prima di andar via

Prima di andar via – Michele Placido

Al Torino Film Festival il teatro incontra il cinema. O meglio, il cinema sfonda le pareti del teatro con Prima di andar via, ultimo lavoro firmato da Michele Placido, presentato in anteprima nella sezione Festa Mobile.

Il percorso di avvicinamento tra le due arti inizia dal testo – opera dell’attore e regista Filippo Gili –, scritto per rappresentare sul palcoscenico (quello del piccolo e intimo Teatro Argot Studio di Roma, per la regia di Francesco Frangipane) il momento dell’annuncio ai propri cari di una decisione ormai presa, assodata: la volontà di suicidarsi. È durante la cena con la famiglia che Francesco (lo stesso Gili, che emana una profonda e invadente catatonica depressione) comunica la sua incompatibilità con la vita, dopo la morte della moglie Giovanna (Francesca Alunno). Accanto a lui, le due sorelle Elena (Vanessa Scalera), cinica e arrogante primogenita, studentessa “interrotta” – perché la laurea non va presa ma solo sfiorata: lasciare due o tre esami fa più chic –, ormai “sistemata” con marito e figlio, e Marta (Aurora Peres), odierna romantica con un ambiguo affetto per la sorella e la cognata, e i genitori (Giorgio Colangeli e Michela Martini).

La scena, simbolica abitazione dove spazi e stanze sono separati da muri immaginari, è un luogo scarno e buio che si sviluppata attorno a un tavolo centrale: centro di gravità delle rituali tradizioni borghesi e delle relazioni umane che si sgretolano nello scontro e nel rifiuto discriminatorio per una scelta tanto personale e riservata quanto “esternamente” ritenuta inaccettabile, “sbagliata”. Nell’angusto e claustrofobico spazio scenico – al quale si contrappongono le immagini esterne della città dispersiva e chiassosa – i corpi, gli sguardi, e le parole degli attori trasformano emozioni, timori, e tensioni in pulsioni fisiche e istintive che la mano di Placido non sacrifica mai in nome di virtuosismi cinematografici, ma, anzi, amplifica avvicinandosi ai loro volti per osservane i silenzi e penetrarne le menti martoriate da pensieri ora confusi e vuoti, ora folli e deliranti.

E noi, spettatori in sala, abbiamo il privilegio di aggrapparci alla macchina da presa, superare il proscenio, entrare in quella prigione senza confini, e percepire sotto la pelle quell’angosciante e invisibile forza centripeta che ci rallenta, ci trattiene, come i personaggi, per non permetterci di fuggire. Qui, i nostri occhi toccano l’assurda realtà che schiaccia un genitore, un fratello, sotto il peso dell’improvvisa e disperata impotenza che fa esplodere il cuore nel dolore di avere tra le mani la persona amata e non poterla trattenere. Tra rabbia e frustrazione, parole scongiurate e abbracci negati – come fosse (in)utile punizione –, le immagini sfocano nella nostra coscienza, lasciandovi la traccia di una pulsante domanda: siamo davvero padroni di noi, della nostra vita e delle nostre decisioni? E quando queste superano il confine della volontà diventando egoismo, quale sofferenza è meglio sacrificare: la nostra o quella di chi amiamo?