Foto di scena ©Elvio Maccheroni

Contro il feticismo della fede

'Io sono non amore' della Società dello Spettacolo

Una delle forme di miopia più diffuse è il feticismo: si avvicina qualcosa agli occhi per vederlo meglio, lo si contempla, ci si affeziona, infine ci si identifica in esso; e così facendo si annulla la vista del resto. Adorazione incondizionata. Ecco, la religione, di qualunque ortodossia si tratti, fa proprio questo: al pari di ogni altra ideologia totalizzante propone la sua verità come assoluta ed elude lirrisolvibile complessità del resto; dopotutto, la fede – nella sua rimozione del dubbio – altro non è che un confortevole feticismo. Non sarà un caso, infatti, se dopo secoli di monoteismi la convivenza umana non ha fatto grandi progressi, corrompendo anzi, ciascuna, il proprio messaggio iniziale fino a trasformarlo in una causa “giusta” di disumana sopraffazione reciproca. “Religione” (da non confondere con spiritualità) è perversione dogmatica di una filosofia, di una visione, di un modo di vivere più profondo e consapevole, che ben poco ha a che fare con regole, obblighi, sacrifici, promesse, aldilà e – soprattutto – potere e società.

E il misticismo? Come si inserisce all’interno di questa dinamica? È questo lo stimolante dubbio che i folignati La società dello spettacolo tentano di affrontare a teatro con Io sono non amore, drammaturgia originale ispirata alla mistica francescana Angela da Foligno.

Onde evitare feticismi di sorta, però, sul palco del Teatro San Carlo non vediamo la santa del Duecento bensì una sua possibile proiezione contemporanea: una donna – innanzitutto – avvenente, stentorea, infedele (Emanuela Faraglia), che da un giorno all’altro perde marito e figli, ritrovandosi da sola, in pezzi, a confrontarsi con il proprio dolore e soprattutto la propria coscienza.

Foto di scena ©Elvio Maccheroni

Questo dialogo interiore, sofferto, ossessivo, da privato diventa allora universale: ecco che la figura della donna si moltiplica, scindendosi e raccogliendosi in una triade femminina dai corpi le voci e i movimenti sempre più scarnificati (Caroline Baglioni, Flavia Gramaccioni), che si contorce, in un continuo equilibrismo tra fede e blasfemia; al contempo il disegno luci di Gianni Staropoli seziona il buio – cioè il dubbio esistenziale – in fasce martoriali di supplizio, che riverberano lo strazio lasciando emergere, dura sporca e ambigua, la verità invocata; infine, in costante contrappunto, la voce fuori campo, o meglio, a metà platea (quasi a comporre una croce che si estende oltre il palco) del drammaturgo Michelangelo Bellani iscrive il dissidio interiore della donna in un dialogo più laico, aperto, allargando il contesto culturale, così da sfondare le possibili distanze della “religione”, in quanto tale. Attraverso questa moltiplicazione di segni, dunque, la regia di c.l.Grugher lascia che sia la costruzione teatrale stessa a emanare la passione furiosa del misticismo.

Foto di scena ©Elvio Maccheroni

Se l’intera concezione dello spettacolo denota una spiccata sensibilità nel tradurre nel contemporaneo interrogativi tipicamente medioevali, superandone l’apparente obsolescenza agiografica, Io sono non amore risente probabilmente di questa stessa attenta costruzione che poco a poco sovraccarica la messa in scena saturandola di stimoli. Ciò che fatica a emergere è proprio il lato più terribile e immediato del misticismo di Angela da Foligno: il silenzio divino che fa eco alle sue parole, quello stesso silenzio che la porterà ad affermare, infine, che «Dio è il nulla».

Intrigante e più che mai attuale, questo nichilismo teistico sembra come ricalcare dall’interno l’emancipazione di un credente dal feticismo della fede. Un autoscacco doloroso ma felice che dona all’uomo la consapevolezza del suo congenito, privato, universale bisogno di un referente – là fuori – cui “contrapporre” le proprie azioni, che sia Dio, lo Stato, la Società, o qualunque Grande altro vogliamo inventarci. Perché pochi soltanto hanno l’onestà di accettare il dolore della sua assenza.

Letture consigliate:
• Gianni di Caroline Baglioni, in La nostalgia dell’assenza, o della solitudine di Sarah Curati

Ascolto consigliato

Teatro San Carlo, Foligno (PG) – 4 gennaio 2016