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Cronache dal lido #7 – Venezia76

Nel 2017,a 25 anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, Franco Maresco decide di realizzare un film sulla “nuova”  antimafia, e su come le figure di Falcone e Borsellino sono percepite nella Palermo contemporanea. Per farlo trova impulso nell’energica vitalità di Letizia Battaglia, la fotografa ottantenne che con i suoi scatti ha raccontato le guerre di mafia, definita dal New York Times “una delle undici donne che hanno segnato il nostro tempo”. A farle da controcanto, il laconico impresario musicale Ciccio Mira, protagonista di lungo corso del cinema del regista palermitano. Il risultato è l’ennesimo prezioso tassello dentro una produzione ancora magnificamente aliena rispetto a qualsiasi tentativo di classificazione. Lo sguardo del regista, rispetto al precedente Belluscone, appare forse leggermente più appannato e l’impianto complessivo del film più slabbrato. La graffiante ironia è però quella di sempre, stavolta solo in parte ammorbidita da sprazzi di ottimismo e persino qualche lacrima di tenerezza. (Stefano Lorusso)

La-mafia-non-è-più-quella-di-una-volta

Esordio da ricordare per Shannon Murphy, al primo lungometraggio e subito in concorso per il Leone d’oro. La regista australiana si presenta con Babyteeth, tratto dall’omonima pièce teatrale di Rita Kalnejais, non a caso autrice della sceneggiatura del film. La storia raccontata è quella di Milla (Eliza Scanlen), sedicenne malata terminale, e del suo ostinato amore verso Moses (il promettente Toby Wallace), ragazzo allontanato da casa, che vive di spaccio e che consuma qualsiasi farmaco gli capiti di trovare. Se all’inizio i genitori della ragazza (da segnalare l’ottimo Ben Mendelsohn, il padre) ostacolano la storia, finiranno poi per favorirla, riconoscendo gli effetti positivi di Moses sulla figlia. Alla Murphy va riconosciuto il merito di aver raccontato tutto ciò ben bilanciando il dramma della malattia (sul quale del resto sceglie di non insistere tramite potenziali riprese morbose) con il divertimento e la bizzarria che inevitabilmente nascono dalla presenza di Moses nella perfetta e ricca casa di Milla. Al centro della scena non vi è quindi la malattia ma il destino emotivo di tutti coloro che ne sono toccati, da Milla, a Moses, ai genitori, in un crescendo autentico e mai retorico di tenerezza e commozione. (Giulia Angonese)

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In uno sperduto avamposto nel deserto, ai confini di un impero in un’epoca non precisata, una legione aspetta l’attacco dei barbari. Nonostante il magistrato della postazione (Mark Rylance) non tema questi ineffabili nomadi, l’arrivo del colonnello Joll (Johnny Depp) innescherà un’isteria e preoccupazione nei confronti di chi si trova dall’altro lato delle mura. D’atmosfera ispirato al teatro dell’assurdo beckettiano, Waiting for the barbarians di Ciro Guerra racconta tramite l’atemporalità una situazione ben attuale, ovvero la costruzione di un nemico, per controllare le masse e aizzare le loro ire verso chi è diverso. Rylance e Depp sono opposti, il primo calmo, ragionevole ed empatico, legato ad una nomade, forse per amore o forse per paura della solitudine, mentre Depp, insieme al suo crudele sottoposto (Robert Pattinson), incarna gli aspetti più turpi delle forze dell’ordine, esercitando il suo ruolo con torture e inganni psicologici. L’estetica curata delle scenografie, dai deserti al forte, e dei costumi, l’opposizione marcata tra la divisa bianca del magistrato e quella blu scura del colonnello, mette in scena un’ambientazione tra teatrale e il documentaristico. (Andrea Damiano)

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