Foto di scena ©Stephane Trappier

Apologia poetica del Trash

Il 'Vangelo' secondo Delbono

Uno degli errori più comuni delle ortodossie è la spinta allo schieramento morale: si crea un grande spartiacque e si preme all’aut-aut: “Stai dalla parte del bene o del male? del giusto e dello sbagliato? della verità e della menzogna?”, quasi che l’uomo fosse una macchina che deve solo decidere come impostare i propri parametri. E non è un caso, d’altronde, se i fedeli più dogmatici di qualsivoglia religione appaiano come robot tarati, tendenti all’intransigenza. Per fortuna, però, l’essere umano è molto più complesso, e nella sua felice e irrisolvibile contraddittorietà accoglie dentro di sé la tendenza al bene quanto al male, proprio perché è la continua lotta interiore che lo porta a essere ciò che è – umano.

Ora. Se c’è un artista che ha fatto di questa insopprimibile ambiguità morale la propria cifra stilistica, questi è certamente Pippo Delbono. Sempre sporco, sempre viscoso, sempre imperfetto, egli è stato in grado negli anni di trasformare il teatro in un rito carnascialesco: una dimensione universale in cui alto e basso, sacro e profano condividono lo stesso diritto di esistere. Postmoderno? Kitsch? Forse, ma volendo azzardare una fallace definizione il suo si presenta piuttosto come un paradosso trash, in cui non esistono distinzioni tra elitario e popolare. Il suo trash è apologia poetica dello scarto, del rifiuto (“trash” per l’appunto), quell’escremento – controprodotto della nostra continua perversione di desiderio – che vorremmo veder scomparire per sempre in un buco nero, così da tenerci linda e immacolata la coscienza. Ma qualcosa, presto o tardi, torna sempre a galla. Ecco, Delbono accetta che il Brutto ritorni a infestare il Bello, il Male il Bene: e, appunto, dà loro spazio per realizzarsi sulla scena.

Foto di scena ©Maria Bratos

Ieri sera, in prima nazionale, il settecentesco Teatro Argentina ha aperto le porte all’ultima creazione dell’artista –  Vangelo (prod. ERT fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria). L’assunto è semplice: come affrontare qualcosa che si è avversato per una vita? Dalle molestie dei preti, alla condanna per la propria omosessualità, passando per una cultura occidentale estremamente impregnata di cristianesimo fino all’affetto incondizionato per quella madre così cattolica (già protagonista “in mortem” e dedicataria del precedente Orchidee), Delbono scandaglia il messaggio cristiano immergendolo in una processione di quadri e scenari eterogenei, che ne riflettono la percezione in oltre duemila anni di storia.

Foto di scena ©Maria Bratos

Attorniato come sempre da attori professionisti e outcast, sale e scende dal palco, fogli in mano, legge, recita, danza, sposta oggetti, conduce attori, irride il pubblico, esaspera con il proprio narcisismo e commuove con la sua sensibilità. Tra promanazioni buddhiste e messe nere, musica lirica e pop (a cura di Enzo Avitabile), di fronte a un imponente muro bianco che segna – solo – la scena, Delbono scolpisce il suo grido più vibrante: perché la colpa? Perché l’imbarazzo di essere ciò che si è e non andare mai bene? Sembra quasi un Kafka, universale, di fronte alla porta della legge: sempre fuori, sempre estromesso, sempre sbagliato.

Foto di scena ©Maria Bratos

In circa due ore di spettacolo, questo grande imperfetto protagonista del teatro italiano tocca il nervo scoperto e imbarazzante del cattolicesimo, ribadendo con poetica terrignità il proprio diritto all’errore. Nella seconda metà lo spettacolo, forse, scivola un po’, faticando come sempre a trovare un vero compimento, una sua limata rotondità; ma forse non può che essere così: nella sua più totale emancipazione dalla perfezione, Delbono si scarta da ogni prurito di sintesi.

Vangelo è l’estasi laica di chi accetta di essere rifiuto, di chi non se ne sente in colpa, di chi abbraccia con gioia – matura e infantile al tempo stesso – la propria umana contraddittorietà.

Letture consigliate:
• Il Vangelo secondo Pippo Delbono, intervista a cura di Rodolfo Di Giammarco (La Repubblica-Roma)
• Un’umanità in perdita, intervista a cura di Emilia Costantini (Corriere della Sera-Roma)
• Orchidee, di Giacomo Lamborizio (Paper Street)

Ascolto consigliato

Teatro Argentina, Roma – 19 gennaio 2016

Crediti

Interpeti Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic
e con la partecipazione del film dei rifugiati del Centro di Accolgienza PIAM di Asti
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
immagini e film Pippo Delbono
musiche originali (per orchestra e coro polifonico) Enzo Avitabile
Foto Maria Bratos