Woody Allen Colin Firth Emma Stone Magic in the moonlight

Magic in the Moonlight – Woody Allen

Sono sufficienti poche immagini per immergersi nell’atmosfera irreale, visionaria e sospesa che definisce il mondo filmico di Woody Allen. Un mondo appartenente a un passato che mischia concretezza a una virtualità di allegoria posticcia, un mondo già racchiuso nella Parigi degli anni Venti del recente Midnight in Paris e che il regista americano ripropone nella sua ultima pellicola Magic In The Moonlight, presentato al Torino Film Festival, sezione Festa mobile.

Stesso periodo, luogo diverso – siamo nel sud della Francia –, dinamica simile: ancora una commedia romantica che vede questa volta un famoso illusionista, Stanley Crawford, pungente misto di cinica razionalità e imperturbabile realismo, sarcastico e spigliato londinese, interpretato con ammaliante pacatezza da Colin Firth, intento a smascherare, insieme all’amico e collega Howard Burkan (Simon McBurney), la giovane medium Sophie (Emma Stone), finta ingenua e sincera svampita, che, accanto alla madre-socia in affari (Marcia Gay Harden), sfrutta le sue “doti” per raggirare ricchi creduloni. Completano il quadro, il giovane e belloccio ereditiero Brice Catledge (Hamish Linklater), che di Sophie è innamorato a tal punto da giocarsi reputazione e dignità, suonando stonate serenate con l’ukulele, e l’anziana Vanessa (Eileen Atkins), zia e astuta consigliera di Stanley.

A fare da sfondo a questa bizzarra investigazione, sulla quale si basa una “leggera” struttura narrativa,  e perennemente a ridosso del limite tra realtà e fantasia – a confermarlo una fotografia che a tratti sfoca e schiarisce l’immagine in un improbabile candore –, c’è la villa dei Catledge: una residenza incantevole a metà tra lo sfarzo di Gatsby e un’immaginaria dimora principesca delle favole. Qui, sebbene tra incontri, peripezie e imprevisti, il racconto avanzi volontariamente verso lo scontato e il deja-vu (il triangolo amoroso, le dichiarazioni e i ripensamenti, e la prevedibile conclusione), con il rischio di perdere coesione ed efficacia, il genio di Allen “va sul sicuro”, concentrandosi sulla definizione della psicologia dei personaggi e, soprattutto, delle loro mentalità, che plasma, manipola, e “scambia” all’interno delle loro dinamiche relazionali.

Evitando qualsiasi estremismo, le eccentriche creature alleniane si spalleggiano e si rincorrono in futili dialoghi di tagliente e ritmica forma, sapientemente farciti con intellettuali citazioni – tra le quali Nietzsche, Dickinson, Hobbes – e profonde umoristiche riflessioni che spiegano l’amore, la misantropia e lo scetticismo (religioso), attraverso un rigoroso schema scientifico, geometrico, e logico. Ma questo non basta ad allontanare la sensazione di un film che fa fatica a coinvolgere del tutto lo spettatore, perché trattenuto e poco incisivo. Difficile, dunque, assaporare di nuovo quella completezza estetica, stilistica, e narrativa che aveva caratterizzato Blue Jasmine: nonostante gli sforzi, possiamo solo adagiare le nostre grandi aspettative accanto al trascurabile To Rome With Love, nella speranza che, dopo questa (seconda) parentesi d’inattesa delusione, torni a brillare la straordinaria e dirompente originalità di Woody Allen.