io sto con la sposa

Io sto con la sposa

Capita abbastanza raramente di avere la possibilità di ascoltare l’intervento di un regista prima della proiezione del suo film, ma quando questo accade lo spettatore subisce una sorta di metamorfosi: è accompagnato per mano dentro all’universo dell’autore, attraverso aneddoti, racconti, curiosità. Il film non può così che guadagnarne in comprensione e in completezza. Per Io sto con la sposa è successo in un piccolo multisala di Padova, nell’ambito del Detour Film Festival: il Festival del Cinema di Viaggio e che quest’anno è giunto alla sua terza fortunata edizione: Antonio Augugliaro, uno dei tre registi, era presente in sala accompagnato dai Dissòi Lògoi, ovvero i musicisti che hanno composto la colonna sonora del film.

“Chi fermerebbe mai un corteo nuziale?”. Nessuno, viene da rispondere. Ma si sa, tra il dire e il fare…
Gli autori del film (Augugliaro, il giornalista Gabriele del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry) si sono fatti carico di una situazione particolare: trasportare verso la Svezia, paese molto aperto in merito alle questioni di asilo politico, cinque palestinesi e siriani in fuga dalla guerra, in un viaggio lungo e illegale che attraversa la Francia, il Lussemburgo, la Germania e la Danimarca. Il docu-film racconta proprio i quattro giorni del loro spostamento e lo fa in un modo assolutamente rispettoso nei confronti dei protagonisti.

“Quando abbiamo incontrato uno degli esuli e abbiamo sentito la sua storia, eravamo già scossi per la tragedia dell’11 ottobre”, spiega Antonio Augugliaro (riferendosi alla tragedia di Lampedusa che l’anno scorso ha visto l’annegamento di trecentosessantasei migranti), “e sentivamo l’esigenza di fare qualcosa che andasse al di là della semplice compassione. Così in due settimane abbiamo organizzato un finto corteo nuziale per aiutare lui e i suoi compagni di viaggio”. E il film ha preso vita. “Esiste la legge di diritto – che può sbagliare, come nel caso più eclatante, ovvero le leggi razziali – ed esiste la legge morale. Non è possibile che delle persone debbano morire o mettersi nelle mani dei contrabbandieri se vogliono scappare da una guerra: abbiamo affrontato questa illegalità consapevoli dei rischi che correvamo, ma non potevamo stare a guardare senza far nulla”.

Lo stile documentaristico è di alto livello; nulla è mai forzato, né con le riprese e né tantomeno con il montaggio; le immagini si fanno testimoni di uno spaccato di vita e lasciano con discrezione che siano i protagonisti a raccontarsi, con le parole o spesso con i silenzi.

Il film è riuscito sostanzialmente per due motivi: da un lato perché apre una finestra su un mondo, sembra spingersi oltre la mera documentazione di questo viaggio, ponendosi piuttosto come un invito ad approfondire il dramma dell’immigrazione e del rifugio politico; dall’altro perché oltre a essere un film è la testimonianza di un progetto e allo spettatore è dato di tastare fino in fondo tutta la sostanza che sta al di sotto delle immagini.