Pier Paolo Sepe – Crave

Un desiderio più spietato del sepolcro

Pierpaolo Sepe si confronta con 'Crave' di Sarah Kane

«Cerco di notte sul mio giaciglio l’amore mio
Lo cerco e non lo trovo
 
Mi alzo e giro per la città
 
Per i mercati e i crocicchi
Cerco l’amore mio
 
Lo cerco e non lo trovo»

Squarci di solitudine metropolitana? Teatro sperimentale degli anni Novanta? Un testo di Sarah Kane? Niente di tutto questo: è il Cantico dei Cantici, il poema d’amore dell’Antico Testamento più conosciuto e al contempo più misterioso della storia. E allora perché, rileggendo le parole attribuite al re Salomone, viene in mente Crave di Sarah Kane? Perché nonostante l’abisso spazio-temporale che separa il re d’Israele dalla drammaturga inglese prematuramente scomparsa nel 1999 – non prima di aver lasciato in eredità cinque pièce folgoranti – in entrambi i testi, l’amore e la morte si muovono lungo lo stesso filo del rasoio. Perché sono entrambi intrisi di un’atmosfera di erotismo sensuale che si riversa sulla carnalità del corpo; perché in entrambi c’è l’anelito a un desiderio furente, diretto e senza mediazioni – al limite del naïf in Kane poiché di natura smaccatamente personale. Eppure, se la tensione fra lo Sposo e la Sposa del Cantico, il loro rincorrersi, allontanarsi e infine ricongiungersi, trova un felice appagamento, nei quattro personaggi di Crave una differenza c’è: la disperazione nera che li accompagna, causata, per contro, dall’impossibilità di amare o di essere amati. E quindi di vivere.

Questi sono, infatti, A, M, C e B, ossia i protagonisti di Crave,: quattro voci inquiete straziate dalla mancanza d’amore che li corrode fino allo spasimo. Pierpaolo Sepe – al Teatro India con la sua versione dell’opera di Kane – li getta in un inferno in terra delimitato da un’alta rete metallica e quattro loculi sul fondo (scene Francesco Ghisu). Ospedale psichiatrico, carcere, stalla, latrina. Come polli da batteria spauriti e ingabbiati nel proprio dolore, i quattro cominciano così a muoversi su binari paralleli in una luce lugubre (luci Cesare Accetta), fino ad arrivare spiaccicati alla grata come in cerca di un’irraggiungibile liberazione da se stessi; iniziando a parlare, mai fra di loro, forse rispondendo ciascuno alle proprie voci interiori.

Foto di scena. ©Pepe Russo

M (mother) vuole un figlio da B (boy) per non essere più sola; B la rifiuta perché lei non lo ama; A (abuser) – violentatore ironicamente protagonista del monologo più sentimentale del testo – ama la giovane C (child), che a sua volta si disprezza per il fatto di amarlo. Così, quelle che inizialmente sembrano frasi spezzate, brevi, ripetute, liriche, si ricompongono man mano in una fitta rete di relazioni che annegano negli abusi, nella solitudine, nell’angoscia di esistere. Eppure, in questo esperimento rarefatto di “drammaturgia poetica”, la trama diventa in realtà una pura colata musicale dal ritmo acuminato – come ben sottolinea il lavoro sulla parola eseguito magistralmente dagli interpreti (Gabriele Colferai, Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra, Morena Rastelli) – tanto che gli attori si cambieranno di abiti (costumi Annapaola Brancia d’Apricena) proprio per dimostrare, forse in modo fin troppo evidente, l’intercambiabilità dei personaggi.

Foto di scena. ©Pepe Russo

E certo questo non è l’unico aspetto un po’ prevedibile di questa regia accurata e puntuale nei ritmi e nell’interpretazione: fin troppo stereotipate appaiono anche le convulsioni dei corpi riversi a terra, le cadute ripetute seguite da faticose rinascite, le grida disperate che non trovano risposta o ancora i solidali abbracci finali – tutti elementi posti a corollario di un dolore già congenito in ogni parola e quindi non bisognoso di particolari riverberi, i quali invece appesantiscono eccessivamente la messinscena senza dare chiavi di lettura o sfumature diverse dal “canone” Sarah Kane.

«Perché l’amore è duro
Come la morte
 
Il desiderio è spietato
Come il sepolcro
 
Carboni roventi sono i suoi fuochi
Una scheggia di Dio infuocata»

Così recita verso la fine il Cantico dei Cantici, parole scolpite nell’eternità che incredibilmente a secoli di distanza sembrano risuonare direttamente anche in quelle di Sarah Kane. E che il desiderio sia implacabile come la morte lo sapeva fin troppo bene la drammaturga inglese, nei cui testi anche la luce più bianca rappresenta non la speranza ma il preludio alla fine imminente. Si spegne così, in un’ultima luce ramata e forse più consolatoria anche Crave di Pierpaolo Sepe, che – abbiamo l’impressione – non ha voluto “tradire” il testo, come dichiarato nelle note di regia, quanto piuttosto assecondarlo.