T/Empio Critica della ragion giusta – Carullo Minasi

T/empio, critica della ragion giusta – Carullo/Minasi

«Non sono i fatti a turbare gli uomini, ma ciò che da essi nasce: le opinioni», così Sterne cominciava il Tristram Shandy, con un’epigrafe di Epitteto all’ingresso del romanzo, come a dire: per accedere a questa grande buffonata c’è bisogno che prima facciate una bella doccia fredda di verità. Ed è chiaro: quella grande, assurda e irraccontabile buffonata altro non era che la vita. Cosa c’entra tutto questo con lo spettacolo andato in scena al Teatro dell’Orologio?

Dunque. Sullo sfondo, schiacciato in basso, si scorge il profilo squadrato di una città; in proscenio, fluttuante a mezz’aria, la porta di un possibile tribunale. È qui che si incontrano i due personaggi, a metà strada: lui (Giuseppe Carullo) è un accusatore e sa tutto, lei (una bravissima Cristiana Minasi) è un accusato e non sa, o meglio, come avrebbe detto Socrate, “sa di non sapere” (ed è proprio all’Eutifrone di Platone che i due – registi, drammaturghi e interpreti – si sono ispirati). Dalla porta però pende un cartello che recita: “Torno subito”; insomma, il giudizio è sospeso. Ecco allora che la coppia, bloccata su una soglia che è condizione esistenziale, si ritrova a dialogare: s’interroga sulle parole, sul loro significato, e ogni volta approda al vuoto, alla rabbia e alla paura di un’impossibile definizione.

In T/Empio l’antica lezione greca si colora, dunque, di sfumature tipicamente novecentesche. Si scorge l’influenza di Beckett: l’eterna attesa, la tautologia delle parole, l’impossibilità di comunicare, la metateatralità; e molte scelte formali (musiche, abiti, trucco, pantomime) che ricordano le migliori commedie mute anni Venti. Ma a sorprendere più di ogni altra cosa è forse il monologo finale – profondo, spiazzante -, che nella sua apparente semplicità riecheggia una ricerca del vuoto, intesa come superamento dello spazio (qui della parola), che dalla famosa pagina bianca di Sterne sembra traghettare idealmente fino all’arte concettuale di Yves Klein, in un brillante connubio di tradizione e innovazione, umorismo e filosofia: «Quand’ero bambina cancellai tutte le righe al mio foglio bianco, disegnai un’enorme nuvola. Venni bocciata. Ma non fu un fallimento, fu il mio più grande orgoglio: avevo scritto del vuoto, avevo riempito il mio spazio vuoto».

Vale davvero la pena di dirlo: da non perdere.