ncapace

N-Capace – Eleonora Danco

Bisogna che passi qualche ora dal pasto prima di fare il bagno: ce lo dicevano sempre quando eravamo piccoli. Parte da qui, da questa banalità quotidiana nella quale si cela il fascino dell’attesa che separa il piacere del gioco infantile, il cammino di N-capace, prima opera cinematografica di Eleonora Danco, in concorso al Torino Film Festival per la sezione Torino 32.

Un viaggio che inizia da Terracina, luogo d’infanzia, culla di un tempo sbiadito, di ricordi dolorosi – come la perdita della madre –, di emozioni ritrovate e rievocate nei dialoghi (a tratti comici) con il padre, e arriva a Roma, in quell’euforico contenitore urbano di vie, suoni, e colori. Un percorso che lei, Eleonora Danco, come già accade per i suoi spettacoli teatrali, non si limita a scrivere, dirigere e interpretare, ma confonde con se stessa, calandosi nella storia e nelle immagini con il corpo, la mente, i pensieri. È un’”Anima in pena”, questo il nome dell’impulsiva, carnale e angelica figura femminile – la stessa Danco –, che abbraccia la propria memoria per raccontare il presente. E lo fa attraverso un (meta)linguaggio nel quale il documentario si unisce alla (dichiarata) finzione – compreso un (in)volontario “making of” con le esplicite istruzioni date agli attori (non professionisti) –, l’inchiesta a un pasoliniano comizio d’interviste, prive di malizia, fatte esclusivamente ad anziani e adolescenti.

Sono loro, infatti, quelle forme di umanità così distanti da essere simili, i testimoni ingenui e innocenti di una vita momentaneamente sospesa, sconosciuta, fatta di rimembranze passate e desideri futuri. La macchina da presa li isola e li cattura – nel bosco, contro una montagna, in un campo da basket, nel bagno di casa –, diventa una carezza che scivola sui loro volti, si perde nei loro occhi, nelle loro parole, nei loro gesti, e con raffinata e delicata indiscrezione, entra nella loro intimità per toccarne gli istinti e le emozioni più recondite.

In questa poetica fusione di realtà e intimità, lo schermo si riempie dell’incantevole surrealismo buñueliano, immaginario e drammaticamente concreto, che è, al contempo, simbolico riflesso mentale della stessa Danco, che in esso è prigioniera – costretta in un letto “abbandonato” in mezzo a una via o sulla banchina della stazione –, ma anche istintiva punitrice – munita di piccone e urla –, che colpisce, sotto gli sguardi (in)consapevoli dei passanti, il terreno del degrado e dell’indifferenza umana. Ed è qui che noi spettatori siamo invitati a entrare per abbandonarci, insieme ai suoi personaggi di felliniano onirismo, in quell’angolo di coscienza al riparo dall’ipocrisia adulta, perché ancora avvolta nella meraviglia puerile. Così, aspettando il permesso di fare il bagno, ci immergiamo in una (ir)realtà dove libertà significa potersi rotolare sulla spiaggia, rannicchiare per strada, correre nel prato, guardarsi negli occhi in silenzio, senza imbarazzo, vergogna, senza inutili razionali moralismi.