Foto di scena ©Duccio Burberi

Alcesti – Massimiliano Civica

Non c’è uomo che alzando gli occhi a un cielo stellato non rimanga sinceramente sbalordito; eppure si tratta solo di un enorme buio punteggiato di luci, perché tanto stupore? Forse a sorprendere non è ciò che c’è, ma ciò che manca e lascia tuttavia la libertà di essere riempito: è un vuoto apparente che accoglie.

Molto si potrebbe dire dell’Alcesti di Massimiliano Civica eppure il suo prezioso mistero è lo stesso: rapisce qualcosa di segreto a ogni spettatore ma in fondo è soltanto un vecchia tragedia greca. E allora no, non si può partire da Euripide, non è questa la strada, non è questo l’evento straordinario di Firenze degli ultimi giorni, è qualcos’altro, qualcosa che lo spettacolo non è eppure è. Un proiettore magico di vuoto.

Tutto comincia con un’insolita intimità: venti spettatori, non uno di più, riuniti assieme lungo un’unica fila di sedie; di fronte – un piccolo palco improvvisato, calato nel gorgo di un dolore muto; alzando lo sguardo infatti si avverte la presenza di un pubblico invisibile, affacciato dalle balconate interne dell’ex carcere delle Murate; Thanatos entra in scena, reclama un’anima, e un silenzio eloquente crepita all’improvviso nell’aria.

Il dio Apollo ha salvato la vita ad Admeto, re di Fere, sconvolgendo però l’ordine naturale, e ora la morte esige in cambio un sostituto; così Alcesti, la moglie del sovrano, dopo che tutti si sono tirati indietro, decide di sacrificarsi per il suo consorte. Admeto così sopravvive, ma nel vuoto della solitudine impreca e geme, perché il vero morto è chi non può vivere per nessuno.

La tragedia avrà un lieto fine, ma – ancora una volta – non è questo il punto. E non si deve essere tratti in inganno dal continuo ricorso a maschere (Andrea Cavarra) e costumi (Daniela Salernitano), o dalla compostezza della recitazione (le impeccabili Daria Deflorian e Monica Piseddu) – più autoironica di quel che sembri, in realtà. No, il mistero di Civica è in ciò che non mostra ma evoca continuamente: è un ritratto per sottrazione, che non ha dunque la presunzione di dire ma che si lascia completare. È un vuoto che concede spazio, all’altro, per esistere.

Ecco allora che la tragedia greca assume una “funzione” del tutto inaspettata, agente in controluce. Ciò che sembra assente diventa insomma la presenza fondamentale. È la sospensione del tempo (idea tutta umana e moderna) nei lunghi e continui rituali di vestizione dei personaggi, è il pianto soffocato del coro (l’incantevole Monica Demuru) che si trasforma in voce-strumento dal canto antico e profondo, è il dolore urlante imprigionato in una maschera rigida che non può e non deve spiegare, è quella corte interna incorniciata da un vuoto tangibile (luci di Gianni Staropoli): è stare lì e lì soltanto, a condividere da soli e insieme un mistero segreto.

Sottratti alla fretta, emancipati dall’ansia del tempo, trasportati in un non-luogo senza coordinate precise e univoche, si assiste a una proposta che non è spettacolo ma ascolto: “qui e ora” per una storia che non ha mai smesso di riguardarci.

Ex carcere delle Murate, Firenze – 12 ottobre 2014

In apertura: foto di ©Duccio Burberi 2014