Accidentes Gloriosos.Glory Holes_foto di scena. ©Roberto De Paolis

Scontro con la realtà

Stasi e la disgregazione delle certezze in 'Accidentes Gloriosos'

Un incidente è un evento che altera l’inerzia della normalità. Normalmente infatti non consideriamo tutti i possibili infiniti imprevisti che potrebbero capitare, saremmo dei paranoici se lo facessimo. Così, quando qualcosa di inaspettato giunge a rompere l’andamento abitudinario della vita, il cosiddetto tran tran, ecco che siamo costretti a fermarci e a mettere tutto quanto in discussione.

Non è un caso che il macro progetto ideato e diretto da Giulio Stasi rechi come immagine di riferimento un buco. Il buco in fin dei conti non ha di per sé un’identità, non è qualcosa, esso marca piuttosto una mancanza, è un vuoto che all’improvviso ci porta a prendere coscienza del fatto che esiste un pieno e che il pieno non è così omogeneo e indisgregabile come sembra. Ci siamo? Ebbene, sostituite “pieno”a vita e “vuoto” a incidente e entrerete immediatamente nel linguaggio metaforico degli Accidentes gloriosos.

Sette diverse performance: diverse per ambientazione, interpreti, svolgimento, durata, fruizione, composizione.
Sette incidenti raccontati, cercati, vissuti in prima persona.
Dal 2 al 7 settembre, il complesso del Teatro India (che finalmente ha superato l’aspetto di eterno cantiere abbandonato mostrando il suo fascino da archeologia industriale) si è animato di spettatori che si affrettavano da un punto all’altro dell’ex capannone Mira Lanza per riuscire a seguire tutti gli Accidentes. E questo è già il primo importante risultato: il teatro si smarca dalle sue tare autoreferenziali e si fa incontro alla città, abitandola, attraversandola, arricchendola; levento è completamente gratuito grazie al contributo di Roma Capitale e la collaborazione fra la compagnia di Stasi Rosabella Teatro e il Teatro di Roma, che anche quest’anno (lo scorso accadde con il pranzo-spettacolo delle Ariette sul palco dell’Argentina) decide di aprire la nuova stagione nel segno dell’orizzontalità.

Ma cosa sono questi Accidentes? Sono crepe nelle nostre certezze, sconvolgimenti della realtà: è una capra sul dorso di un asino, un leggendario sconosciuto che dona orgasmi al buio, una collezione di foto di scontri automobilistici, una piccola voragine che emerge dalla terra, un quadro dipinto di nascosto, e ancora e ancora.

James Turrell Breathing light (2013), ©LACMA Collections

Stasi eredita quel gusto fantastico-perturbante che da Kafka e Borges ha caratterizzato la migliore letteratura del Novecento: chiunque sia mai incappato fra le pagine di Calvino, Queneau, Cortázar, Hernández, Bioy Casares, Schulz (Bruno) fino a più contemporanei come Pynchon, Bolaño o Auster sa come la realtà quotidiana riesca a spaccarsi lasciandosi infestare dai dèmoni inesauribili della nostra immaginazione.

Ogni volta il singolo Accidente crea grande attesa, risvegliando timori, desideri, curiosità: Stasi gioca sull’evocatività, sulla creazioni di atmosfere emotivamente turbanti. Ciò che manca, tuttavia, rispetto agli autori citati è un controllo consapevole e ponderato, lucido per così dire; è come se il regista romano non volesse o non riuscisse a governare le performance fino a dar loro se non una conclusione una compattezza.

Insomma, la “sottrazione al teatro” rimane parziale: da un lato si sposa la possibilità infinita della narrativa (che, lasciando piena libertà di interazione la lettura , ognuno può immaginarla a modo proprio), dall’altra si mutua la costrizione tecnica del cinema (che ci porta a vedere solo ciò che rientra nei quattro lati della macchina da presa); lelemento che dovrebbe essere quello puramente teatrale – l’accadimento dal vivo, l’ora “per ora”  rimane invece incompleto.

A nostro avviso, infatti, singolarmente funzionano meglio tutte le performance, o i momenti di queste, caratterizzate da voci fuori campo (o comunque narrative/esterne), proiezioni in diretta, silenzi, buî, attese, ambienti: nel momento in cui, invece, interviene il corpo interagente dell’attore si scopre la finzione e gli Accidentes pèrdono di quella potenza brusca e improvvisa che li connotava. Più si mantiene lambiguità fra ciò che è reale e ciò che è ad arte, più lo spettatore si sente coinvolto dunque si abbandona all’accidentalità.

Reisha Perlmutter Merge (2016), ©Aqua collection

È nell’apparente Nulla della performance 29 marzo 1912 che si dispiega l’inquietudine più desolante. Condotti in macchina fino al parco della Caffarella, sei spettatori alla volta camminano nella semioscurità, in completo silenzio, come se quell’uomo che li precede fosse veramente il capitano Robert Scott, l’esploratore che finì la sua vita alla ricerca di quell’ultimo mistero inesplorato rimasto al mondo moderno: il Polo Sud. Il suo accidente non fu quello tragico di rimanere congelato nel freddo antartico ma scoprire che al punto estremo del globo non è nascosto alcun segreto.

La delusione, la disillusione, lirruzione selvaggia della realtà nel lusso delle nostre fantasie: eccolo l’incidente glorioso per antonomasia.

Verrà rivelato a conclusione della lunga affascinante escursione: con gli spettatori distesi a terra, a cerchio, come i petali di un loto, attorno allo spettro di Scott, che sussurra all’orecchio la sua ultima lettera alla moglie. Un percorso, un messaggio, una configurazione spaziale che ricorda moltissimo il finale della Montagna Sacra di Jodorowsky: «La vita reale ci attende».

Insomma, partendo dal presupposto che un evento estemporaneo di questa tipo, nella sua ricca articolazione, merita un plauso particolare perché riesce a disinnescare la vita teatrale soprattutto romana dalle sue rugginose convenzioni offrendo unimmersione reale nel cosiddetto mondo delle arti performative, vivacizzando altresì il concetto stesso di fruizione da parte del pubblico; d’altro canto, nel loro complesso, gli Accidentes Gloriosos di Stasi hanno ancora bisogno di trovare una maturità che superi limpressionismo eterogeneo e tracci una visione dinsieme più decisa, meno lasciata alla libera interpretazione dello spettatore (che è fisiologica, ci sarà sempre e comunque).

Livia Marin Nomad Patterns (2012), ph. ©Futura Tittaferrante

Se il tema ricorrente è la rottura della normalità, il trauma della disillusione, la rinascita di una consapevolezza aperta; se per riprendere il titolo questi incidenti devono “risuonare” nelle vite altrui (questo il significato etimologico di gloria), è necessario che artificio e realtà si mescolino fino al punto di non essere più districabili: da “luna park emotivo” (come lo definì Lo Gatto nel 2013) dovrebbe, a nostro avviso, trasformarsi progressivamente in una sorta di sconfinato set cinematografico esistenziale – in corso di ripresa e senza transizioni –, sulla scia di Synecdoche,New York, Inland Empire, Larca russa, Stalker, Sanatorium pod klepsydra, insomma, di quella cinematografia teatrale che ha mutuato lo stesso approccio immaginifico degli autori di cui accennavamo poco sopra.

L’impresa certo è estremamente impegnativa ma è incontestabile che Stasi dimostri una creatività visionaria, felicemente viscosa perché viva, che nel panorama teatrale italiano al momento se ne rimane petulantemente addormentata. Dopo tanti buchi riempiti male e peggio, uno scultore di voragini sarebbe un segno importante.

Letture consigliate:
• Teatro Akropolis e l’importanza del vuoto. VII edizione di Testimonianze ricerca azioni, di Giulio Sonno
• Il colpevole ritardo del dolore in ‘Armine, Sister’ di Teatr Zar, di Giulio Sonno

Crediti:
ideazione e regia Giulio Stasi
testo originale Mauro Andrizzi e Marcus Lindeen
con Tiziana Avarista, Annarita Colucci, Margherita Giunti,
Cristina Golotta, Jun Ichikawa, Anna Maria Loliva,
Lucilla Miarelli, Cecilia Napoli, Cristina Poccardi,
Caterina Silva,  Roberto De Paolis, Marco Fois,
Luca Guastini, Francesco Marino, Tiziano Scrocca,
Carlotta, Agostino, Billy
aiuto regia Elena Cucci
assistenti alla regia Cecilia Carponi, Valentina Cocco, Elisa Gallucci,
Emanuela Panatta, Roberto Andolfi, Dario Carbone, Giuseppe Ragone
supervisione tecnica Dario Salvagnini