René Magritte Gli amanti, 1928  ©C. Herscovici, Brussels/ARS-Artists Rights Society, New York

Alla riscoperta della normalità

La sana voglia di 'Amore' di Scimone Sframeli

Non ti devi vergognare!… Se abbiamo ancora voglia, noi, non dobbiamo avere nessuna vergogna! Perché fino a quando abbiamo voglia, noi, amore, possiamo fare tutto!… Noi, amore, possiamo fare qualsiasi cosa!

Pochi giri di parole. Poca retorica possibilista. Eccola qui la vita. Semplice, immediata, vibrante. E niente di più. Niente di più.

Ed è curioso che a pronunciarla sia una coppia di vecchietti, normalissimi, seduti con nonchalance all’ultima fermata: la loro tomba. Si badi bene però, seduti senza attendere. Chiacchiere normalissime, le loro, e buffe, e preziose, a un passo dalla morte. E anche la morte se ne sta lì, normalissima, nellaria, senza spaventare. Sullo sfondo, alle loro spalle, dipinto col tratto forte di un Matisse, c’è giusto qualche sparuto cipresso. E poi un’altra tomba, a fianco alla loro. Ma ora ci arriviamo.

Foto di scena ©Paolo Galletta

Stiamo parlando di Amore, l’ultimo nuovo spettacolo della coppia siciliana Scimone-Sframeli, eccellenza di lunga data del teatro indipendente italiano. Per ragionare attorno a questo lavoro si potrebbe attingere alla celeberrima dialettica Eros-Thanatos, che pur si rincorrerà in continuazione da capo a fine, ma proviamo a prendere un’altra strada. Perché se c’è un aspetto che risulta evidente fin da subito è che Amore, pur nella sua grammatica drammaturgica così vicina al Teatro dell’Assurdo, ha il sapore ruvido e genuino della normalità. Già, normalità. Una parola che in questi tempi di affannata ostentazione, di ansia da specialità, sembra essere diventata quasi un disvalore.

E invece no, Spiro Scimone compone un’opera che ha quel prurito di immediatezza di un Dalla: «Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale». A teatro, invece, vedere un po di “normalità” sta diventando sempre più difficile: c’è questo forte ritorno alla narrazione, all’autobiografismo, a forme ibride di naturalismo, all’impegno civile, nonché a molta banalità, però la normalità no, è cosa rara: vengono in mente Morganti, Civica, Delforian/Tagliarini, ad esempio, ma bisogna rincorrerli. Nei cartelloni teatrali trionfa la facilità o la vertigine solipsistica di una ricerca troppo intellettualistica: quanto poco impegno apolitico alla normalità. Ad ogni modo.

Foto di scena ©Paolo Galletta

In Amore la normalità ha il suono cantilenante (colorato di cadenze sicule) di parole ripetute con ruminante senilità. La memoria, ormai così annebbiata, schiude una capacità alla meraviglia che sa di infantile candore. Così, poco a poco, queste lacune, questi ricordi, concedono la quiete di un sereno distacco: non c’è più nulla da trattenere, da possedere, da dimostrare, tutto scorre, come una vescica distratta, come un pannolone cambiato con amore, come un «passarsi il tempo».

In vecchiaia finalmente si accetta quella umana fragilità che si è tentato di camuffare per tutta una vita. La prossimità alla morte insegna a esporsi, ad affidarsi, e soprattutto – di conseguenza – a vivere «normalmente» il presente. E il presente soltanto.

Ecco allora che attorno all’altra tomba si muove un’altra coppia. Altrettanto attempata. Sono due pompieri. Teneramente e contraddittoriamente innamorati. Spegnere le fiamme il loro mestiere. Ma ora quel fuoco – sempre attufato, sempre sedato – può infine liberarsi senza più renitenze.

Foto di scena ©Paolo Galletta

È normalità ritrovata. Normalità non come omologazione acritica. Normalità come scalpello per infrangere la dannata maschera della specialità. Per vivere da uomini, da uomini soltanto. Che hanno paura, che sbagliano, che si ritrovano, che dalla morte imparano la fine e quindi recuperano il senso della misura, del buon limite, della onesta. Uomini, semplicemente uomini. Con la loro voglia di amarsi. Perché l’amore è un sentimento ridicolo, tenero, contraddittorio, maldestro, disastroso, e per questo prezioso perché non si può fare a meno di gettarvisi dentro. Normale, normalissimo è l’istinto allamore. Guai a rinnegarlo. Guai a vergognarsene.

E Scimone Sframeli ce lo ricordano. Con ironia, con delicatezza, con affetto. Con il loro teatro, che tanto fa bene al teatro. Non c’è bisogno di rivoluzioni per cambiare il mondo. Il nuovo è una truffa. C’è bisogno di una sana voglia. L’amore, dopotutto, non è cosa nuova a questo mondo e tanto meno la morte.

Reimpariamo a vivere dalla normalità, allora. Ne godrà il teatro, ne godremo noi.

Ascolto consigliato

Teatro Elfo Puccini, Milano – 8 maggio 2016

Crediti:

di Spiro Scimone
regia di Francesco Sframeli
scena di Lino Fiorito
con Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Gianluca Cesale, Giulia Weber
luci di Beatrice Ficalbi
produzione compagnia Scimone Sframeli
in collaborazione con Théâtre Garonne – Tolosa