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Félix & Meira – Maxime Giroux

Félix è uno scapolone incallito dallo spirito libero, Meira è ebrea, sposata ad un rabbino chassidico e si sente soffocare nella morsa della dottrina religiosa e di un marito autoritario, in una vita che non sente sua. Entrambi cercano qualcosa, e forse lo trovano quando si incontrano a Montreal.

Gli opposti si attraggono: niente di nuovo sotto lo schermo. Il canadese Maxime Giroux, al suo secondo lungometraggio, mette in scena una storia dalle premesse decisamente d’altri tempi su cui tanto è già stato scritto e detto. Nemmeno la variante “ebraica” della questione è tanto originale: una storia simile l’aveva già messa in scena John Turturro nel suo esordio registico Gigolò per caso (2013), ambientato nel quartiere ebraico di Brooklyn.

Giroux, per fortuna, evita il romanticismo facile e riesce a trovare la giusta distanza dai suoi personaggi, esattamente come Felix e Meira devono trovare la giusta distanza tra due mondi apparentemente inconciliabili ma non così lontani. Ognuno trova nell’altro una possibilità di fuga dalla solitudine (Félix) o di evasione da una vita sottoposta a rigidi vincoli (Meira). L’amore non ha ghetti né confini, e soprattutto non ha identità: parlando di amore, Giroux ci parla anche di identità, vacanti e vacillanti, dell’incontro-scontro tra culture diverse e dell’arricchimento personale e sociale che ne può derivare. Félix è uno spirito libero, insofferente alla famiglia e in conflitto con il padre, conflitto che non cessa anche dopo la morte del suo vecchio. Meira (che ricorda tanto Avigal, il personaggio interpretato da Vanessa Paradìs nel film di Turturro) non ha mai indossato un paio di jeans e non ha mai potuto guardare un uomo negli occhi. Ma come ci mostrano le due sequenze più intense del film, può bastare un “piccolo” cambiamento o l’arrivo inaspettato di uno straniero per aiutarci a vedere le cose da una diversa prospettiva. Che sia quella canzone che tanto odiavamo e finalmente impariamo ad apprezzare o quella lettera mai aperta a causa del pregiudizio.

Il regista canadese azzecca il ritmo giusto (lento ma avvolgente) e gioca bene con i corpi e gli ambienti, preferendo il linguaggio visivo ai dialoghi: niente sdolcinatezze e inutili spiegoni, nulla di più dell’essenziale. Sullo sfondo, una Montreal ovattata e irreale, in cui i rapporti umani paiono freddi e immobili quanto il manto di neve compatto che ricopre i marciapiedi. La cauta discrezione e la soffice eleganza della regia di Giroux sono allo stesso tempo il miglior pregio e l’unico difetto di Félix & Meira, che è dolcemente piacevole ma non esattamente travolgente. A tratti, forse, la distanza è troppa per lasciarsi prendere. Rimane comunque un film degno di nota e uno dei più interessanti tra quelli finora presentati in concorso al Torino Film Festival (nonché un possibile vincitore).