Chiharu Shiota Uncertain Journey (2016). ©Chiharu Shiota,  BlainSouthern. Foto ©Christian-Glaeser

Derive e approdi di un teatro al largo

Il noi nei festival di mezza estate: Santarcangelo, Kilowatt e Terreni Creativi

Da quando la sicurezza – e quindi la stabilità – economica ha cominciato a scricchiolare, i cosiddetti temi sociali hanno riconquistato il centro del dibattito. Il passaggio logico è presto detto: vorrei, non posso, prima potevo (o mi hanno detto che si poteva), ergo devo scoprire chi o cosa me lo impedisce. Non ci si chiede più «perché voglio?» ma «perché non posso?». Niente di nuovo sul fronte occidentale, per carità, sono corsi e ricorsi della storia. Di solito infatti ce ne si accorge dopo, non durante. Criticarsi nel presente sul presente non è mai stato il punto forte dell’uomo.

La società non è, come per lo più si crede, lo sviluppo della natura, ma la sua decomposizione. È un secondo edificio costruito con le macerie del primo.

Nicolas Chamfort Massime e pensieri. Caratteri e aneddoti (1795)

Chiharu Shiota The Key in the Hand (2015). Foto ©Sunhi Mang

Chiharu Shiota The Key in the Hand (2015). Foto ©Sunhi Mang

Al momento, i cardini sono noi e l’altro («il sistema», le élite, gli stranieri, ecc.). O meglio, quella cosa non molto chiara ma data per scontata chiamata «noi» e, dall’altra parte, ciò che «noi» non è; secondo una raffinatissima visione morale per cui noi ormai sta ad indicare chi patisce un disagio (il bene), l’altro il probabile responsabile di tale disagio (il male). Io sto con il governo, io sto con gli immigrati#siamolamaggioranza#notinmyname, #metoo… In tutto ciò, l’io intanto se ne sta in letargo: tace, remissivo, come fosse una delle tante funzioni di un grande algoritmo a base binaria che deve semplicemente decidere, di volta in volta, se stare in questo o in quell’altro noi. E tanto gli basta—perché il noi gli offre tutte le risposte che gli servono.

Il desiderio di appartenenza è il desiderio della sicurezza data dal riconoscimento altrui.

Jonathan Friedman Politicamente corretto (2018)

Quest’orientamento ovviamente tocca ogni aspetto della vita: famiglia lavoro religione politica sport economia, cultura compresa. E ovviamente – vivendo a regime di mercato – il mondo dello spettacolo promuove volentieri tutta quell’arte, o presunta tale, che di riffa o di raffa tratta questa «attualità». La discriminante non è affrontarla o non affrontarla, bensì come.

Daniel Hellman Traumboy. Foto di scena ©Elisa Nocentini

Daniel Hellman Traumboy. Foto di scena ©Elisa Nocentini

Dopo aver toccato (Il teatro parla di noi, ma noi chi?) il tema delle comunità teatrali e le rassegne Colline TorinesiInTeatro, proseguiamo la riflessione sul noi a teatro percorrendo tre festival di mezza estate.

[Le considerazioni, parziali, dànno riscontro di 48/72 ore di permanenza: si propongono di offrire spunti critici complessivi, al di là del giudizio di valore sui singoli. ndR]

Anagrafica

Geografia: Santarcangelo di Romagna (Rimini), Sansepolcro (Arezzo), Albenga (Savona)
Anime: 22, 16, 24 mila circa
Nome: Santarcangelo Festival, Kilowatt Festival, Terreni Creativi
Edizione: XLVIII, XVI, IX
Motto: Cuore in gola, Diversi perché umani, Artischoke! <àr·ti·sciòc>
Budget: grande, medio, piccolo
Direzione artistica: Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino (Motus), Luca Ricci e Lucia Franchi(Capotrave), Maurizio Sguotti (Kronoteatro)
Periodo: 6-15 luglio (10 gg.), 13-21 luglio (9 gg.), 11-13 agosto (3 gg.)

Teatro al largo

Se c’è un tratto che avvicina queste tre diverse rassegne – più della multidisciplinarietà o della vocazione glocal, che pur condividono è senz’altro l’interpretazione e la proposta dell’arte quale agente di crisi rispetto alle certezze oscurantiste del presente socio-politico (non solo italiano).

Il Noi e il Mondo esterno

Alcuni affrontano la questione del «noi» contemporaneo mantenendo un rapporto di aderenza, piana o trasfigurata, con la realtà dei nostri giorni: è il caso di Panorama dei Motus e Be Careful di Mallika Taneja (Santarcangelo), Traumboy di Daniel HellmanI will survive di Qui e Ora & Fratelli Dalla Via (Kilowatt), Paradiso di Babilonia Teatri o il film Vangelo di Pippo Delbono (Terreni Creativi).

Qui e Ora + Fratelli Dalla Via I will survive. Foto di scena ©Elisa Nocentini

Qui e Ora + Fratelli Dalla Via I will survive. Foto di scena ©Elisa Nocentini

È un «noi» che soffre la discriminazione etnica, etica, di genere, che è schiacciato da un sistema impietoso e tirannico o da una massa ottusa e conformata. A volte l’invenzione riesce a evitare le facili divisioni buoni/cattivi sviluppando un linguaggio tutto proprio (la scrittura brillante in I will survive o l’ironia iperbolica di Be Careful), alle altre non sa resistere alla tentazione della retorica moralista, scivolando ora nel pietismo ora nel sentimentalismo (PanoramaTraumboyParadisoVangelo).

È indubbio che noi ci culliamo nel sogno che uguaglianza e fraternità possano un giorno regnare tra gli uomini, senza che la loro diversità sia compromessa. Ma […] non si può simultaneamente sciogliersi nel godimento dell’altro, identificarsi con lui, e restare diversi.

Claude Lévi-StraussRazza e cultura (1971)

Ora. È vero che trovandoci in un’epoca di transizione con evidente deficit di valori umanitari, ri-affermare a chiara voce il rispetto la tolleranza la parità la libertà di espressione e le altre basi su cui dovrebbero essere fondate le democrazie moderne non è proprio la peggiore delle iniziative che un artista possa prendere. Ma può trasformarsi in un boomerang discriminatorio. Innanzitutto perché questa proposta teatrale filtra già lo spettatore potenziale: il campione socio-culturale è scremato in partenza. Come notò Maartje Remmers (collettivo Wunderbaum): «Non [posso] più portare in scena un messaggio che il nostro pubblico condivide già».

Babilonia Teatri Paradiso. Foto di scena ©Terreni Creativi

Babilonia Teatri Paradiso. Foto di scena ©Terreni Creativi

Se questo noi è così stretto, allora, anziché aprirsi rischia di auto-avvalorarsi ripetendo e ribadendo una doxa destinata a diventare verità autoevidente, con un inconsapevole ricatto morale per cui se non sei d’accordo con noi sei un anti-democratico razzista omofobo colluso moralista… Tertium non datur. La logica degli opposti, infatti, mina qualunque complessità: chi si dichiara «anti-x» si eleva – negativamente – a una visione unica e giusta, ciò che si chiama ideologia («un sistema di pensiero così chiuso – spiegava Eco – da non lasciare spazio all’autocontraddizione e all’identificazione di sistemi alternativi di pensiero»). In un mondo veramente pluralista, l’epilogo del Rinoceronte di Ionesco dovrebbe essere letto da ambo i lati:

È finita, sono un mostro! Sono un mostro! […] E non posso più sopportarmi, mi faccio schifo, ho vergogna di me stesso! […] Come sono brutto! Guai a colui che vuole conservare la sua originalità!

Il Noi e il Mondo interiore

L’Io, appunto, si lascia definire dal contesto, si convince che l’identità sia un valore, si impone fideisticamente di aderire a un concetto generale astratto (tutti gli «-ismi» tassonomici), senza ricercare una strada autonoma e indipendente. Non tutti però.

Un accenno di percorso interiore lo si può rintracciare in Scavi di Deflorian/TagliariniMy gentle unicorn di Chiara Bersani (Santarcangelo), When I fall, if I fall di Claire DowieDocile dei Menoventi (Kilowatt), Roberta cade in Trappola di Cuocolo/Bosetti, Farsi silenzio di Marco Cacciola o Non è ancora nato di Baglioni/Bellani.

MenoVenti Docile. Foto di scena ©Luca Del Pia

MenoVenti Docile. Foto di scena ©Luca Del Pia

«Accenno» perché appaiono ancora tentativi fragili: preziosi nel loro intimo scavo ma ripiegati in forme involute, indugianti ora nella propria estetica ora nell’autobiografismo ora in registri drammatici, che tendono sì all’empatia anziché alla facile compassione, ma faticano a esprimere il loro potenziale fino in fondo.

Il Noi in crisi

E poi c’è chi batte una strada più incerta, chi si cala e lascia calare il pubblico in territori meno sicuri, dove dire noi voi (cioè definire) diventa complicato.

Santarcangelo Festival, ad esempio, supera l’assertività socio-politica dello scorso anno con Piece for Person and Ghetto Blaster – performance post-drammatica (cfr. El conde de Torrefiel) dove manca una diretta corrispondenza fra azione e parola – di Nicola Gunn (Australia). Scena spoglia. Uno stereo boombox anni ’80, un corpo femminile che esegue esercizi simil ginnici, e la sua voce che riflette su un evento bizzarro: un uomo su un canale tira sassi a un’anatra—è un folle? un frustrato? un performer?

Nicola Gunn Piece for Person and Ghetto Blaster. Foto ©Sarah Walker

Nicola Gunn Piece for Person and Ghetto Blaster. Foto ©Sarah Walker

Il flusso ininterrotto di pensieri domande risposte nuove domande procede per digressioni; sembra si stia per perdere da un momento all’altro e invece ogni volta ri-inanella tutto il discorso, confutando non tanto la tesi di partenza ma il fatto stesso che una tesi unica valida e risolutiva (cioè uno sguardo «giusto» sulla realtà) possa esistere, ponendo brillantemente in discussione l’autoavvaloramento di tanta performingperformance art contemporanea. Non a caso perno drammaturgico è il rapporto tra Arte ed Etica. Insomma, un’opera ironica che si pone questioni morali senza scadere in semplificazioni moralistiche.

Parimenti, nel cartellone eterogeneo di Kilowatt, si è distinto per originalità Canoe di popolazioni primitive, scritto e diretto da Antonio Ianniello. Scena disordinata. Una donna e un uomo. Lei ha un neonato, lui vorrebbe esserne riconosciuto il padre (ma non lo è). L’apparente trama però deraglia subito dai binari della narrazione, inciampando continuamente in ripetizioni tartagliamenti stravaganze e brillanti non sense, che se sembrano rinunciare a qualunque nesso logico-causale, in realtà, nella loro impossibilità di giungere a una soluzione, stanno evidenziando sottilmente questioni esistenziali.

Antonio Ianniello Canoe di popolazioni primitive. Foto di scena ©Ass.ne Scarti

Antonio Ianniello Canoe di popolazioni primitive. Foto di scena ©Ass.ne Gli Scarti

A un tratto lei afferma – citiamo a braccio – «Da bambina imitavo imitatori. Imitavo imitatori che imitavano dei presentatori.» Vale a dire: quando stavo formando la mia identità, l’ho formata emulando un’emulazione di qualcosa che ha un’identità solo a servizio di qualcun altro. Pertanto questo suo figlio di cosa è figlio? e chi se ne vuole appropriare? Che è come chiedersi: noi di cosa siamo il frutto? Cosa dobbiamo imparare dal passato? E cosa dovremmo mai essere oggi?

Eccole le Canoe di popolazioni primitive, sono ossi di seppia, non la facile e bastarda iconografia dei barconi: scava più a fondo Ianniello. E non ha risposte confortanti. Così Federica Santoro e Michele Sinisi, emancipati da personaggio e rappresentazione (rammentandoci il potenziale inestimabile dell’attore). E il pubblico reagisce con inaspettato entusiasmo. Una lucida follia – perfettibile e in cerca di direzioni artistiche lungimiranti – tra le più fulgide dell’anno.

Antonio Ianniello Canoe di popolazioni primitive. Foto di scena ©Elisa Nocentini

Antonio Ianniello Canoe di popolazioni primitive. Foto di scena ©Elisa Nocentini

Un caso tutto particolare è infine Episodi di assenza 1.Scienza vs. Religione dei Quotidiana.com, presentato in tre snelle sezioni di venti minuti a Terreni Creativi (quest’anno con una rosa di spettacoli molto più legati fra loro, forse non altrettanto riusciti o arditi), favorendone così la complessità drammaturgica.

Il contrasto culturale è noto: «noi», occidentali-europei, figli convinti del razionalismo e eredi confusi del Cristianesimo, abbiamo un problema irrisolto con tutto ciò che non è spiegabile o non ancora spiegato. Ma com’è tipico della compagnia romagnola, il punto non è mai il cosa viene trattato ma il come. Caustici, ironici, beffardi, perennemente stanchi, esausti, quasi indifferenti a ciò che dicono, i cinque attori in scena, canottiera e pantaloni bianchi, con le loro cinque grandi palle che girano, da fitness, sono una sorta di putti decaduti—in palestra: la loro è una ginnastica socratica.

Quotidiana.com Episodi di assenza 1.Scienza vs. Religione. Foto di scena ©Terreni Creativi

Quotidiana.com Episodi di assenza 1.Scienza vs. Religione. Foto di scena ©Terreni Creativi

Montano e smontano dogmi e convinzioni con l’irriverenza dei distratti, pasticciando in continuazione con l’immaginario pop, perché in fondo quando si parla di questi temi nella vita di tutti i giorni non è che ci sia poi tutta questa grande preparazione. Scienza e Religione diventano due sistemi di fede contrapposti: stai con noi o con loro? Che i quotidiana siano schierati o meno poco importa, perché il dato ancora più rilevante è che mentre insistono in questa decomposizione mordace, intanto stanno decomponendo la certezza stessa di ciò che dovrebbe essere uno spettacolo: e puntualmente ogni azione freddura o scambio di battute cade nel vuoto (di un presente sordo).

• Dobbiamo proprio cominciare?
◦ Si può fare senza inizio?
• Come si fa?
◦ Si entra, si dice: “Vi siete persi l’inizio”.

Interrogarsi su scienza e religione attraverso un processo di de-strutturazione, dopotutto, è una maniera, non ideologica, critica, di ricercare un principio—visto che il presupposto di questi «noi» contemporanei antagonistici e litigiosi, arroganti e pacchiani – sa di modernismo consunto e stantio, posticcio. Stiamo facendo del nostro meglio per ereditare il peggio del passato.

Chiharu Shiota Uncertain Journey (2016). ©Chiharu Shiota, BlainSouthern. Foto ©Christian-Glaeser

Chiharu Shiota Uncertain Journey (2016). ©Chiharu Shiota, BlainSouthern. Foto ©Dominik Schulte_Highsnobiety.com

Se si considera dove è sempre situato il senso d’identità, ci rientra sempre l’idea di radici, l’idea di venire da un certo posto, di abitare un tipo di linguaggio che si ha in comune, e il tipo di convenzioni sociali in cui si vive. E agli emigranti accade di perdere tutt’e tre queste dimensioni. Perdono il luogo, perdono il linguaggio e perdono le convenzioni sociali e si ritrovano in un nuovo posto, in un nuovo linguaggio. E così devono reinventare il senso d’identità […] e costruirselo.

Così forse […] questa è la base da cui può cominciare questo genere di ricostruzione. La gente che non può ritornare alla vecchia definizione del sé, ma che è in grado di farsene una nuova.

Salman Rushdie, in Gli scrittori e la politica (1987)

Ascolto consigliato

Letture consigliate
• Quattro pezzi sull’identità, di Maddalena Giovannelli e Massimo Marino (DoppioZero)
Terreni Creativi 2018, il teatro come in cielo così in serra / I parte, di Matteo Brighenti (PAC)
Metti una serra a teatro, Terreni creativi 2018 / II parte: tra taniche e balere, di Elena Scolari (PAC)

In apertura: Chiharu Shiota Uncertain Journey (2016). ©Chiharu Shiota,  BlainSouthern. Foto ©Christian-Glaeser

PIECE FOR PERSON AND GHETTO BLASTER

ideazione, drammaturgia, regia e performance Nicola Gunn
coreografia Jo Lloyd
musiche e sound design Kelly Ryall
AV design Martyn Coutts
lighting design Niklas Pajanti
costume design & construction Shio Otani
script dramaturg Jon Haynes
produzione e tour manager Gwen Gilchrist
traduzione italiana Andrea Spreafico
con il supporto di Australia Council, Victorian Government con Creative Victoria, Mobile States, the Besen Family Foundation, Punctum Inc. Seedpod program, Arts House’s CultureLAB e Maximised by Chunky Move.

ITC Molari, Santarcangelo Festival, Santarcangelo di Romagna (RN) – 14 luglio 2018

CANOE DI POPOLAZIONI PRIMITIVE

scritto e diretto da Antonio Ianniello
con Michele Sinisi e Federica Santoro
realizzazione scene Federico Biancalani
progetto grafico Enrico Pantani
produzione Gli Scarti, Kronoteatro Albenga, Armunia Festival
con il sostegno di Angelo Mai, Interzone Gallerie

Teatro della Misericordia, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR) – 15 luglio 2018

EPISODI DI ASSENZA 1 – PRIMA CHE ARRIVI L’ETERNITÀ
scienza vs. religione

con Roberto De Sarno, Pietro Piva, Roberto Scappin, Antonella Spina, Paola Vannoni
drammaturgia quotidiana.com
progetto scenico Roberto Scappin
produzione quotidiana.com, Kronoteatro, Armunia Festival Inequilibrio
con il sostegno di Regione Emilia Romagna, Kilowatt Festival, Santarcangelo dei Teatri | Residenze artistiche, PIMOff |Progetto residenze, Cantiere Moline (Emilia Romagna Teatro, ATER)
grazie a Teatri di Vita, Bologna

Terreni Creativi, Albenga (SV) – 11, 12, 13 agosto 2018

Grazie


Per 15 anni Paper Street è stata una rivista on-line di informazione culturale che ha seguito con i suoi accreditati i principali festival europei di cinema e musica: decine di collaboratori hanno scritto da tutta la penisola dando vita ad un archivio composto da centinaia di articoli, articoli che restano a disposizione di voi lettori che siete stati un numero incalcolabile nonché il motivo per cui, per tanto tempo, abbiamo scritto con passione per questo progetto editoriale che ci ha riempiti di soddisfazioni.

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