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Irrational Man – Woody Allen

L’’essere umano si distingue da tutti gli altri animali esistenti in natura per una qualità unica: la razionalità. Per quanto possa sembrare assurdo, l’’essere dotati di tale arma, come per ogni arma che si rispetti, significa godere di un incredibile potere da esercitare sulla vita e sulla morte allo stesso modo. Ecco perché essere razionali, radicalmente razionali, può portare all’’infelicità.

È questo il caso di Abe Lucas (Joaquin Phoenix), professore di filosofia tormentato dall’’essere un umano incredibilmente razionale, infelice ai limiti della depressione, con estremi al limite del suicidio. Si può scoprire, però, che esiste un modo per combattere questo circolo vizioso: l’’irrazionalità, a cui fa riferimento il titolo scelto da Woody Allen, Irrational Man, anche quando scatenata per un puro gioco del caso/caos. Nonostante sia corteggiato da due donne contemporaneamente (Parker Posey e Emma Stone), quasi fossero emblema del passato e del futuro, due donne che cadono letteralmente ai suoi piedi solo per la fama che l’’uomo si porta dietro, Abe non riesce a trovare una chiave di lettura alla sua esistenza che vede oscura, vana, vuota in definitiva.

Joaquin Phoenix Irrational Man Woody Allen

Phoenix è perfetto nel tratteggiare psicologicamente un uomo la cui vita sembra girare a vuoto e così decide di muoversi nello spazio che Allen gli concede, girovagando anche negli spazi più angusti; si imbruttisce parecchio nell’’aspetto, prendendo almeno una decina di chili e pronunciando buona parte delle battute con la fiaschetta di scotch sempre tra le labbra. Finché a cambiare tutto non arriva il caso, una storia che non lo riguarda, la vita di una persona che non conosce. E decide di agire, invertendo il polo della sua esistenza, trovando una ragione di vivere nella decisione irrazionale che prende pur cercando di giustificarla con tutte le modalità del ragionamento che conosce. Là dove non arrivano le stronzate della filosofia, tanto per citare la sceneggiatura dello stesso Allen, arrivano le azioni della vita.

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Il regista newyorkese decide di invertire il sistema e con grande efficacia: la razionalità non può più corrispondere a una vita ordinata, squadrata, ma crea solo un filosofeggiare vacuo, il caos, che porta all’’infelicità quasi mortale. E poi basta un niente, perché in fondo la vita è quella palla che tocca il nastro della rete e «per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde. È incredibile come cambia la vita se la palla va oltre la rete o torna indietro, no?».

Woody Allen Match Point

Match Point, Woody Allen, 2005

A Parker Posey tocca il ruolo della donna infelice, cinica, sboccatamente sensuale che finisce per risultare quasi goffa; a Emma Stone, invece, quello della giovane tentazione, involontariamente carnale, una ragazza di paese che ha voglia di conoscere il mondo attraverso l’’esperienza sessuale del professore vissuto di città, più maturo, più vero del quadretto familiare piccolo borghese. Woody Allen muove le sue pedine in modo ordinato, creando un doppio ménage à trois che è più un falso movimento che altro. E così è anche per la vita del protagonista Phoenix, tesa alla svolta esistenziale che si rivela essere solo una strada senza uscita.

Emma Stone Parker Posey Irrational Man Woody Allen

A Woody Allen va, infine, ancora una volta il merito di aver trattato un tema così complesso con il suo tocco leggero: una maestria tale che gli permette di restare materialmente spensierato anche nelle scene thriller e drammatiche, con una colonna sonora sempre uguale a se stessa composta dai Ramsay Lewis Trio, e che sembra alleggerire le scene più forti ottenendo in rinculo un’energia drammaturgica eccezionale che rende i personaggi più vivi che mai.

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Incredibile come anche nel finale, senza nessuna gag comica in sceneggiatura, senza nessuna critica all’’intellettualismo vanitoso, si rida lo stesso della sorte meschina dei personaggi. Forse per umana comprensione, forse per iper-realismo, forse, soprattutto, per manifesto esorcismo nei confronti di quella che possiamo riconoscere come una possibile piega della nostra stessa esistenza. Forse per tutti questi motivi si ride mentre tutto va a rotoli per Abe. Perché Allen è ancora capace di spaventarci nel creare dei simulacri bidimensionali dei nostri stessi animi.