Triangle

Triangle – Costanza Quatriglio

Cent’anni separano due tragedie sul lavoro. Cent’anni separano la morte di molte, troppe donne, impiegate nel settore tessile, per la negligenza di chi doveva tutelarne la salute durante l’impiego professionale. Era il 1911 quando a New York un incendio distruggeva la fabbrica tessile Triangle, provocando 146 vittime. Era il 2011, appena quattro anni fa, quando a Barletta il crollo di un’altra fabbrica tessile uccise cinque operaie. Costanza Quatriglio mette a confronto queste due tragedie nel suo documentario Triangle, proposto nella sezione Diritti & Rovesci del Torino Film Festival.

Brevi girati di repertorio mostrano nella ruvida grana in bianco e nero, l’attività frenetica e ripetitiva svolta ai macchinari da quelle poco più che ragazze: un ritratto di futuro e progresso tra industrializzazione e primi segni di emancipazione femminile. E, infatti, il futuro è arrivato, diventando un presente che illumina lo schermo di immagini speculari, piene di nuovi colori e nuove voci, ma anche di ferite simili che bruciano ancora di rabbia e disperazione.

In un viaggio a ritroso nei ricordi, di ieri e di oggi, vibranti di emozioni, di paura, e d’impotenza, la mano delicata della giovane regista palermitana, sfiora le parole registrate, quelle di un tempo, di chi è sopravvissuto, agli inizi degli anni Dieci, a quell’inferno, e i volti, gli sguardi dei parenti di Antonella, Maria, Matilde, Giovanna, Tina: nomi che ancora sventolano appesi alle recinzioni di un cantiere pieno di vuoto. Ma è a Mariella (l’unica superstite dell’azienda pugliese) che la narrazione affida il compito di dare suono al peso del disastro italiano. Lei, che è riuscita a sfuggire dalle macerie, ci guarda in volto, come fossimo confidenti inattesi con i quali condividere il proprio dolore, la propria fortuna. La sua testimonianza addensa l’aria di quei terribili momenti vissuti con la gola invasa dalla polvere, con il corpo immobilizzato, estraneo, e la mente invasa d’immagini – o d’immaginazione –: ricorda lo splendore di una lucina che stava lì, davanti a lei, ferma come un faro di speranza, «perché se c’è la luce, c’è anche ossigeno», ricorda l’abbaiare di un cane, richiamato a sé con la forza della fede, ricorda la melodia delle canzoni napoletane, ognuna con la propria storia da raccontare.

Basta poco più di un’ora per abbandonarsi al passato, per riflettere su una condizione umana che può essere spazzata via per (in)volontari e assurdi errori, e sulla straordinaria tenacia di chi decide di non arrendersi, di rialzarsi in piedi per fare del proprio respiro un potente soffio spinto dal grido di denuncia, di giustizia, di rispetto. Le morti del Triangle hanno portato a una sensibilizzazione sociale concretizzatasi nella nascita di nuovi sindacati e nuove leggi di sicurezza sul lavoro. Oggi, nel futuro di cent’anni dopo, dinnanzi all’ennesimo caso di morti bianche, tocchiamo l’amara consapevolezza che, nonostante le norme e le tutele, si muore ancora di lavoro. E, allora, di chi è la colpa?