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Vetrano/Randisi e il paradosso di Zenone

'Assasina' è il teatro da cui ricominciare

Recita Borges: «Achille, simbolo di rapidità, deve raggiungere la tartaruga, simbolo di lentezza. Achille corre dieci volte più svelto della tartaruga e le concede dieci metri di vantaggio. Achille corre quei dieci metri e la tartaruga percorre un metro; Achille percorre quel metro, la tartaruga percorre un decimetro; Achille percorre quel decimetro, la tartaruga percorre un centimetro […] e così via all’infinito; di modo che Achille può correre per sempre senza raggiungerla.»

È il cosiddetto paradosso di Zenone. Ora, sostituite Achille con “progresso” e tartaruga con “storia” (quella con la esse maiuscola) e avrete una semplice ma efficace dimostrazione della grande illusione chiamata modernità. Illusione che da troppo tempo ormai ci ha portato a smarrire il senso della ragione – e delle ragioni. Perché va bene progredire, ma il punto è: per arrivare dove?

Tra Modena e Bologna, nelle ultime settimane, ha debuttato uno spettacolo insolito, che nella sua involontaria stra-ordinarietà torna a ricordarci quanto la lezione di Zenone sia più attuale che paradossale.

Stiamo parlando di Assassina, scritto nel 1984 dal drammaturgo palermitano Franco Scaldati scomparso nel 2013 (consigliamo il ritratto-tributo di Maresco), e ora in scena grazie alla veterana coppia teatrale Vetrano/Randisi (produzione ERT).


Franco Scaldati ©Franco Maresco Gli uomini di questa città non li conosco (2015>)

Come scrive Massimo Marino su DoppioZero, «Lo spettacolo è semplice, semplicissimo. Tanto da disarmare.» Disarma perché a questa semplicità non siamo quasi più abituati. La trama è presto detta: una vecchina e un omino non tanto più giovane di lei, una notte, scoprono di abitare nello stesso appartamento in cui, ciascuno di loro, vive da una vita. Il letto, la sedia, l’ombrello, la radio, il rasoio, il rosolio, la gallina nella gabbia, il topo nelle pareti, perfino il ritratto dei genitori è lo stesso. Tutto è in comune. Eppure non lo hanno mai condiviso, perché mai si sono incontrati. E allora cosa vuol dire?

Foto di scena ©Luca Del Pia

Non è un caso che Franco Quadri definì Scaldati il «Beckett siciliano». Ma qui è ancora tutto più semplice, perché la banalità rinuncia alla sua ambiguità metaforica e cede il passo alla poesia. Tra le maioliche e l’erba di questo monolocale immaginato (“da chi?” sarebbe un’ottima domanda), regna infatti un candore quasi infantile: è un’innocenza talmente rotonda che quasi si stenta a crederla possibile da quanto è vera; e proprio per questo non si può fare a meno di immergervisi fino al punto di dimenticare che si è teatro. «Tutto ciò che ci appare è davvero esattamente quella cosa lì: non c’è alcuna ambiguità nelle cose. – Evidenzia acutamente Stefano Casi: – Ma è proprio questa certezza degli oggetti materiali a innescare l’incertezza sui soggetti materiali, cioè sulle nostre stesse identità.»

Foto di scena ©Luca Del Pia

Come è possibile che due inquilini di uno stesso appartamento non sappiano una dell’esistenza dell’altro? O fuor di metafora, com’è possibile che l’essere umano coltivi in sé una schizofrenia, non patologica, di cui è completamente inconsapevole? Cosa deve accadere perché le anime che regnano in sé giungano a incontrarsi e – soprattutto – a riconoscersi?

Scaldati ci conduce in questa notte della ragione, e Vetrano/Randisi ne coltivano le ombre. Con gesti minimi, semplicissimi, esitanti, le loro sono parole povere, smangiate dal siciliano, che non hanno bisogno di prosopopea per evocare la profondità del tremore. Perché qui a regnare è il dubbio. E, ancora più grande, il timore: timore di aver capito, di aver capito davvero, ma non poterlo ammettere: né all’altro, né a sé stessi. I due infatti non fanno che respingersi e richiamarsi al tempo stesso, non sanno abbandonarsi: ciò che sembra una minaccia, un ladro, un intruso nella propria vita, eccolo diventare pian piano quell’elemento irrazionale che in fondo sempre si è desiderato ma che ora che c’è – evidente, per quanto assurdo – è impossibile accettare senza sconvolgere un’intera esistenza.

[traduciamo in italiano]
V. Questa è la mia casa! Questa è la mia casa!
O. Sì questa è la sua casa. Credevo che era la mia casa e invece questa è la sua casa. E la mia casa, ora, qual è? E io, ora, dove vado? Esco.
V. Esci?
O. Esco.
V. E dove vai?
O. Non lo so. Eh no, io di notte non sono uscito mai.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Così, ogni volta che cala il silenzio dell’incredulità, dal fondo il grande quadro “vivente” dei genitori – cioè le origini, coloro che dovrebbero ricordarci chi siamo e rassicurarci – si accende (i Fratelli Mancuso, ritratti alla maniera del seicentesco Donna barbuta di Jusepe de Ribera); ma invece di portare chiarezza i due dànno voce all’inquieta immaginazione della paura e del dubbio:

Quest’aria notturna crea infinite immagini,
come sono lucenti e oscure queste immagini.

oppure

Quest’ombra è come i ricordi
che ognuno vorrebbe dimenticare

o ancora

Sorde strade, contrade
scaglia di vento e pietra
dove ogni ombra di voce
va a interrarsi.

Chi o cosa allora è “assassina”? L’identità, la vita, la paura, la guerra, la storia, l’incertezza? Possiamo solo domandarcelo ma non trovare una risposta. E questo è un elemento, oggigiorno, stra-ordinario. Perché ormai siamo precipitati nella sindrome del mercato: il valore di un’opera dipende innanzitutto dalla sua desiderabilità, e per rendere qualcosa immediatamente desiderabile lo si deve infarcire di appetibile evidenza. Non lo desideriamo, dobbiamo desiderarlo. Senza tentennamenti. Sicuri e programmati come un robot. Dubitare rischierebbe di farci esitare e non comprare.

Foto di scena ©Luca Del Pia

Qui invece abbiamo l’esatto opposto: Randisi e soprattutto Vetrano recitano con una leggiadra maestria che farebbe vergognare tutti quegli attori e attoruncoli su cui troppa stampa malata di sensazionalismo riversa cascate di “magistrale, eccezionale, sbalorditivo” illudendoli che sia vero (perché se non si esagera come si fa a ricevere credito e seguito?); i due artisti palermitani non dànno mai a vedere ciò di cui sono capaci, lo emanano, lavorano per sottrazione, creano un’intercapedine tra la finzione e la realtà in cui il teatro accade e ogni convenzione viene meno.

Scriveva Schiller: «Il fascino è l’equilibrio delle forze volontarie, mentre la grazia è la naturale armonia di quelle involontarie.» Ecco, con Vetrano/Randisi siamo di fronte all’umiltà dell’esperienza, un talento e una grazia che ritroviamo ormai in pochissimi altri come – ad esempio – Daria Deflorian, Chiara Guidi, Scimone/Sframeli, Danio Manfredini, le Albe, o coloro che hanno l’occasione di lavorare con quel sincero severo antimodernista di Massimiliano Civica (uno dei pochi a creare autentica continuità storico-teatrale).

Foto di scena ©Luca Del Pia

Niente in Assassina è fatto per sorprendere o piacere, nessuna furberia teatrale, nessun rassicurante compiacimento culturale, nessuna corsa all’innovazione. Teatro puro, purissimo, da cui dovremmo tutti ricominciare, o meglio, proseguire: per riscoprire la gioia semplicemente umana di emozionarsi, tra dolore, divertimento e dubbio.

Proprio come la tartaruga di Zenone, che non rincorre nessuno ma va avanti, e proprio per questo sarà sempre prima a tutti senza neanche farci caso.

Ascolto consigliato

Arena del Sole, Bologna – 29 gennaio 2017

(In apertura: Foto di scena ©Luca Del Pia, per gentile concessione)

Crediti ufficiali:

ASSASSINA
di Franco Scaldati
interpretazione e regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi

con
Enzo Vetrano (la vecchina)
Stefano Randisi (l’omino)
i Fratelli Mancuso (i genitori)

scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai
musiche e canti originali composti ed eseguiti in scena da i Fratelli Mancuso

direttore tecnico Robert John Resteghini
direttore di scena Lorenzo Martinelli
capo elettricista Antonio Rinaldi
fonico Marco Calì
amministratrice Elisa Faletti
foto di scena Luca Del Pia

lo spettacolo è realizzato in collaborazione con Le Tre Corde società cooperativa
scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro
da Gioacchino Gramolini (capo costruttore)
Sergio Puzzo, Marco Fieni, Riccardo Betti. Decoratrici Elena Giampaoli, Lucia Bramati
realizzazione video Alessandro D’Amico, Bernardo Giannone, Giuliana Di Gregorio realizzazione costumi Elena Dal Pozzo
assistente alla regia Virginia Landi
assistente alla produzione (stage) Miriam Auricchio

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

Lo spettacolo ha debuttato il 10 gennaio 2017 al Teatro delle Passioni di Modena