferenza spettacolo.

>>> Qui la replica di Claudio Morganti: Ancora Four Little Packages (lettera a tutti) <<<

Claudio Morganti – Four little packages (ph. ©Alessandro Fibbi)

Di converso, la riflessione proposta da Morganti è fondamentale e ci aiuta a arricchire il ragionamento. Al centro della conferenza è la differenziazione tra  prodotto e processo: il primo è il fine realizzato di un’azione, il secondo è un’azione che ha il suo fine nel suo accadere. Un film, ad esempio, è il prodotto di casting, riprese, montaggio, eccetera, tutto converge alla sua realizzazione; un viaggio, invece, è l’attraversamento di un luogo  non l’arrivo a una meta (altrimenti  viaggiare si esaurirebbe a spostarsi). Ebbene, ciò che Morganti afferma è esattamente la domanda da cui siamo partiti: il teatro è una rappresentazione (prodotto, fine) di qualcosa oppure è un qualcosa che si “fa” accadere (processo, azione)?

La questione è aperta e certo non intendiamo esaurirla qui, ma ci è parso che quest’anno Contemporanea fosse incentrato soprattutto su questa accezione di teatro come indagine dell’accadimento. Ciò che a nostro avviso è mancato (per quel che possiamo aver visto in un giorno) non è l’approccio e/o l’indagine proposta ma la pratica nel suo realizzarsi, vale a dire: se direzione artistica e artisti si sono interrogati soprattutto sul teatro come quel qualcosa che si “fa” accadere (“che si porta ad accadere”), meno attenti sono stati a “lasciarlo” accadere. Da lì lo spaesamento che può avere lo spettatore e le questioni che giustamente pone Scarpellini:

«Pensare la scena come relazione con un tu che è la sua alterità costituiva, un tu non dialettico, e tanto meno proiettato, un tu vivente e fraterno che rende il più possibile letterale ciò che all’inizio era solo rappresentato.»

Letture consigliate:
• Spettatori/Attori, di Roberta Ferraresi (DoppioZero)
 Meglio soli o mal considerati? Spettatori assenti a ‘Danse de Nuit’ di Charmatz, di Manuela Margagliotta
• Il tempo sublimato de L’amara sorte di Claudio Morganti, di Giulio Sonno