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Ridicolo è l’uomo o la religione?

L'Islam 'Prima della Bomba' secondo Brie e Scarpetti

«La fede supplisce alla debolezza dell’intelletto umano, per il quale la riflessione è, di solito, un lavoro assai penoso; è molto più comodo rimettersi al parere di altri, anziché indagare personalmente; l’indagine, essendo lenta e difficile, spiace egualmente agli ignoranti privi d’intelligenza e agli spiriti troppo focosi: ecco, certamente, il motivo per cui la fede trova tanti fautori sulla terra.»

Qualcuno storcerà il naso, ma le parole del Barone d’Holbach – correva l’anno 1772 – centrano sagacemente il problema delle religioni, o a essere più precisi (ché la religione è tutt’altra cosa) delle ortodossie. Andiamo per rapidi passi.

Primo falso credo: religione non significa dio, religione non significa dogma, religione – etimologia docet – significa re-legĕre, cioè leggere attentamente, ovvero «osservare, cercare raccogliere con cura», insomma sviluppare un approccio consapevole. La fede (foss’anche nella scienza o nel partito) è l’esatto opposto.

Secondo falso credo: difendere la libertà di culto non vuol dire incentivarla; tollerare le diversità culturali non comporta la loro santificazione: chi viene discriminato per i propri principî va tutelato, ma ciò non significa che i suoi principî siano giusti.

Terzo falso credo: il futuro non è portatore di progresso, noi uomini del 2016 non siamo più evoluti dei nostri predecessori. La storia è molto più variegata e complessa. L’uomo progredisce solo e unicamente rispetto a un dato contesto, non in assoluto. Passato e futuro sono solo tempi ipotetici.

• Prima della bomba

Ora. All’India è andato in scena uno spettacolo incentrato su un giovane ragazzo italiano che, dopo la morte del suo migliore amico, riemerge dal lutto aderendo frettolosamente all’Islam, tanto da rinunciare alla sua vita passata e decidere di prendere parte a un attentato kamikaze nella metropolitana di Roma.

Le linee che si intrecciano attorno a Prima della bomba, però, sono molte.

• Breve parentesi storica: la genesi

Autunno 2014. In principio era la commissione: Teatro di Roma in co-produzione con l’Elfo di Milano. Dopo mesi di ricerca tra Francia e Italia il drammaturgo Roberto Scarpetti scrive Punk Islam (questo il titolo originale). Calbi lo inserisce in cartellone: debutto fissato per il 12 maggio 2016. Poi viene il Bataclan: è il 13 novembre 2015, e riemerge lo spettro di Charlie Hebdo. Nel giro di pochi mesi lo spettacolo si ritrova senza mecenati. Tutto si ferma. Sennonché  dopo gli attentati di Bruxelles  22 marzo 2016 – César Brie, che intanto aveva già cominciato a lavorarci dall’estate precedente, decide di riprendere lo spettacolo e autoprodurlo collettivamente. Interviene in aiuto il milanese Campo Teatrale che offre gratuitamente il proprio spazio per un mese. Alti e bassi. Fabrizio Arcuri si interessa al progetto, si parla di inserirlo a Short Theatre; nel frattempo – siamo a maggio 2016 – il Teatro di Roma decide di rientrare (Campo Teatrale diventa così coproduttore), ma la nuova stagione è già composta: o si va in scena entro novembre o niente. Ed è così che, mentre mezzo mondo teatrale romano si affolla alla Pelanda, Prima della bomba debutta un po’ in sordina all’India, all’interno di Short Theatre. Ma ritorniamo alla questione religiosa.

• Islam e attualità

Ultimamente si fa tanto parlare dell’Islam, e – come sempre – più l’argomento è d’attualità più il dibattito si impoverisce. Scarpetti invece decide di affrontare la questione musulmana agendo su due fronti: da un lato studia a fondo il Corano, le tradizioni, i riti antichi, dall’altro indaga il fenomeno contemporaneo della conversione occidentale, più o meno fondamentalista (spesso contrappeso alla perdita di valori delle “democrazie” neoliberiste), all’Islam, o per dirla in termini musulmani del “ritorno ad Allah”. Le due cose infatti sono strettamente distinte: la prima è di natura storico-religiosa (per quanto l’Islam intrecci spiritualità e politica), la seconda invece socioculturale.

Non a caso il testo procederà a ritroso, ovvero dall’attentato kamikaze del protagonista alle ragioni dell’adesione a una religione a lui culturalmente tanto distante. Attraverso tale espediente il drammaturgo romano riesce infatti a spostare l’attenzione dal clamore della tragedia (ciò su cui la vox populi si concentra) per spingere a  capire meglio chi sono gli attentatori, cosa sono le comunità musulmane italiane, cos’è la religione islamica, poi come ci si può convertire (splendido acme che avrebbe meritato uno spettacolo a sé), poi ancora quali sono le possibili spinte casuali alla conversione, e infine – cioè in principio – qual è il comune denominatore che rende quel “folle kamikaze fondamentalista” un semplice ragazzo medio italiano.

Dalla follia alla normalità: questo il grande pregio di Prima la bomba.

• La bomba sganciata sul palco, ovvero la messa in scena

La scena dell’India è piuttosto spoglia: tutto accade sopra e attorno un largo quadrato centrale che ricorda  l’interno di una moschea; sparsi qua e là pochi oggetti, essenziali, e poi c’è quello zaino che dalla deflagrazione iniziale si ricompone, intatto, con tutti il suo carico di sangue e distruzione, e rimane lì, appeso in alto, come una spada di Damocle, a ricordare – in questo viaggio a ritroso nel tempo – che comunque il destino è già segnato. Si possono capire le ragioni, le cause, ma l’esito – tragico – attende certo.

Insomma, come sempre la scrittura scenica dello storico regista argentino non manca mai di valorizzare visivamente la drammaturgia; ciò che invece convince meno e – a nostro avviso – rappresenta il tallone d’Achille dello spettacolo è la recitazione. Se da un lato è vero che si tratta di una “storia x”, e quindi ben si presta a un’interpretazione che vada oltre i singoli particolari; dall’altra il registro filodrammatico la svuota di credibilità: la lingua è completamente edulcorata, i toni costantemente enfatici, alcuni personaggi scimmiottano un italiano smangiato da influenze arabe mentre il protagonista, un ventenne romano (interpretato da un ultratrentenne), parla in perfetto italiano. E questo strabismo interpretativo infonde un’atmosfera posticcia da fiction, enfatizzando involontariamente le falle del testo che sono legate alla narrazione e alla sua eccessiva concatenazione di causa e effetto, come se tutto fosse troppo consequenziale.

Come dire, è una storia possibile o una storia esemplare?

• Ridicoli sono gli uomini perché non comprendono le proprie paure

Al di là dell’affettazione recitativa, Prima della bomba, tuttavia, è particolarmente efficace nell’emersione della realtà, nel senso che alla fine nessuno si salva davvero: amici, famigliari, convertiti, integralisti, islamofobi, ciascuno è chiuso nella propria presunzione di ragione. Scarpetti, nella sua schietta ritrattistica, non condanna o assolve nessuno, lascia che siano i personaggi stessi a raccontarsi, e così facendo – quasi fosse un “Socrate ex machina” – porta appunto la realtà a emergere da sé, per quella che è. E in fondo se questi uomini – e i loro credo (religiosi, ideologici, filantropici, consumistici o quel che sia) – appaiono tanto risibili è perché si rivelano incapaci al confronto.

«Coloro che si insuperbiscono, che credono di essere in qualche modo in una posizione diversa, si sbagliano. Se non si riconoscono negli altri, se non trovano nella loro esistenza la stessa nobiltà e tragicità della propria, qualcosa del destino umano dev’essere loro sfuggito. […] Per avere un’alta opinione di se stessi bisogna, curiosamente, non avere un’alta opinione degli altri.» [Pär Lagerkvist La mia parola è no, 1927]

Prima di essere uno spettacolo sull’Islam e sulle derive integraliste, Prima della bomba è innanzitutto uno spettacolo sull’uomo e sulle sue debolezze. Proprio per questo – ci sembra – ciò che mette in scacco la sua riuscita è il suo eccesso paradigmatico, vale a dire, la tendenza a rappresentare troppi scenari senza mai azzardare un focus preciso che lo porta così a sfocare l’intera operazione.

Crediti:

di Roberto Scarpetti
regia César Brie
con Andrea Bettaglio, Catia Caramia, Massimiliano Donato
Marco Rizzo, Umberto Terruso

assistente alla regia Elisabetta Carosio
musiche originali Pablo Brie
scene e costumi Giancarlo Gentilucci
assistente scene e costumi Daniela Vespa
residenza: Arti e Spettacolo

foto di scena ©Achille Le Pera
Produzione Teatro di Roma
con il sostegno di
Roma Capitale nell’ambito delle manifestazioni realizzate in occasione
del Giubileo della Misericordia
Campo Teatrale
in collaborazione con Short Theatre 11